AUTORI VARI.
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IL GRANDE LIBRO DELLA FANTASY CLASSICA.
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Parte 2.
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1998. Casa Editrice Nord, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PARTE SECONDA: LA TRANSIZIONE, LA FIABA COLTA.
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LA SELVA DI ASHTAROTH. di John Buchan.
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Cest enfin que dans leurs prunelles
Rit et pleure - fastidieux -
Lamour des chose temelles,
Des vieux morts e des anciens dieux!
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Paul Verlaine.
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1.
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Eravamo seduti intorno al fuoco di bivacco, a una trentina di miglia da un luogo chiamato Taqui, quando Lawson annunci la sua intenzione di trovare una casa. Aveva parlato poco negli ultimi due giorni, e io avevo immaginato che stesse attraversando un momento di riflessione personale. Pensavo che potesse trattarsi di una nuova miniera o di un progetto dirrigazione, e mi sorprese scoprire che aveva in mente una casa di campagna.
- Non credo che torner in Inghilterra - disse, rispedendo al suo posto con un calcio un tizzone scoppiettante. - Non vedo perch dovrei. Dal punto di vista degli affari, alla societ sono molto pi utile in Sud Africa che in Throgmorton Street. Non mi restano parenti tranne un cugino di terzo grado, e non mi  mai importato un fico secco di vivere in citt. Quellabominevole casa che ho in Hill Street mi render tanto quanto lho pagata laltro giorno Isaacson mi ha spedito un cablogramma con unofferta, mobili compresi. Non voglio entrare in Parlamento, e odio sparare agli uccellini e a cervi inoffensivi: sono uno di quei tipi nati con lanimo del colonialista, e non vedo perch non dovrei organizzare la mia vita come pi mi aggrada. Inoltre, da dieci anni sono innamorato di questo paese, e ora ci sono dentro fino al collo.
Si lasci cadere sulla sedia da campo con tanto impeto a farne cigolare la tela, e mi guard socchiudendo gli occhi. Ricordo di aver dato uno sguardo ai suoi lineamenti, pensando che bel tipo duomo era. In stivali non conciati, calzoni e camicia grigia, aveva laspetto del cacciatore nato, bench fino a meno di due mesi prima si fosse recato tutte le mattine alla City in giacca e cravatta. Essendo biondo, era stupendamente abbronzato, e una linea chiara al colletto della camicia segnava i limiti dellabbronzatura.
Lavevo conosciuto anni prima, quando lavorava come dipendente di un broker. In seguito, si era recato in Sud Africa, e poco dopo avevo saputo che era diventato socio di una societ mineraria, la quale stava facendo meraviglie con alcune zone aurifere nel nord.
Il passo successivo fu il suo ritorno a Londra come milionario di fresca data: giovane, di bellaspetto, sano di mente e di corpo, e ricercatissimo dalle madri di ragazze da marito. Giocavamo insieme a polo, e andavamo un po a caccia durante la stagione, ma era evidente che lui non intendeva diventare il tradizionale gentiluomo inglese. Si rifiut di comprare una casa in campagna, bench met delle dimore dInghilterra fossero a sua disposizione.
Era molto impegnato, dichiarava, e non aveva il tempo di fare il signorotto di campagna. Inoltre, ogni pochi mesi era solito andare in Sud Africa. Vedevo che era irrequieto, perch continuava ad assillarmi per convincermi ad andare a caccia grossa con lui in qualche remota parte della terra. Cera nei suoi occhi anche qualcosa che lo distingueva dal comune tipo biondo dei nostri connazionali. Erano grandi, castani e misteriosi, e nelle loro strane profondit cera la luce di unaltra razza.
Alludere a un simile particolare avrebbe significato rompere unamicizia, perch Lawson era molto orgoglioso del suo lignaggio. Subito dopo aver fatto fortuna, si era recato allufficio araldico per scoprire le origini della sua famiglia, e quei compiacenti signori gli avevano fornito un pedigree. A quanto pareva, lui era un rampollo del casato di Lowson o Lowieson, un antico e alquanto poco raccomandabile clan sul lato scozzese del Border.
Basandosi su quella scoperta, acquist una riserva di caccia a Teviotdale, ed era solito mandare a memoria lunghe ballate del Border. Ma io avevo conosciuto suo padre, un giornalista che non aveva mai fatto carriera, e avevo udito parlare di un nonno che vendeva antichit in una strada secondaria di Brighton. Credo che questultimo non avesse cambiato il suo nome, e frequentasse tuttora la sinagoga.
Il padre era un cristiano progressista, e la madre era stata una bionda sassone delle Midlands. Nella mia mente non cerano dubbi, mentre coglievo gli occhi socchiusi di Lawson che mi fissavano. Il mio amico era di una razza pi antica dei Lowson del Border.
- Dove pensi di cercare una casa? - chiesi. - Nel Natal o a Cape Peninsula? Pagandola una cifra, potresti avere la casa dei Fisher.
- Al diavolo la casa dei Fisher! - replic lui con irritazione. - Non voglio una fattoria olandese, tutta stucchi e coperta di vegetazione. Al Cape sarebbe come stare a Roeahmpton.
Si alz e and allestremit del fuoco, dove un sentiero correva attraverso il roveto fino a una gola nelle colline. La luna inargentava la vegetazione delle pianure, a quaranta miglia di distanza e tremila piedi sotto di noi.
- Intendo stabilirmi da queste parti - rispose alla fine.
Emisi un fischio. - Allora, dovrai mettere mano al portafoglio, vecchio mio. Dovrai fare tutto, compresa una carta topografica della regione.
- Lo so, ed  qui che entra in gioco il divertimento. Diavolo, perch non dovrei assecondare il mio capriccio? Ho un considerevole patrimonio, e non ho figli ai quali lasciarlo. E anche se fossi a cento miglia dal terminale ferroviario, che importa? Costruir una strada e installer un telefono. Coltiver la maggior parte del mio fabbisogno e fonder una colonia per creare posti di lavoro.
Quando verrai a stare da me, avrai da mangiare e da bere quello che c di meglio sulla terra, e attivit sportive da farti venire lacquolina. Metter trote di Lochleven in questi corsi dacqua, a seimila piedi puoi fare qualsiasi cosa. Avremo anche una muta di cani da caccia, e possiamo stanare maiali nei boschi, e se vogliamo andare a caccia grossa, ai nostri piedi ci sono le pianure di Mangwe. Ti dico che costruir una casa di campagna come nessuno se l mai sognata. Incaricher qualcuno di trasformare in prati e roseti questa terra selvaggia. - Lawson si gett di nuovo sulla sua sedia e sorrise con aria sognante al fuoco.
- Ma perch qui, con tutti i posti che si sono? - insistetti. Non mi sentivo bene e non ero entusiasta della regione.
- Non so come spiegarlo. Credo sia il genere di posto che ho sempre cercato. Ho sempre sognato una casa su un altopiano verde, in un clima decente e che si affacciasse sui tropici. Come sai, mi piacciono il caldo e i colori, ma mi piacciono anche le colline, la vegetazione, e le cose che ricordano la Scozia. Dammi un incrocio tra Teviotdale e lOrinoco e, per Dio!, credo di averlo trovato qui.
Osservai il mio amico con curiosit, mentre con occhi brillanti e voce entusiasta parlava del suo nuovo capriccio. In lui, le due razze erano molto chiare: quella che desiderava la magnificenza, laltra assetata degli spazi balsamici del nord.
Cominci a progettare la casa. Avrebbe dato ad Adamson lincarico di disegnarla, e avrebbe dovuto amalgamarsi con il paesaggio come una roccia sul fianco della collina. Ci sarebbero state ampie verande e freschi atri, ma anche grandi camini per difendersi nella stagione invernale. Sarebbe stato tutto molto semplice e pulito, limpido come il mattino fu la sua curiosa definizione; ma subentr poi unaltra idea e lui parl di portare i Tintoretto che aveva in Hill Street. - Sai, voglio che sia una casa civilizzata. Niente stupidi lussi, ma il meglio della pittura, delle porcellane e dei libri. Far fare tutti i mobili secondo i vecchi e semplici modelli inglesi, con legno del luogo. Non voglio pezzi di seconda mano in un paese nuovo. S, per Giove, i Tintoretto sono unidea fantastica, e tutti quei vasi Ming che ho comprato. Avevo deciso di venderli, ma li porter qui.
Parl per unora buona di quello che avrebbe fatto, e il suo sogno si arricchiva man mano che parlava, tanto che, quando alla fine andammo a letto, aveva abbozzato qualcosa che assomigliava pi a un palazzo che a una casa di campagna.
Lawson non era affatto un uomo dai gusti lussuosi. Al momento, si accontentava di una valigia Wolseley e non aveva problemi a radersi servendosi di una tazza di latta. Mi sembr strano che un uomo di abitudini cos semplici avesse un gusto cos sontuoso in quanto a futilit. Mi dissi, mentre andavo a letto, che la madre sassone delle Midlands aveva fatto ben poco per diluire il forte vino dellest.
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La mattina seguente piovigginava quando levammo le tende, e io montai in sella al mio cavallo di malumore. Avevo un po di febbre, credo, e odiavo quel lussureggiante eppure freddo altopiano, dove tutti i venti della terra sono in agguato per penetrarti fino al midollo. Lawson, come al solito, era di buonumore. Non stavamo cacciando, ma spostando il nostro terreno di caccia, cos viaggiammo tutta la mattina ad andatura sostenuta verso nord, lungo il bordo dellaltopiano.
A mezzogiorno il tempo si schiar, e il pomeriggio fu uno sfoggio di colori puri. Il vento si ridusse a una lieve brezza; il sole illuminava gli infiniti spazi verdi, e accendeva la foresta bagnata fino a trasformarla in una ghirlanda ingemmata.
Lawson ammirava tutto a bocca aperta mentre, a testa nuda, saliva al piccolo galoppo un pendio coperto di felci. - La terra di Dio - ripet una ventina di volte.
- Lho trovata. - Prendete un pezzo di pascolo del Sussex; mettete un corso dacqua in ogni valletta, e un bosco; e al limitare, dove in patria le rupi sarebbero state a picco sul mare, mettete un manto di foreste che rivesta la scarpata e scenda ripido per migliaia di piedi fino alle azzurre pianure. Prendete laria cristallina del Gornergrat, e lorgia di colori sulle rive di un lago delle Highlands occidentali. Mettete fiori ovunque, del tipo che noi coltiviamo nelle serre, gerani come parasoli e calle come trombe. Questo vi dar unidea del paesaggio che ci circondava. Cominciai a capire che era fuori del comune.
Poco prima del tramonto arrivammo su una cresta e trovammo qualcosa di meglio. Era una valle stretta e lunga, larga un mezzo miglio, percorsa da un torrente grigiazzurro, costellato di pozze dacqua come lo Spean, finch al limitare dellaltopiano sprofondava nella cupa foresta in una nivea cascata.
Il lato opposto si ergeva in dolci pendii fino a un poggio roccioso, dal quale locchio aveva una superba prospettiva delle pianure.
Lungo tutta la valletta cerano piccoli boschi cedui, mezzelune di verde che fiancheggiavano alcune spiagge argentee del torrente, o delicati gruppi di alti alberi che oscillavano sulla cima della collina. Il luogo appagava talmente locchio che, per la pura e semplice meraviglia della sua perfezione, ci arrestammo ad ammirarlo in silenzio per molti minuti.
- La casa - dissi alla fine, e Lawson ripet sottovoce: - La casa!
Spingemmo i cavalli al passo nella valletta mentre il crepuscolo si tingeva di porpora cupo. I nostri carri erano indietro di mezzora, cos avevamo il tempo per esplorare la zona.
Lawson smont e colse manciate di fiori dalle marcite, senza smettere di canticchiare tra s una vecchia melodia francese che parlava del Cadet Rousselle e delle sue trois maisons.
- Chi  il proprietario? - chiesi.
- La mia societ, con molte probabilit. Qui intorno abbiamo miglia di terreno. Ma chiunque sia, dovr vendere. Qui costruir la mia dimora, vecchio mio. Qui, e in nessun altro posto!
Proprio al centro della valletta, in unansa del torrente, cera un bosco ceduo che, anche nella semioscurit, mi parve diverso dagli altri. Era formato da delicati alberi, alti e snelli, il genere di bosco che i monaci dipingevano in vecchi messali.
No, respinsi quel pensiero. Non era un bosco cristiano. Non era un bosco ceduo, ma una selva, del tipo nella quale Artemide avrebbe potuto svolazzare al chiarore della luna.
Era piccola, quaranta o cinquanta iarde di diametro, e cera qualcosa di scuro al centro, che per un secondo pensai fosse una casa.
Ci aggirammo tra gli esili alberi e - era frutto della fantasia? - fui percorso da uno strano tremito. Ebbi la sensazione come se stessi penetrando nei temenos di qualche strana e incantevole divinit, la dea di quella deliziosa valle. Sembrava che ci fosse un sortilegio nellaria, e uno strano silenzio di morte.
Dun tratto, il mio cavallo trasal a un vibrare di ali leggere. Uno stormo di colombe si lev dai rami, e io vidi il verde brunito delle loro piume contro il cielo opalescente. Lawson non parve accorgersene. Vidi i suoi occhi acuti fissare il centro della selva e ci che vi si trovava.
Era una piccola torre conica, antica e coperta di licheni, ma, per quanto potevo giudicare, era perfetta. Conoscete il famoso Tempio Conico a Zimbabwe, che tutte le guide riportano? Questo era dello stesso tipo, ma mille volte pi perfetto. Si ergeva per una trentina di piedi, di solida muratura, senza porte o finestre o fessure, intatto come quando era uscito dalle mani dei suoi antichi costruttori.
Ebbi di nuovo la sensazione di violare un luogo sacro. Che diritto avevo io, comune e grossolano uomo moderno, di guardare quella bella struttura, tra quegli alberi delicati, che qualche pura divinit aveva scelto come suo tempio?
Lawson interruppe le mie riflessioni. - Usciamo da qui - disse con voce roca; prese le briglie del mio cavallo (aveva lasciato il suo al limitare) e lo condusse di nuovo allaperto. Ma notai che i suoi occhi continuavano a voltarsi indietro e che gli tremava la mano.
- La questione  risolta - dissi dopo cena. - Cosa te ne fai ormai dei tuoi dipinti veneziani o dei tuoi vasi cinesi? Nel tuo giardino avrai la pi bella delle antichit del mondo, un tempio vecchio come il tempo, e in una terra che, a quanto dicono, non ha storia. Questa volta hai avuto lispirazione giusta.
Mi sembra di aver detto che Lawson aveva occhi assetati. Nellentusiasmo, di solito ardevano e silluminavano; ma ora, mentre se ne stava seduto a guardare le sfumature olivastre della valle, sembravano famelici nel loro fuoco. Non aveva quasi pronunciato parola da quando avevamo lasciato il bosco.
- Dove posso leggere di questi argomenti? - chiese, e io gli citai alcuni libri.
Poi, unora pi tardi, mi chiese chi fossero i costruttori. Gli dissi il poco che sapevo dei vagabondaggi dei fenici e dei sabei, e dei rituali di Sidone e di Tiro. Ripet alcuni dei nomi tra s e and presto a dormire.
Mentre mi disponevo ad andare a letto, diedi unultima occhiata alla valle, color avorio e nera sotto la luna. Mi parve di udire una debole eco di ali, e di vedere sopra la piccola selva una nuvola di lievi apparizioni.
- Le Colombe di Ashtaroth sono tornate - dissi a me stesso. -  di buon auspicio. Accettano il nuovo inquilino. - Ma mentre crollavo addormentato ebbi un pensiero improvviso: di avere appena detto qualcosa di piuttosto terribile.
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2.
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Tre anni pi tardi, esatti quasi al giorno, tornai per vedere cosa Lawson avesse combinato con il suo hobby. Mi aveva invitato spesso a Welgevonden, il nome da lui scelto, anche se non capisco perch avesse dato un nome olandese a un luogo dove i Boeri non mettevano mai piede. Alla fine cera stata un po di confusione sulle date, io telegrafai lora del mio arrivo e partii senza aver ricevuto una risposta.
Unauto mi venne a prendere alla stazione di Taqui e, dopo alcune miglia su una cosiddetta strada, arrivai ai cancelli del parco e a un viale che era un piacere percorrere. Tre anni avevano cambiato ben poco il paesaggio. Lawson aveva piantato qualcosa - conifere, cespugli fioriti e simili - ma aveva saggiamente deciso che la Natura laveva in gran parte anticipato.
Ciononostante, doveva aver speso un mucchio di soldi, a cominciare dalla strada, lungo i cui bordi cerano zolle ritagliate dai prati lussureggianti. Arrivammo sulla cresta della collina e, guardando la valle nascosta ai nostri piedi, non potei trattenere unesclamazione di piacere. La casa si trovava sulla cresta pi distante, il punto pi panoramico di tutta la zona; con i suoi legni bruni e le pareti bianche a intonaco rustico si amalgamava con il fianco della collina come se si trovasse l da sempre.
La valle sottostante era sistemata a prati a tappeto e a giardini. Un lago azzurro riceveva le rapide del torrente, e le sue sponde erano un labirinto di sfumature verdi e di stupende masse di fiori. Notai anche che la piccola selva, da noi esplorata alla nostra prima visita, se ne stava isolata in una vasta distesa di prato, cos da porne in risalto la perfezione. Lawson aveva un ottimo gusto, oppure era stato consigliato molto bene.
Il maggiordomo mi disse che il suo padrone era atteso a casa da un momento allaltro, e mi condusse in biblioteca per un t. Lawson, dopotutto, aveva lasciato in patria i Tintoretto e i vasi Ming. Era un locale lungo e basso, con le pareti rivestite di pannelli di teak fino a met altezza, e sugli scaffali cera un gran numero di libri rilegati. Il pavimento di parquet era coperto da bei tappeti, ma non cerano soprammobili, tranne tre. Sulla mensola del camino scolpito cerano due dei vecchi uccelli di steatite che si potevano trovare a Zimbabwe e, in mezzo, su un piedistallo di ebano, una mezzaluna di alabastro, con curiose incisioni di segni zodiacali. Il mio anfitrione aveva modificato i suoi progetti per larredamento, ma approvavo il cambiamento.
Rientr verso le sei e mezzo, dopo che avevo consumato due sigari e mi ero quasi addormentato. Tre anni fanno una certa differenza in quasi tutti gli uomini, ma non ero preparato al Lawson che mi trovai di fronte.
Prima di tutto, era ingrassato. Invece del giovanotto magro che avevo conosciuto, vidi un essere appesantito e flaccido, che camminava strascicando i piedi, e aveva unaria stanca e irrequieta. Labbronzatura era sparita, e la sua faccia era pallida come quella di un impiegato di citt. Tornava da una passeggiata, e indossava informi abiti di flanella, che andavano larghi perfino alla sua figura ingrossata. E il peggio era che non sembrava eccessivamente contento di vedermi.
Mormor qualcosa a proposito del mio viaggio, quindi si lasci cadere in una poltrona e guard fuori dalla finestra.
Gli chiesi se fosse stato malato.
- Malato! No! - rispose con irritazione. - Niente del genere. Sto benissimo.
- Non hai laria di essere in forma come dovresti esserlo in un posto simile. Come passi il tempo? La caccia  buona come speravi?
Lui non rispose, ma mi sembr di udirlo borbottare qualcosa come allinferno la caccia.
Allora tentai con largomento della casa. Ne feci un elogio sperticato, ma convinto. - Al mondo non pu esserci un posto come questo - dissi.
Alla fine, volt gli occhi verso di me, e io vidi che erano intensi e irrequieti come sempre. Nel pallore del volto, gli davano un aspetto stranamente semita. La mia teoria sulla sua ascendenza era esatta.
- S - disse lentamente, - al mondo non c un posto come questo.
Quindi si alz in piedi. - Vado a cambiarmi - annunci: - La cena  alle otto. Suona per chiamare Travers, che ti mostrer la tua stanza.
Mi vestii in unimponente camera da letto, con una vista sulla valle-giardino e la scarpata fino alla linea distante delle pianure, ora color azzurro e zafferano nel tramonto. Mi vestii di malumore, perch ero offesissimo con Lawson, e anche seriamente preoccupato.
O era molto malato oppure stava uscendo di senno, ed era anche evidente che si sarebbe seccato se avessi manifestato la mia ansia per lui.
Frugai nella memoria alla ricerca di voci, ma non ne trovai. Non avevo sentito niente sul suo conto, tranne che aveva avuto uno straordinario successo con speculazioni indovinate, e che dalla cima della sua collina dirigeva le operazioni della societ con non comune abilit. Se Lawson era malato o pazzo, nessuno ne era al corrente.
La cena fu una cerimonia snervante. Lawson, un tempo piuttosto pignolo in quanto ad abbigliamento, comparve in una specie di smoking con un colletto di flanella. Non mi rivolse la parola, ma inve contro i domestici con una brutalit che mi lasci sbalordito.
Un malcapitato valletto, innervosito, gli vers un po di salsa sulla manica. Lawson gli strapp il piatto dalle mani e lo invest di insulti con una specie di furia epilettica. Inoltre, lui che era stato il pi astemio degli uomini, consumava quantit disgustose di champagne e di brandy invecchiato.
Aveva smesso di fumare e, mezzora dopo aver lasciato la sala da pranzo, annunci la sua intenzione di andare a letto. Lo osservai mentre saliva barcollando le scale, con un senso di stupore e di collera. Andai allora in biblioteca e accesi una pipa.
La mattina dopo sarei partito subito, ne ero fermamente deciso. Ma mentre me ne stavo seduto, a fissare la mezzaluna di alabastro e gli uccelli di steatite, la mia collera evapor, e subentr la preoccupazione. Ricordai che tipo in gamba fosse un tempo Lawson, come ci eravamo divertiti insieme. Ricordai soprattutto la sera in cui avevamo trovato quella valle e avevamo dato libero sfogo alla fantasia. Quale orribile alchimia in quel luogo aveva trasformato un gentiluomo in un bruto?
Pensai allalcol e alle droghe, alla follia e allinsonnia, ma niente quadrava con lopinione che avevo del mio amico. Non fu una decisione consapevole quella di rinunciare a partire, ma sapevo che non lavrei fatto.
Mentre stavo andando a letto, incontrai lassonnato maggiordomo. - La stanza del signor Lawson  in fondo al vostro corridoio, signore - mi disse. - Non dorme molto bene, perci pu darsi che lo sentiate agitarsi durante la notte. A che ora volete fare colazione, signore? Il signor Lawson se la fa portare in camera il pi delle volte.
Lingresso della mia stanza era dal grande corridoio che correva lungo tutta la parte anteriore della casa. A quanto potei stabilire, Lawson era tre stanze pi avanti e tra noi due cerano una camera da letto vuota e la camera del suo domestico. Mi sentivo stanco e irritabile, e crollai subito a letto.
Di solito dormo bene, ma mi accorsi ben presto che la sonnolenza stava scomparendo e che mi aspettava una nottata irrequieta. Mi alzai e mi lavai la faccia, sprimacciai i cuscini, pensai alle pecore che scavalcavano una collina e alle nuvole che attraversavano il cielo; ma nessuno dei vecchi stratagemmi ebbe successo.
Dopo essermi preso in giro per unora circa mi arresi alla realt e, supino sulla schiena, fissai il soffitto bianco e le chiazze di chiarore lunare sulle pareti.
Era senza dubbio una notte sbalorditiva. Mi alzai, indossai una vestaglia e accostai una sedia alla finestra. La luna era quasi piena, e tutto laltopiano galleggiava in un fulgore davorio e dargento.
Le sponde del torrente erano nere, ma il lago era attraversato da una grande striscia di luce, che lo faceva apparire come un orizzonte, e Torlo di terra oltre esso era come una nuvola contorta. Pi lontano, sulla destra, vidi il profilo delicato del boschetto al quale mi ero abituato a pensare come la Selva di Ashtaroth. Non cera un solo suono nellaria. Sembrava che la terra dormisse tranquilla sotto la luna, eppure avevo la sensazione che fosse una pace illusoria. Quel luogo era pervaso da una febbrile inquietudine.
Era unimpressione che non riuscivo a spiegarmi, ma cera. Qualcosa si stava agitando nel vasto paesaggio illuminato dalla luna sotto la sua maschera di profondo silenzio. Mi sentivo come mi ero sentito la sera di tre anni prima, quando ero entrato a cavallo nella selva. Non pensavo che linfluenza, quale che fosse, avesse una natura malefica. Sapevo soltanto che era stranissima e che mi teneva sveglio.
Decisi di procurarmi un libro. Non cerano lampade nel corridoio tranne la luna, e tutta la casa ne era illuminata mentre scendevo la grande scala e attraversavo latrio fino alla biblioteca. Accesi le luci, ma le spensi subito dopo. Mi sembravano una profanazione, e non ne avevo bisogno.
Trovai un romanzo francese, ma il posto mi affascinava, cos rimasi. Mi sedetti in una poltrona davanti al camino e agli uccelli di pietra. Al chiaro di luna, quei goffi volatili avevano un aspetto molto strano, come Grandi Alcidi preistorici. Ricordo che la mezzaluna di alabastro scintillava come madreperla trasparente, e mi interrogai sulla sua storia. Gli antichi sabei si erano serviti di un gioiello simile per i loro riti nella Selva di Ashtaroth?
Fu allora che udii un rumore di passi oltre la finestra. Una casa grande come quella doveva avere una guardia, ma quei passi affrettati e strascicati non erano di certo landatura svogliata di un domestico. Proseguirono fino allerba e si spensero. Cominciai a pensare di tornare in camera.
Nel corridoio notai che la porta di Lawson era spalancata, e che una luce vi era stata lasciata accesa. Ebbi limperdonabile curiosit di sbirciare dentro. La stanza era deserta, e il letto intatto. Adesso sapevo di chi erano i passi fuori dalla finestra della biblioteca.
Accesi una lampada da studio e cercai di interessarmi a La Cruelle Enigme. Ma la mia mente era irrequieta, e non riuscivo a tenere gli occhi sulla pagina. Gettai via il libro e mi sedetti di nuovo accanto alla finestra. Fui pervaso dalla sensazione di essere seduto in un palco di teatro. La valle era un enorme palcoscenico, sul quale gli attori potevano comparire da un momento allaltro.
Ero concentrato allo spasimo, come se fossi stato in attesa dellapparizione di unattrice di fama mondiale. Ma non successe niente, a parte le ombre che si spostarono e si allungarono mentre la luna attraversava il cielo.
Poi, di colpo, lirrequietudine mi abbandon e, nello stesso istante, il silenzio fu rotto dal canto di un gallo e dal fruscio degli alberi al lieve vento. Mi sentivo molto assonnato e stavo dirigendomi al letto quando udii di nuovo un rumore di passi allesterno. Dalla finestra potei vedere una figura che attraversava il giardino, diretta alla casa. Era Lawson, avvolto nel genere di vestaglia di spugna che si indossa a bordo delle navi. Camminava lentamente e a fatica, come se fosse esausto. Non vedevo la sua faccia, ma aveva laria di uno al colmo della spossatezza e dellabbattimento.
Andai a letto e dormii profondamente, svegliandomi solo quando lalba era gi sorta da un pezzo.
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3.
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Mi faceva da valletto il cameriere personale di Lawson. Mentre preparava i miei vestiti, minformai sulla salute del suo padrone e mi fu detto che aveva dormito male e non si sarebbe alzato fino a tardi.
Poi luomo, un inglese dallespressione ansiosa, mi diede alcune informazioni spontanee. Il signor Lawson era afflitto da una delle sue crisi. Sarebbe passata in un giorno o due, ma fino ad allora non era in grado di fare niente. Mi consigli di parlare con il signor Jobson, il fattore, che si sarebbe occupato di intrattenermi durante lassenza del padrone.
Jobson arriv prima di pranzo, e vederlo fu la prima cosa positiva di Welgevonden. Era un grosso e burbero scozzese di Roxburghshire, senza dubbio assunto da Lawson come un obbligo morale alla sua ascendenza. Aveva corte basette brizzolate, una faccia segnata dalle intemperie e occhi azzurri, calmi e scaltri. Mi spiegai come mai l regnasse un ordine cos perfetto.
Cominciammo con lattivit sportiva, e Jobson mi illustr cosa offriva la regione in quanto a pesca e caccia. La sua esposizione fu breve ed efficiente, e mi accorsi che i suoi occhi non smettevano di scrutarmi. Era evidente che aveva molto da dire su altre questioni a parte lattivit sportiva.
Gli dissi che ero stato l con Lawson tre anni prima, quando aveva scelto la localit. Jobson continu a osservarmi con curiosit. - Ho sentito il signor Lawson parlare di voi. Siete un suo vecchio amico, a quanto ne so.
- Il pi vecchio - risposi. - E mi dispiace scoprire che il luogo non gli giova. Non riesco a immaginare il motivo, perch voi sembrate piuttosto in forma.  da molto che  depresso?
- Va e viene - disse il signor Jobson. - Ha una brutta crisi, pi o meno una volta al mese, ma nel complesso questo posto ha un pessimo effetto su di lui. Non  pi luomo che ho conosciuto quando sono arrivato qui.
Jobson mi stava guardando con aria molto seria e franca. Mi azzardai a fare una domanda.
- Secondo voi, qual  il problema?
Lui non rispose subito, ma si protese in avanti e mi diede un colpetto sul ginocchio.
- Penso sia qualcosa che i dottori non possono curare. Guardatemi, signore. Mi hanno sempre considerato un tipo ragionevole, ma se vi dicessi cosho in testa, pensereste che sono squilibrato. Tuttavia, vi dir una cosa. Aspettate che passi stanotte e poi ripetete la domanda. Forse voi e io ci troveremo daccordo.
Il fattore si alz per andarsene. Mentre lasciava la stanza mi lanci un commento al di sopra della spalla.
- Leggete lundicesimo capitolo del Primo Libro dei Re.
Dopo pranzo andai a fare una passeggiata. Iniziai salendo in cima alla collina per bearmi dellimpareggiabile bellezza del paesaggio. Vidi in lontananza le colline in territorio portoghese, a un centinaio di miglia, che innalzavano sottili dita azzurre verso il cielo.
Il vento soffiava leggero e fresco, e nellaria cera la fragranza di un migliaio di profumi delicati. Scesi poi nella valle e risalii il torrente che attraversava il giardino. Stelle di Natale e oleandri fiammeggiavano in angoli riparati, e cera un paradiso di ninfee colorate in zone di acqua pi stagnante.
Vidi belle trote da catturare con la mosca artificiale, ma la pesca non minteressava. Poco dopo mi trovai oltre il giardino, dove i prati si estendevano fino al margine della Selva di Ashtaroth.
Mi ricordava un antico quadro italiano. Solo che, mentre la mia memoria lo rievocava, avrebbe dovuto essere popolato da strane figure: ninfe che danzavano sul tappeto verde, e un fauno dalle orecchie appuntite che sbirciava tenendosi al riparo. Di una grazia e di una bellezza inesplicabili, si ergeva nella calda luce del sole pomeridiano, allettando con un senso di fascino nascosto.
Con profondo rispetto passeggiai tra gli esili alberi, fino al punto dove la piccola torre conica si ergeva per met al sole e per met nellombra.
Notai allora qualcosa di nuovo. Intorno alla torre correva uno stretto sentiero di erba calpestata da piedi umani. La prima volta che ero stato l non cera nessun sentiero, perch ricordavo che lerba cresceva alta fino al bordo della pietra. I cafri ne avevano forse fatto un tempio, o cerano altri e strani seguaci?
Quando tornai alla casa trovai Travers con un messaggio per me. Il signor Lawson era ancora a letto, ma gli sarebbe piaciuto che andassi da lui. Trovai il mio amico seduto che beveva una tazza di t forte un errore, avrei detto, per uno nelle sue condizioni.
Ricordo di aver girato lo sguardo sulla stanza cercando qualche indizio del pernicioso vizio di cui lo credevo vittima. Ma il locale era fresco e pulito, con le finestre spalancate e, anche se non avrei potuto spiegarlo, ero convinto che droghe o alcol non avessero niente a che vedere con la malattia.
Mi ricevette con maggiore educazione, ma rimasi impressionato dal suo aspetto. Cerano grandi borse sotto i suoi occhi, e la pelle aveva laspetto grinzoso e gonfio di chi  affetto da idropisia. Anche la sua voce era esile e acuta. Soltanto nei grandi occhi brillava una vitalit febbrile.
- Sono un pessimo padrone di casa - disse - ma diventer ancora pi inospitale. Voglio che te ne vada via. Odio che ci sia qualcuno presente quando sono gi di corda.
- Sciocchezze - replicai. - Hai bisogno che qualcuno si prenda cura di te. Voglio sapere di questa malattia. Ti sei fatto visitare da un medico?
Lui sorrise. - I medici non mi sono di nessuna utilit. Ti dico che non  niente dimportante. Star bene ira un giorno o due, e allora potrai tornare. Voglio che te ne vada con Jobson a caccia nelle pianure fino alla fine della settimana. Ti divertirai di pi, e io mi sentir meno in colpa.
Respinsi naturalmente lidea, e Lawzon si arrabbi.
Dannazione - url, - perch mimponi la tua presenza quando io non ti voglio? Ti dico che la tua presenza mi fa star peggio. Tra una settimana sar di nuovo in forma, e allora te ne sar grato. Ma ora vattene; dammi retta, vattene.
Vidi che stava per avere uno scoppio dira. - Daccordo - dissi in tono conciliante. - Jobson e io andremo a caccia. Ma sono terribilmente in ansia per te, vecchio mio.
Lui si adagi sui cuscini. - Non devi preoccuparti. Ho soltanto bisogno di un po di riposo. Jobson si occuper di organizzare ogni cosa e Travers ti procurer tutto quello che vuoi. Arrivederci.
Capii che era inutile insistere, cos uscii dalla stanza. Fuori trovai il domestico dallespressione ansiosa.
- Ascolta - dissi, - il signor Lawson pensa che dovrei andarmene, ma io intendo restare. Se te lo chiede, digli che me ne sono andato. E, per amor del cielo, fa che resti a letto.
Luomo promise e a me sembr di scorgere un certo sollievo sulla sua faccia.
Andai in biblioteca e, strada facendo, ricordai il commento di Jobson a proposito del Primo Libro dei Re. Dopo qualche ricerca trovai una Bibbia e la sfogliai fino al passaggio. Era una lunga diatriba sulle malefatte di Salomone, e la lessi tutta senza ottenere lumi. Cominciai a rileggerla e, dun tratto, una frase attir la mia attenzione:
Perch Salomone segu Ashtaroth, dea di quelli di Sidone.
Tutto l, ma era come la chiave per decifrare un messaggio in codice. Di colpo mi balen per la mente ci che avevo udito o letto sullo strano rituale che aveva indotto Israele al peccato. Vidi una terra arsa dal sole e un popolo votato al servizio rigoroso di Geova.
Ma vidi anche occhi distogliersi dallaustero sacrificio e guardare verso solitarie selve in cima a colline, verso torri e immagini, dove dimorava un oscuro e diabolico mistero. Vidi gli spietati profeti flagellare i seguaci, e una nazione penitente davanti al Signore; ma di nuovo le ricadute nel peccato e la brama per piaceri proibiti. Ashtaroth era lantica dea dellest. Non era possibile che in tutto il sangue semita restasse, trasmessa di generazione in generazione, una certa smania per il suo incantesimo? Pensai al nonno nella strada secondaria di Brighton e a quegli occhi ardenti al piano di sopra.
Mentre riflettevo, il mio sguardo cadde sui misteriosi uccelli di pietra. Essi conoscevano tutti quegli antichi segreti di felicit e di terrore. E quella mezzaluna di alabastro! Qualche fosco sacerdote laveva indossata sulla fronte quando venerava, come Achab, tutte le legioni celesti del Paradiso.
E allora, francamente, cominciai ad avere paura. Io, un prosaico e moderno gentiluomo cristiano, un mezzo credente in semplici fedi, ero alla presenza di un antico mistero peccaminoso, molto pi antico delle religioni o della cristianit. Cera paura nel mio cuore, una specie di disgusto fastidioso e, soprattutto, un turbamento irrequieto e terrificante. Adesso avrei voluto andarmene, eppure mi vergognavo di quel pensiero da codardo.
Mi figurai la Selva di Ashtaroth con puro e semplice raccapriccio. Quale tragedia era nellaria? Quale segreto aspettava il crepuscolo? Perch la notte incombeva, la notte della Luna Piena, il momento dellestasi e del sacrificio.
Non so come riuscii a superare la serata. Non avevo nessuna voglia di cenare, cos mangiai una cotoletta in biblioteca e rimasi seduto a fumare fino ad avere la lingua riarsa. Ma, con il passare delle ore, una decisione pi coraggiosa si form nella mia mente.
In nome della vecchia amicizia dovevo stare vicino a Lawson in quella difficile situazione. Non potevo interferire - Dio sa che la sua ragione sembrava gi vacillante - ma potevo essere a portata di mano nel caso che si presentasse la mia occasione. Decisi di restare vestito e di montare la guardia tutta la notte. Feci un bagno e mi cambiai indossando pantaloni di flanella e pantofole. Quindi mi appostai in un angolo della biblioteca, vicino alla finestra, cos non avrei potuto fare a meno di udire i passi di Lawson.
Per fortuna lasciai le luci spente, perch mentre aspettavo mi colse la sonnolenza e mi addormentai. Mi svegliai che la luna era gi sorta, e capii dallaria che era tardi.
Rimasi immobile, tendendo lorecchio e, mentre ascoltavo, udii un rumore di passi. Stavano attraversando latrio, in modo furtivo, e si avvicinavano alla porta della biblioteca.
Mi rannicchiai nel mio angolo quando Lawson entr.
Indossava la stessa vestaglia di spugna e si muoveva rapido e silenzioso, come se fosse in trance. Lo osservai prendere la mezza luna di alabastro dalla mensola del camino e infilarla in tasca. Un barlume di pelle bianca indic che, sotto la vestaglia, era nudo. Passandomi davanti, si diresse alla finestra, lapr e usc.
Per una decisione inconsapevole, mi alzai e lo seguii, sbarazzandomi delle pantofole in modo da non lare rumore. Lui stava correndo, veloce, attraverso i prati in direzione della Selva una strana e informe grottesca nel chiarore lunare. Mi arrestai, perch non cerano ripari, e temevo per la sua ragione se mi avesse visto. Quando guardai di nuovo, era scomparso tra gli alberi.
Non vidi altra soluzione se non strisciare, cos, pancia a terra, avanzai sullumido terreno erboso. In quella scena cera una ridicola allusione alla caccia al cervo che mi divert e dissip il mio disagio.
Mi convinsi quasi che stavo pedinando un normale sonnambulo. I prati erano pi estesi di quanto mi ero immaginato, e mi sembr uneternit prima di arrivare al limitare della Selva. Il mondo era cos silenzioso che avevo limpressione di fare un baccano spaventoso. Ricordo che una volta udii un fruscio nellaria e, alzando lo sguardo, vidi le colombe verdi volare in cerchio intorno alle cime degli alberi.
Non cera traccia di Lawson. Penso che tutta la mia sicurezza svan al limitare della Selva. Potevo vedere tra i tronchi fino alla piccola torre, ma regnava silenzio di tomba, a parte il fruscio di ali in alto. Di nuovo fui pervaso dalla sensazione insopportabile di aspettativa che avevo provato la sera prima.
Mi formicolavano i nervi per un miscuglio di curiosit e di timore. Non ritenevo che avrei corso qualche pericolo, perch le potenze dellaria non sembravano maligne. Ma le riconoscevo come potenze e ne ero intimorito e mortificato. Ero in presenza delle legioni celesti del Paradiso, e non ero un rigoroso profeta israelita per prevalere su di esse.
Devo essere rimasto sdraiato ad aspettare per ore in quel luogo spettrale, con gli occhi incollati sulla torre e il suo cocuzzolo, dorato di chiarore lunare.
Mi ricordo che avevo in testa un senso di vuoto e di leggerezza, come se il mio spirito si stesse disincarnando e abbandonando il suo involucro fradicio di rugiada.
Ma la sensazione pi curiosa era che qualcosa mi attirava verso la torre, qualcosa di mite e di gentile e alquanto debole, perch cera unaltra forza pi forte che mi tratteneva. Smaniavo di avvicinarmi, ma non riuscivo a muovere gli arti di un solo centimetro.
Da qualche parte cera un sortilegio che non riuscivo a spezzare. Non credo che provassi paura in quel momento. Linfluenza stellare mi stava giocando tiri mancini, ma la mia mente era mezzo addormentata. Solo che non staccavo mai gli occhi dalla piccola torre. Credo che non avrei potuto, neanche se lavessi voluto.
Poi, dun tratto, dalle ombre spunt Lawson. Era nudo come un verme e indossava, legata intorno alla fronte, la mezzaluna di alabastro. Aveva anche qualcosa in mano, qualcosa che scintillava.
Correva intorno alla torre, canticchiando tra s e agitando con frenesia le braccia verso il cielo. A volte la cantilena si trasformava in un grido acuto di passione, come quello di una menade al seguito di Bacco. Non riuscii a distinguere una sola parola, ma il suono era di per s esplicito. Lawson era assorto in qualche estasi infernale. E mentre correva, si passava la mano destra sul torace e sulle braccia, e vidi allora che stringeva un coltello.
Mi venne la nausea per il disgusto, non terrore, ma schietto ribrezzo fisico. Lawson, sfregiando il suo grasso corpo, mi faceva provare un senso opprimente di ripugnanza. Volevo avanzare e fermarlo, ma volevo anche essere lontano cento miglia. La conseguenza fu che rimasi immobile. Penso che fu la mia stessa forza di volont a trattenermi l ma dubito che, in caso di necessit, sarei riuscito a muovere le gambe.
La danza divenne pi veloce e pi violenta. Vidi il sangue gocciolare dal corpo di Lawson, e la sua faccia di un pallore spettrale sopra il torace sfregiato.
E, dun tratto, lorrore mi abbandon; mi girava la lesta e per un secondo, un breve secondo, mi parve di sbirciare in un mondo nuovo.
Una strana passione mi crebbe nel cuore. Mi sembr di vedere la terra popolata di forme non umane, difficilmente divine, ma pi desiderabili di uomo o dio. La superficie calma della Natura sinfranse per me in increspature di allucinanti percezioni. Vidi le cose che accarezzano lanima nei sogni, e le trovai incantevoli. Non sembrava che ci fosse crudelt nel coltello e nel sangue. Era una forma sottile e misteriosa di adorazione, pura tanto quanto il canto mattutino degli uccelli.
Non so come i semiti giudicassero il rituale di Ashlaroth;  molto probabile che per loro abbia rivestito un carattere pi estatico e appassionato di quanto parve a me. Perch io vi vidi soltanto la dolce semplicit della Natura, e tutti gli enigmi della lussuria e del terrore si placarono, cos come una madre placa gli incubi di un bambino. Nella semioscurit, avanzai di due passi verso la torre.
E subito dopo era tutto finito. Un gallo cant e furono ripristinati i rumori familiari della terra. Mentre me ne stavo stordito e in preda ai brividi, Lawson si precipit attraverso la Selva e verso di me. Lo slancio lo port fino al limitare, dove cadde svenendo appena fuori dallombra.
Ritrovai la ragione e il buonsenso insieme con la forza fisica. Mi caricai sulle spalle il mio amico e mi diressi barcollando verso la casa. Adesso avevo davvero paura, e pi di tutto mi terrorizzava il pensiero di non averne provata prima. Ero andato vicinissimo allobbrobrio di quelli di Sidone.
Alla porta incontrai il valletto spaventato. A quanto pareva, si era gi trovato in quel genere di situazione.
- Il tuo padrone  caduto mentre era in preda al sonnambulismo - dissi. - Dobbiamo portarlo subito a letto.
Lavammo le ferite mentre lui giaceva in un profondo torpore e io lo vestii come meglio potei. Lunico pericolo era quello della sua spossatezza perch, per fortuna, i tagli non erano gravi e nessuna arteria era stata toccata. Il sonno e il riposo lavrebbero aiutato a rimettersi, perch era un uomo di forte costituzione.
Stavo uscendo dalla stanza quando apr gli occhi e parl. Non mi riconobbe, ma notai che il suo non era pi un volto estraneo, ma quello dellamico che avevo conosciuto.
Fu allora che mi ricordai di colpo di un vecchio rimedio che lui e io ci portavamo sempre appresso nelle nostre spedizioni di caccia.
Si tratta di pillole preparate secondo unantica prescrizione portoghese. Una  un ottimo rimedio per la lebbre. Due sono preziose se ti sei perso nella foresta, perch ti spediscono in un sonno profondo per molte ore, in modo da prevenire il dolore e la follia fino allarrivo dei soccorsi. Tre procurano una morte indolore.
Andai nella mia camera e trovai la scatoletta nel mio portagioie. Lawson ne inghiott due e si gir stancamente su un fianco. Ordinai al suo domestico di lasciarlo dormire e andai a cercare qualcosa da mettere sotto i denti.
...
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...
4.
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Dovevo occuparmi di una questione che non poteva aspettare. Jobson, che avevo mandato a chiamare, arriv per le sette e mi aspettava in biblioteca. Capii dalla sua espressione arcigna che avevo in lui un ottimo sostituto di un profeta del Signore.
- Avete ragione - dissi. - Ho letto lundicesimo capitolo del Primo Libro dei Re, e ho passato una notte tale quale prego Dio di non passarne mai pi.
- Immaginavo che sarebbe successo - replic lui. - Ho fatto anchio la stessa esperienza.
- La Selva?
- Gi, il bosco - fu la risposta in accento scozzese.
Volevo scoprire fino a che punto capiva.
- La famiglia del signor Lawson proviene dal Border scozzese?
- Gi. Ho sentito dire che vengono dalle parti di Borthwick Water - rispose Jobson, ma gli lessi negli occhi che capiva quello che intendevo.
- Il signor Lawson  il mio pi vecchio amico - proseguii - e prender delle misure per curarlo. Mi assumer tutta la responsabilit di quello che far e bader che il vostro padrone lo capisca senza ombra di dubbio. Ma se voglio riuscirci ho bisogno del vostro aiuto. Me lo darete? Sembra una follia e voi, essendo un uomo ragionevole, potreste preferire di restarne fuori. Lascio a voi decidere.
Jobson mi guard dritto negli occhi. - Non abbiate paura per me - disse. - C qualcosa di empio in quel luogo e, se ne avr la forza, lo distrugger.  stato un buon padrone per me e, per di pi, sono un cristiano. Perci parlate, signore.
Latmosfera era inconfondibile. Avevo trovato il mio profeta.
- Voglio degli uomini, tanti quanti possiamo procurarcene.
Jobson riflett un attimo. - I cafri non si avvicinerebbero mai a quel posto, ma ci sono una trentina di uomini bianchi alla piantagione. Loro faranno quello che volete, se gli darete una garanzia scritta.
- Bene. Allora prenderemo le nostre direttive dallunica autorit che risponde al caso. Seguiremo lesempio di re Giosia. - Voltai le pagine fino al ventitreesimo capitolo del Secondo Libro dei Re e lessi:
E le alture che erano di fronte a Gerusalemme, alla destra del Monte della Corruzione, che Salomone il re di Israele aveva costruito in onore di Ashtaroth, obbrobrio di quelli di Sidone il re profan.
E il re fece a pezzi le immagini, e abbatt i boschi, e riemp il loro spazio con ossa di uomini.
Inoltre, laltare che era a Betel, e laltura che Geroboamo, il figlio di Nebat, che indusse Israele al peccalo, aveva eretto, demol e bruci laltura e la ridusse in polvere, e bruci la selva.

Jobson annu. - Occorrer la dinamite, ma ne ho in abbondanza allofficina. Vado a radunare i ragazzi.
Prima delle nove, gli uomini erano riuniti in casa di Jobson. Erano un gruppo di giovani e robusti contadini, che ubbidivano con docilit allautoritario fattore. Dietro mio ordine avevano portato i loro fucili. Li munimmo di vanghe e di asce, e uno di loro caric su un carretto alcuni rotoli di corda.
Nellaria limpida e senza vento del mattino la Selva, posta in mezzo ai suoi prati, sembrava troppo innocente e squisita per essere malvagia. Provai una fitta di rimpianto che una cosa cos bella dovesse essere danneggiata; anzi, se vi fossi andato da solo, credo che avrei potuto cambiare idea. Ma gli uomini erano l, e Jobson, scuro in volto, aspettava ordini. Piazzai gli uomini con i fucili e mandai dei battitori allestremit opposta.
Dissi loro che tutte le colombe dovevano essere abbattute.
Era solo un piccolo stormo, e ne uccidemmo quindici alla prima battuta. I poveri uccelli volarono sopra la valle, verso un altro boschetto, ma noi li costringemmo a tornare e ne caddero sette.
Altri quattro furono sorpresi tra gli alberi e io uccisi di persona lultimo con un tiro a distanza. In mezzora cera un mucchio di piccoli corpi verdi sul prato.
Poi ci mettemmo allopera per abbattere gli alberi. Gli esili tronchi erano un compito facile per un bravo boscaiolo, e uno dopo laltro caddero a terra. Nel frattempo, mentre osservavo, presi coscienza di una strana emozione.
Era come se qualcuno mi stesse supplicando. Una voce gentile, non minacciosa, ma implorante qualcosa di troppo impalpabile per lorecchio umano, ma che toccava le corde pi recondite dello spirito. Era cos tenue e distante che non riuscivo a immaginare che ci fosse dietro una personalit. Era piuttosto la grazia invisibile e incorporea di quella deliziosa valle, qualche antica e squisita divinit dei boschi. Cera in essa lessenza di tutte le malinconie, e lanima di tutta la bellezza. Sembrava la voce di una donna, qualche dama smarrita che al mondo non aveva apportato altro che bont non ripagata. E quello che la voce mi diceva era che stavo distruggendo il suo ultimo rifugio.
Era in quello il patos la voce era senza casa. Mentre le asce lampeggiavano alla luce del sole e il bosco si diradava, quello spirito gentile implorava misericordia e una breve tregua. Sembrava che stesse narrando di un mondo cresciuto per secoli rozzo e spietato, di lunghi e tristi vagabondaggi, di rifugi conquistati a fatica, e di una pace che era tutto quello che chiedeva agli uomini. Non cera niente di terribile in essa. Nessun pensiero di misfatti.
Lincantesimo, che il mistero del male possedeva per il sangue semita, era per me, di razza nordica, solo delicato, raro e bello. Jobson e gli altri non lo avvertivano; io, con i miei sensi pi affinati, ne coglievo soltanto la disperata tristezza. Ci che aveva acceso la passione in Lawson, stava soltanto straziandomi il cuore.
Mentre gli alberi crollavano e gli uomini si asciugavano il sudore dalla fronte, a me stesso apparivo come l'assassino di belle donne e di bambini innocenti. Ricordo che le lacrime mi colavano lungo le guance. Pi di una volta aprii la bocca per dare un contrordine, ma la faccia di Jobson, quellarcigno profeta, mi tratteneva.
Adesso sapevo cosera a dare ai profeti del Signore la loro superiorit, e capivo anche perch la gente a volte li lapidava.
Lultimo albero cadde e la piccola torre rimase come un tempio violentato, privato di ogni difesa contro il mondo. Udii la voce di Jobson che diceva: - Adesso faremmo meglio a far saltare quella dannata cosa. Scaveremo sui quattro lati e sistemeremo la dinamite. Avete laria di non stare bene, signore. Vi conviene andare a sedervi.
Risalii il pendio della collina e mi sdraiai. Sotto di me, nello scempio dei tronchi tagliati, gli uomini correvano di qua e di l, e vidi iniziare la posa delle mine. Sembrava tutto un sogno senza scopo, nel quale non avevo parte. La voce di quella dea senza casa stava ancora implorando. Era la sua innocenza a torturarmi. Era cos che doveva aver sofferto un inquisitore misericordioso per le suppliche di una bella ragazza, con laureola della morte sui capelli.
Sapevo che stavo uccidendo una bellezza rara e irrecuperabile. Mentre me ne stavo intontito e affranto, tutta la leggiadria della Natura sembrava implorare per la sua divinit. Il sole nei cieli, le linee dolci dellaltopiano, lazzurro misterioso delle pianure in lontananza, tutto faceva parte di quella voce melodiosa.
Provavo un amaro disprezzo per me stesso. Mi ero macchiato di sangue; no, mi ero macchiato del peccato contro la luce che non conosce perdono. Stavo uccidendo la dolcezza innocente, e sulla terra non ci sarebbe stata pi pace per me. Eppure, me ne stavo seduto, impotente, imprigionato dal potere di una volont pi inflessibile. E la voce continuava a indebolirsi e a spegnersi in una malinconia indicibile.

Dun tratto, una grande fiammata sal verso il cielo, e una coltre di fumo. Udii le grida degli uomini, e frammenti di pietra ricaddero intorno alle rovine del bosco. Quando laria si schiar, la piccola torre era scomparsa.
La voce taceva e mi sembrava che sul mondo regnasse un silenzio funereo. Mi alzai in piedi spinto dallo shock e corsi gi dal pendio fino al punto dove si trovava Jobson.
- Con questo il lavoro  concluso. Adesso dobbiamo eliminare le radici degli alberi. Non c tempo di estirparle. Le faremo saltare tutte e quante.
Lopera di distruzione prosegu, ma io stavo recuperando la ragione. Riflettei allesperienza della notte e agli occhi stravolti di Lawson, e presi la ferma decisione di andare fino in fondo. Io avevo dato inizio allazione, e toccava a me completarla. Mi pass per la mente un testo di Geremia: I loro figli ricordano i loro altari e i loro boschi dagli alberi verdi sulle alture.  Avrei badato a far s che quella selva cadesse in un oblio totale.
Facemmo saltare in aria le radici degli alberi e, servendoci di buoi, raccogliemmo i detriti in un grande mucchio. Gli uomini si misero quindi allopera con le loro vanghe e livellarono il terreno. Io stavo tornando a essere quello di un tempo, e lenergia di Jobson stava diventando la mia.
- Resta unultima cosa - gli dissi. - Fate preparare un paio di aratri. Faremo meglio di re Giosia. - Il mio cervello era un miscuglio di passi delle Scritture, ed ero deciso a non tralasciare nessuna misura di sicurezza.
Aggiogammo di nuovo i buoi e passammo gli aratri sulla zona del bosco. Era unaratura grossolana, perch il terreno era disseminato di pezzi di pietra della torre, ma i lenti buoi boeri perseveravano laboriosi e, nel corso del pomeriggio, lopera fu completata. Mandai quindi a prendere alla fattoria sacchi di salgemma, come quello che usano per il bestiame. Jobson e io prendemmo un sacco a testa e camminammo su e gi lungo i solchi, seminandoli di sale.
Lultimo atto fu di dar fuoco al mucchio dei tronchi. Bruciarono bene, e in cima gettammo i corpi delle colombe verdi. Gli uccelli di Ashtaroth ebbero una degna pira.
Congedai quindi gli uomini, molto perplessi, e Jobson e io ci scambiammo una solenne stretta di mano. Nero di polvere e di fumo tornai a casa, dove ordinai a Travers di fare le mie valigie e di chiamare lauto. Trovai il domestico di Lawson e seppi da lui che il suo padrone dormiva tranquillo. Gli diedi alcune istruzioni, quindi andai a lavarmi e a cambiarmi.
Prima di partire scrissi qualche riga a Lawson. Iniziai trascrivendo i versi dal ventitreesimo capitolo del Secondo Libro dei Re. Gli spiegai cosavevo fatto e i miei motivi. Mi assumo tutta la responsabilit scrissi. Nessun uomo del posto ha avuto una parte in ci tranne me. Ho agito come ho fatto in nome della nostra vecchia amicizia e, credimi, non  stato un compito facile per me. Spero che capirai. Quando ti sentirai in grado di vedermi, fammelo sapere, e io torner e chiarir tutto con te. Ma penso che ti renderai conto che ti ho salvato lanima.

Il pomeriggio stava amalgamandosi nel crepuscolo quando lasciai la casa e presi la strada per Taqui. Il grande rogo, dove un tempo cera la Selva, stava ancora ardendo con violenza, e il fumo formava una nuvola sopra la parte alta della valle, riempiendo laria di una foschia color viola tenue. Sapevo di aver agito nellinteresse del mio amico, e che lui avrebbe ritrovato la ragione e mi sarebbe stato riconoscente. La mia mente era tranquilla su quel punto, e affrontavo il futuro con un certo sollievo. Ma mentre la vettura arrivava in cima alla cresta, mi voltai a guardare la valle che avevo oltraggiato. La luna si stava levando e inargentava il fumo, e attraverso gli squarci potevo vedere le lingue di fuoco. Per un motivo che non avrei saputo spiegare, il lago, il torrente, il giardino, perfino i verdi pendii della collina, avevano unaria malinconica e profanata.
Fui di nuovo preso dallangoscia, e capii di aver scacciato qualcosa di incantevole e adorabile dal suo ultimo rifugio sulla terra.
LINSENATURA DEI PESCHI DAI FIORI ROSSI 
di Kenneth Morris

Wang Tao-chen amava gli antichi: ecco perch faceva il pescatore. La modernit potevate definirla irrimediabile: era meglio lasciarla in pace. Ma al largo, al centro del lago, quando le distanze erano tutte una foschia azzurra e il mondo una vacuit color zaffiro, si poteva respirare latmosfera dellantica pace e dedicarsi alla ricerca dellimmortalit.
Con lo studio dei Classici, con i sensi a riposo, e coltivando uno stato danimo di benevolenza universale, Wang Tao-chen si proponeva di diventare superiore al tempo e ai mutamenti: un Sennin, un adepto, immortale.
Aveva da molto tempo rinunciato al desiderio di una carriera ufficiale. Il caso sarebbe stato diverso, pensava, se si fosse potuto vedere il modo, ricoprendo una carica, di riformare lamministrazione. Uno avrebbe superato gli esami, accettato una prefettura, salito la scala delle promozioni, e messo a frutto la propria cultura e la propria personalit.
Uno avrebbe stabilito la pace, naturalmente; e poco dopo, forse, avrebbe ottenuto di essere riannesso a uno dei numerosi regni in cui era diviso limpero di Han.
Purtroppo, due sole strade portavano al successo: la forza e la frode.
E, per un paradosso, tutte e due conducevano sempre al fallimento. Appena avevi conquistato una carica con linganno o la prepotenza, eri bollato come preda da tutti gli altri imbroglioni e prepotenti; e non dovevi aspettare che un anno o due perch i pi abili di loro ti buttassero fuori, consegnato al Comitato Punizioni, e forse ridotto di statura di una testa. Gli svantaggi di una simile carriera superavano le sue tentazioni; e Wang Tao-chen aveva deciso che non era fatta per lui.
Cos, si astenne del tutto dalla politica e trasfer le sue ambizioni in campi pi segreti. Inoperoso, se la sarebbe cavata bene per la sua epoca; rinunciando a lottare avrebbe raggiunto il possesso del Tao. Sarebbe stato in pace in un mondo incline alla violenza; onesto mentre tutti erano imbroglioni; sereno e senza ambizioni in tempi di chiassosa ambizione. Che il bottino delle cariche andasse a uomini inferiori; per lui, lazzurra calma del lago, lazzurro vuoto sopra la testa: il luogo che la sua anima dovrebbe riflettere ed emulare, e il luogo imperturbato e silenzioso che rifletteva ed emulava il paradiso.
Dove si poteva anche passare la giornata dimentichi che quello stupido di Li Kuang-ming, uno dei suoi vicini, aveva gi ottenuto la sua prefettura, e la stava sfruttando bene; o come quel tronfio e pomposo Fan Kao-sheng aveva conquistato il suo diploma in chin shih, e tutti gli stolti ne parlavano bene. Lui li avrebbe esaminati tutti e due nei Classici!
Certo non cera migliore occupazione della pesca per la meditazione. Non si subivano interruzioni, tranne quando il pesce abboccava. Wang toller quella loro detestabile abitudine per un anno o due; e ogni sera portava a casa alla moglie un buon numero di pesci, finch arriv il momento in cui si sbarazz, cos gli parve, delle ambizioni e dei desideri terreni.
Allora, quando pot ascoltare dei successi di Li e di Fan con animo sereno, e la sua mente fu indirizzata esclusivamente verso la saggezza, abbandon i libri per la contemplazione pura, e divenne insofferente perfino delle attenzioni dei pesci. Avrebbe emulato i saggi dellantichit: da quel punto di vista, una questione semplicissima. Non si doveva far altro che raddrizzare lamo prima di lanciarlo, e ogni essere con pinne e squame nel lago Tao-ting poteva aspettare il suo turno per mordicchiare lesca, senza far cadere nessuno dei frutti della serenit dai rami della sua mente. Era un piano ingegnoso, e funzionava alla perfezione.
Voi potreste chiedere: Cosa avrebbe detto sua moglie? Per sua fortuna, Wang non doveva preoccuparsene pi di tanto. Si riteneva fortunato ad avere una sposa come Puhsi; la quale, anche se non poteva percorrere con lui la strada prescelta, stava di guardia allaltra estremit, per modo di dire, senza lamentarsi o protestare; e riceveva in cambio una fiducia distratta e una totale dipendenza in tutte le questioni materiali come si potrebbe dire, un generoso affetto coniugale.
Certo, la sua casa al villaggio di pescatori non era una cosa da tralasciare; ma neanche da indugiarvi troppo con la mente da parte di chi cercava limmortalit. Senza dubbio, Puhsi provava per lui il grande amore e il rispetto che sono dovuti a un marito, e non avrebbe avuto la presunzione di mettere in discussione le sue azioni.
 vero che una volta, subito dopo il loro matrimonio, lei laveva sollecitato in modo blando a seguire il corso della natura e a sostenere gli esami; ma un po di eloquenza laveva zittita.
Quanto alla faccenda dei pesci, a tempo debito le avrebbe fatto capire che non ce ne sarebbero stati pi, n da cucinare n da vendere. Una volta che ne avesse preso atto, lei si sarebbe, naturalmente, prodigata di pi per fare in modo che le cose andassero come dovevano andare. Non ci sarebbero stati n disagi n fastidi, a casa.
Come in effetti accadde. Una sera, tuttavia, esaminando la sua attrezzatura, lei scopr lamo dritto, e ci medit sopra per mesi. In seguito, fu presa da una gran voglia di pesce; allora, si alz mentre il marito dormiva e curv di nuovo lamo, dandogli con cura la forma giusta, e lo mun di esca: quindi torn a letto, sperando che tutto andasse per il meglio.
Wang Tao-chen non se ne accorse; forse perch, mentre stava radunando lattrezzatura per uscire, un vicino si present alla sua porta e gli chiese in prestito una rete, promettendo di restituirla quella sera stessa. Fu uninterruzione che infastid Wang; e il fastidio lo rese sbadato, suppongo. Era gi fuori sul lago, e aveva lanciato la lenza prima di ritrovare lautocontrollo; e laveva appena ritrovato quando ci fu uno strappo che lo fece svanire di nuovo e uno strappo tale che era impossibile ignorarlo.
Via se ne and il pesce, e Wang Tao-chen dietro di lui: correndo cos veloce sullacqua da non pensare nemmeno di mollare la canna. Sempre pi veloce, senza respiro, fino a mezzogiorno; allora, di colpo, la barca si arrest e la lenza penzol inerte. Lui la recuper e, scoprendo che amo ed esca erano intatti, si mise a riflettere sul significato di tutto quello
Era arrivato in una regione a lui sconosciuta, pi bella di tutte quelle che aveva visitato fino ad allora. Si era lasciato alle spalle il centro del lago, e si trovava allombra di alte colline. Lacqua, senza una sola increspatura, rispecchiava la bellezza delle montagne; e verso la riva, qua canne pi verdi della giada, l ibischi rigogliosi di fiori. In alto, tra i pini, un tempietto dalle tegole azzurre scintillava nellaria magica. Pi oltre, sopra il promontorio, alla cui parete a picco erano aggrappati piccoli pini che si protendevano a met strada tra terra e cielo, delicate piume di nuvole, luminose come argento lucente, galleggiavano in un cielo pi azzurro della porcellana invetriata.
Dai boschi sui fianchi delle colline veniva un canto di uccelli di una dolcezza strana e magica. Ascoltando, Wang Tao-chen sent risvegliarsi la vita dentro di s: sent lievitare una qualit calma e sacra della vita, come se avesse respirato melodie cariche di immortalit, provenienti dal Giardino di Siwangmu nel mondo occidentale. Costa e acqua sembravano inondate da una luce al tempo stesso pi vivida e pi tranquilla di tutte quelle che brillavano in regioni a lui familiari.
Gli influssi stimolanti di quel luogo pungolarono in lui la curiosit e lo incitarono allazione; prese il suo remo e cominci a remare. Gir intorno al promontorio ed entr nella baia che cera subito dopo; e mentre avanzava, si sent trascinare sempre pi vicino al cuore della bellezza e della sacralit.
Unisola ricoperta di alti pini si trovava allimboccatura della baia; cos che, a meno di non essere vicino alla costa, si poteva facilmente oltrepassare questultima senza scoprirla. Dentro, tra lisola e le colline, tutto il suo essere si elev nella poesia e nella pace. Laria che respirava era intensit di piacere, intensit di percezione. I pini che coprivano le alture su entrambi i lati si tingevano di un verde cupo e squisito. Uccelli azzurri dalla lunga coda svolazzavano come superbi gioielli tra gli alberi e fuori dal bosco, sulla baia; lacqua, limpida come un diamante, rifletteva la magia delle colline e dei pini e il cielo puro, con le sue delicate nuvolette fluttuanti; vi si rispecchiava anche la meraviglia dei pendii pi bassi dove, come nel fondo della valle, fiammeggiava una moltitudine incalcolabile di peschi dai fiori rossi, e ora tutti incantevoli come soffici nuvole al tramonto.
Rem verso la riva e oltre sotto lombra dei peschi fatati, ed entr in una stretta insenatura, dalle acque profonde, che a lui parve il sentiero che conduceva alla beatitudine e a luoghi segreti e portentosi.
I petali cadevano intorno a lui in una lenta pioggia rosata; guardando in alto, si potevano scorgere solo pezzetti e frammenti di azzurro interstiziale. Prosegu fino a quando una curva dellinsenatura lo condusse nella valle aperta: a un diradarsi degli alberi, una casa accanto allacqua, e poi unaltra e unaltra ancora, nel cuore di un villaggio sparpagliato e tra gente mite, augusta e gentile, diversa, per modo di vestire e linguaggio, da qualsiasi altra che lui avesse visto; da qualsiasi altra, avrebbe detto, che era vissuta tra le Colline di Han in tutti quei secoli.
Avevano unaria di radiosa placidit, di gioia distaccata e di benevolenza, di un modo di pensare nobile e pacato. Sembrava che stessero aspettando il suo arrivo; lo salutarono in tono maestoso ma affabile; gli mostrarono, subito dopo, una casa nella quale, dissero, avrebbe potuto vivere finch avesse voluto. Non avevano notizie, scopr, delle attivit di nessuno degli altri legni contemporanei, e non erano interessati; non esisteva nessun tipo di politica; n guerre n voci di guerre li disturbavano.
Avrebbe vissuto per sempre l, pens Wang; cose simili non si trovavano da nessunaltra parte. In quel nobile luogo sarebbe diventato saggio: sarebbe fiorito, con la stessa naturalezza di un fiore, ma raggiungendo limmortalit. Mentre gli parlavano, loro lasciavano cadere frasi stranamente illuminanti - eppure, anche stranamente fastidiose, come gli sembr: si avvertiva una stupenda saggezza nascosta, se ne scorgeva un barlume, o come se fosse uno spigolo che scivolava via; e si perdeva la soddisfazione della sua interezza. Quello era di per s il massimo degli incitamenti; con il tempo, uno avrebbe imparato e sarebbe riuscito a comprendere il tutto. Era ovvio che sarebbe rimasto con loro per sempre; li avrebbe forniti di pesce per ringraziarli della loro ospitalit. Quella sera, addormentandosi, cap che nessuna delle sue giornate era stata perfetta fino a quel giorno fino alla sua ultima parte, quanto meno.
I fiori caddero dagli alberi; i giovani frutti si formarono e maturarono lentamente a una luce del sole pi carezzevole di quanto lo fosse in qualsiasi parte del mondo degli uomini. Man mano che maturavano, laria della valle diventava di giorno in giorno pi meravigliosa, pi stimolante e ispiratrice.
Quando il primo rosso cupo apparve sul verdegiallo delle pesche, Wang Tao-chen cammin come in assenza di peso, respir gioia, era come uno che avesse udito notizie fantastiche e inaspettate. Pensieri trascendenti avevano continuato a lievitare in lui dal momento in cui era arrivato nella valle; ora, la sua mente divenne come limpidi cieli notturni tra le cui stelle veleggiano sempre draghi luminosi, fluttuanti, risplendenti, dispensatori di luce, belli. Accanto alla sua porta cresceva un albero i cui rami contorti sovrastavano un laghetto di carpe dorate; uscendo, una mattina, vide la prima delle pesche mature cadere dal suo ramo e finire nellacqua, diffondendo la fragranza del suo profumo sulla luce brillante della giornata appena nata.
Venerando in silenzio il cielo, raccolse la pesca galleggiante e se la port alla bocca. Nel farlo, ud i passi lenti di un bue sulla strada sovrastante; doveva essere il suo vicino tal dei tali, che ogni mattina a quellora portava il suo bue ad abbeverarsi allinsenatura. (Era strano che non avesse appreso nessuno dei nomi degli abitanti del villaggio; che non avesse mai, fino a quel momento, pensato a loro come a titolari di nomi.) Mentre il suo palato assaporava il gusto della pesca, alz gli occhi e vide luomo a cavallo del bue si prostr e rese omaggio; perch era Lao-Tzu il Maestro che, cavalcando il suo bue, laveva portato fuori dal mondo e nel Paradiso Occidentale, sette od ottocento anni prima.
Allistante e da allora in poi il luogo divenne tutto nuovo per Wang, e mille volte pi meraviglioso. Quelli che gli erano sembrati cottage erano incantevoli pagode di giada e porcellana, la cui superficie vetrosa di azzurro o arancio o vermiglio trasparenti, di giallo o porpora o verde luminosi rifletteva la luce del sole.
Attraverso i cieli splendenti di mezzogiorno o della sera, si potevano spesso vedere fluttuare nobili draghi; draghi dorati e balenanti; o che diffondevano una luminosit viola dalle ali; o la cui sfumatura era l'essenza dalla quale il cielo azzurro derivava la sua azzurrit; o draghi bianchi il cui passaggio era come una stella cadente. Quanto ai suoi vicini, li riconobbe adesso come i Potenti dei tempi antichi: gli uomini diventati un tuttuno con il Tao, che si libravano alti sulla Gru Solitaria; gli uomini che avevano mangiato le Pesche del limmortalit.
L abitavano i fondatori di dinastie scomparse da millenni: Uomini-Drago e Sovrani Eccelsi: i Re del Cielo e i Re della Terra e i Re dellUomo; tutte le figure che emergono in tenue radiosit fuori dalla caligine dorata sullorizzonte della preistoria cinese, e l risplendono in modo stranamente mirabile. I loro corpi emettevano una luce celestiale; i toni delle loro voci erano una musica squisita; per il loro divertimento indurivano la neve trasformandola in argento, o modificavano la natura del cinabro finch diventava oro giallo. E a volte imbrigliavano il drago volante, e visitavano le Isole Fortunate della Mattina; e a volte salivano sulla veneranda gru e, librandosi attraverso lempireo, arrivavano nei Giardini Incantati dellOccidente: dove Siwangmu  Regina della Sera, e da dove i suoi uccelli dal piumaggio azzurro volano e cantano invisibili sopra il mondo, e il loro canto  lamore, la pace e i pensieri immortali dellumanit. In forma visibile, quegli uccelli meravigliosi volavano attraverso la Valle dell'Insenatura dei Peschi dai Fiori Rossi; e vi si posavano; ed erano nutriti con cibo celestiale dagli abitanti del villaggio, in modo da accrescerne lenergia benefica quando si recavano tra gli uomini.
Per sette anni Wang Tao-chen abit in quel luogo: godendo della compagnia divina dei saggi, ascoltando la divina filosofia dalle loro labbra: finch la sua mente raggiunse la limpida luminosit del diamante; e le sue percezioni si diffusero sul passato, il presente e il futuro; e i suoi pensieri, anche i pi banali, erano di una bellezza pi luminosa dellispirazione dei sommi poeti. Poi, una mattina, mentre stava pescando, la sua barca venne trascinata dalla corrente nella baia, e oltre lisola nel lago aperto.
Allora Wang si mise a paragonare la sua vita nella valle con la vita come avrebbe potuto essere nel mondo esterno. Tra i mortali, rifletteva, con la conoscenza che aveva acquisito, sarebbe stato un pastore con il suo gregge.
Avrebbe potuto raggiungere ogni vetta del potere; avrebbe potuto riunificare il mondo, e inaugurare unera pi gloriosa di quella degli Han Mentre l, tra quei Potenti e Saggi, sarebbe sempre stato Bene; non era vero che loro dovevano guardarlo dallalto in basso? Si ricord di Puhsi, dimenticata in tutti quegli anni; e pens come sarebbe rimasta sbalordita, come lavrebbe adorato pi che mai se fosse tornato cos cambiato, dopo unassenza cos lunga.
Sarebbe stato una cosa da nulla attraversare a remi il lago e dare unocchiata; per poi ritornare il giorno seguente, o quando si fosse annoiato del mondo degli uomini. In serata attracc al consueto molo, e sal alla sua casa con i pesci pescati.
Ma Puhsi non mostr la bench minima sorpresa nel vederlo, n and in estasi per la gioia finch non vide i pesci. Per lui fu un duro shock, ma nascose i suoi sentimenti. Alla domanda come avesse impiegato il tempo durante la sua assenza, lei rispose che era stata una giornata come tutte le altre.
Cera imbarazzo, perfino senso di colpa, nella sua voce, se lui lavesse notato. - La giornata? - disse. -I sette anni! - E limbarazzo di lei venne mascherato dallo stupore e dalla perplessit.
Ma ecco presentarsi alla porta il vicino, per restituire la rete disse, che aveva preso in prestito quella mattina; la rete che Wang Tao-chen gli aveva prestato prima di andarsene via. E, a quanto pareva, per riferirgli un pettegolezzo. - Ho saputo - disse - che Ping Yanghsi e Po Lohsien partiranno domani per la capitale della provincia, per sostenere il loro esame. - Wang Tao-chen trasal. - Avrebbero dovuto passarlo - inizi, e lasci la frase a met, senza aggiungere sette anni fa. Cera qualcosa di veramente misterioso.
Indag con cautela sugli avvenimenti di quellanno e del precedente; e le risposte gli fecero girare ancor di pi la testa. Era stato via un giorno soltanto: ogni cosa lo confermava. Si era allora sognato quei sette anni?
A giudicare dalla magnificenza di cui erano ricchi; a giudicare dallenergia immortale che avvertiva nello spirito e nelle vene; no! Avrebbe dimostrato la loro realt a se stesso; e avrebbe dato prova di se stesso al mondo! Annunci che anche lui avrebbe sostenuto lesame.
Cos fece; e lasci di stucco tutti i concorrenti: pass in modo cos brillante che tutta Tsin ne parlava, e torn per scoprire che la moglie era fuggita con un amante. Non che la cosa lo infastidisse molto: dopotutto, aveva vissuto sette anni senza mai pensare a lei. Ma, quanto meno, avrebbe dovuto pentirsi; avrebbe dovuto rendersi conto di aver abbandonato un Grande. Senza indugio, sostenne un esame dopo laltro e, prima della fine dellanno, fu acclamato come la pi brillante delle stelle emergenti. Le promozioni si susseguirono, finch il Figlio del Cielo lo chiam per nominarlo primo ministro.
A ogni successo, lui rideva tra s; stava provando a se stesso di essere vissuto con gli Immortali. La sua fama si diffuse in tutti i regni della Cina; fu corteggiato dagli emissari di molti re potenti. Eppure, niente riusciva a soddisfarlo: doveva dimostrare ancor di pi la sua formidabile memoria, cos continu ad alimentare la sua ambizione con trionfi sempre pi grandi.
Al comando dellesercito, inflisse una dura sconfitta agli Unni, e impose la sua volont sullovest e sul nord. La gente diceva che era ormai imminente il momento in cui il popolo dai Capelli Neri sarebbe stato di nuovo unito sotto il fondatore di una nuova e potentissima dinastia.
Eppure, Wang non era soddisfatto: non aveva amici nella sua grandezza, nessuno da amare o di cui fidarsi, nessuno che gli desse fiducia o amore. Limperatore non era che un burattino tra le sue mani, e lo irritava dover abbassare la propria statura interiore al suo livello; sua moglie, la figlia dellimperatore, lo adulava e lo temeva, nondimeno lo disprezzava.
Il mondo cantava le sue lodi e congiurava attivamente per farlo cadere; lui scopriva le congiure, puniva i cospiratori e riempiva il mondo delle sue imprese, senza che una voce non smettesse mai di urlargli nel cuore: Nella Valle dellinsenatura dei Peschi dai Fiori Rossi avevi pace, amicizia, gioia!
Passarono venti anni, e la sua stella continu a salire sempre pi in alto: si bisbigliava che lui non fosse sicuramente un comune mortale, ma un genio, o un sennin, possessore del Tao. Perch non invecchiava con il passare degli anni, ma aveva ancora le sembianze di un giovane in et virile, come il giorno in cui era tornato dalla Valle. E ora, il Figlio del Cielo stava morendo, e non cerano eredi al trono tranne un ragazzo malaticcio e depravato; ed era opinione comune che il grande Wang Tao-chen avrebbe assunto il comando dei Gialli. La dinastia aveva esaurito il mandato del cielo.

Era notte, e lui se ne stava seduto, da solo, con lanima oppressa dalla nostalgia. Aveva appena congedato i grandi funzionari di corte, i ministri e gli ambasciatori, che erano andati a offrirgli il trono.
Il popolo invocava ovunque lunificazione e la fine dei dissidi, e la rinascita delle antiche glorie degli Han: e chi se non Wang Tao-chen poteva riuscirci? Aveva congedato i cortigiani, promettendo una risposta per la mattina seguente. Sapeva che nessuno di loro aveva parlato dal cuore, con sincerit, n aveva espresso un suo personale desiderio; ma si erano presentati giudicando che fosse conveniente anticipare linevitabile. Perch, ahim, al mondo non cera nessuno che gli fosse uguale
Tra quelli che avevano insistito perch accettasse il trono non cera nessuno con il quale esprimere le proprie opinioni, nessuno in grado di capirlo. Vedeva ostilit e paura sotto le loro espressioni melliflue, e le avvertiva nelle loro ossequiose frasi adulatorie. Essere il Figlio del Cielo tra simili cortigiani!
Nella Valle dellinsenatura dei Peschi dai Fiori Rossi si poteva invece parlare ogni giorno con il Vecchio Filosofo, e con Confucio e Lao-Tzu; con il Duca Chou e con Muh Wang e Tang lEsecutore, gli stessi Shun e Ta Yii, quei Sovrani senza macchia dellEt dOro. Ah! Con Fuhsi, limperatore Uomo-Drago e i suoi sette Ministri Dragoni; con gli Augusti Monarchi dei tre Periodi Augusti degli albori del mondo: i Re del Cielo, i Re della Terra e i Re dellUomo
Si tolse le vesti da cerimonia, indoss un vecchio costume da pescatore, dal quale non aveva avuto il coraggio di separarsi, e lasci di soppiatto il palazzo e la capitale, per dirigersi verso ovest e le sponde del lago Tao-ting. Si sarebbe procurato una barca, si sarebbe spinto al largo e avrebbe fatto ritorno alla Valle dellinsenatura dei Peschi dai Fiori Rossi. Avrebbe consultato Fuhsi e limperatore Giallo riguardo lopportunit di indossare la Veste Gialla, se era Loro volere che lui, lincompetente Wang Tao-chen, osasse salire al Loro trono. Ma dopo essere arrivato al villaggio, e aver comprato una barca e loccorrente per pescare, ed essere partito di buonora, le sue intenzioni erano gi cambiate: mai, mai, mai pi avrebbe lasciato di nuovo la compagnia degli Immortali.
Non sapeva che farsene della sovranit; lui sarebbe rimasto con i Potenti e i Saggi dei tempi antichi, umilmente felice di essere lultimo dei loro servitori. Si era conquistato una certa fama nella storia; Essi, ora, non lavrebbero guardato unicamente dallalto in basso. E lui sapeva che sarebbe vissuto in eterno, circondato da quella beatitudine: aveva mangiato le Pesche dell'Immortalit, e non poteva morire.
Pianse per la bellezza azzurra e malinconica del centro del lago quando vi arriv; era ormai cos vicino a tutto ci che desiderava
A tempo debito raggiunse la sponda opposta, e un promontorio dopo laltro arriv a uno che gli sembr di riconoscere; ma quando lo doppi, non trov nessuna isola, nessuna baia, nessun tempietto dal tetto di tegole invetriate, nessun bosco di peschi dai fiori rossi.
Il luogo doveva essere pi lontano ancora pi lontano A volte cera unisola, ma non lisola; a volte una baia, ma non la baia; a volte, unisola e una baia, e perfino alberi di pesco; ma non cera nessuna insenatura che si inoltrasse tra quegli alberi, con le acque tranquille sotto unincantevole pioggia di petali tanto meno quellantica e divina pioggia rossa.
Allora gli torn alla mente il grosso pesce che laveva trascinato in quelle sacre vicinanze, e gett la lenza, legandovi le sue speranze legandovi le sue disperate speranze.
Tutto questo avvenne allincirca milleseicento anni fa. Eppure, dicono i pescatori sul lago Tao-ting, a volte, nelle ore ombrose della sera, o quando la notte li ha sorpresi al largo, si ode ancora un bisbiglio poco distante: un bisbiglio che proviene dal vuoto, da nessuna barca visibile, un bisbiglio disperato e ansimante: Era qui doveva essere sicuramente qui! No, no, era pi lontano! E a volte era concesso ad alcuni di loro di vedere una vecchia e assurda barca che si dissolveva si sarebbe detto il puro e semplice scheletro o il fantasma di una barca morta da secoli, ma che continuava a galleggiare per chiss quale magia; e in essa un uomo vestito con gli stracci di un antico costume, sul cui volto, ancora giovane, si poteva scorgere un desiderio inesplicabile e una tristezza immortale, una disperazione indicibile che si ostina a sperare. Ha gettato la lenza e passa veloce, scrutando lacqua con occhi terribili e continuando a bisbigliare: Era qui; era sicuramente qui No, no; era pi lontano doveva essere pi lontano.
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LA LEGGENDA DELLA ROSA DI NATALE. di Selma Lagerlof.
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Mamma Ladrona, che abitava nella grotta dei ladroni nella foresta di Goinge, un giorno venne nel villaggio a chiedere la carit. Pap Ladrone era un fuorilegge, e non osava lasciare la foresta; poteva solo derubare i viaggiatori che si avventuravano allinterno. Ma a quei tempi non ce n erano molti di viaggiatori nello Skane settentrionale, e se suo marito aveva qualche settimana di sfortuna, la moglie era costretta a prendere la strada. I suoi cinque bambini, nelle loro tuniche di pelli stracciate e con le scarpe di corteccia di betulla, ciascuno con una bisaccia sulla schiena lunga quanto lui, laccompagnavano sempre.
Quando Mamma Ladrona metteva piede in una fattoria, nessuno osava rifiutarle quello che chiedeva: perch non ci metteva molto a tornare di notte e incendiare la casa in cui non era stata bene accolta. Mamma Ladrona e i suoi monelli erano peggio di un branco di lupi, e a molti uomini era venuta la voglia di infilzarli con una lancia. Ma tutti, naturalmente, sapevano che suo marito era nella foresta e che si sarebbe vendicato se fosse successo qualcosa a sua moglie e ai suoi figli.
Una volta, mentre era in giro a mendicare, Mamma Ladrona apparve a Ovid, che allora era un monastero. Suon la campana e chiese del cibo. Il guardiano apr uno sportellino nel portone e le pass sei pagnotte rotonde, una per lei e una per ciascuno dei suoi cinque figli.
Mentre la mamma era davanti al portone, i piccoli correvano in giro. E uno di loro arriv e le tir la gonna, il che voleva dire che aveva trovato qualcosa che lei doveva vedere, e lei and subito.
Il monastero era circondato da un muro alto e forte, e il piccolo aveva scoperto una porticina che era rimasta socchiusa. Mamma Ladrona lapr ed entr, comera suo costume, senza chiedere permesso.
Il monastero di Ovid era sotto la guida dellabate Hans, che era un raccoglitore di erbe. Dentro le mura del monastero aveva piantato un piccolo erbario, ed era qui che la donna era entrata.
Mamma Ladrona allinizio rimase cos stupita che si ferm a guardare. Era piena estate, e il giardino dellabate era tanto colmo di fiori che i suoi occhi rimasero quasi abbagliati dai rossi, dai blu, dai gialli. Ma poi un sorriso soddisfatto si allarg sulla sua faccia, mentre camminava lungo lo stretto passaggio fra le aiuole di fiori.
Un frate era al lavoro nel giardino, strappando erbacce. Era stato lui a lasciare aperta la porticina, per buttare fuori le erbacce sul mucchio della spazzatura. Quando vide Mamma Ladrona nel giardino e tutti i suoi figli, corse da lei e le ordin di uscire.
La donna cammin dritto davanti a s, guardando ora i gigli bianchi e dritti ai suoi piedi, ora ledera rampicante che copriva il muro, senza curarsi del frate.
Lui, pensando che non avesse capito, stava per prenderla per un braccio e farla voltare verso la porta, quando lei gli lanci unocchiata che lo fece indietreggiare.
Aveva camminato china sotto il peso del suo sacco da mendicante, ma adesso si raddrizz in tutta la sua altezza e disse: - Io sono Mamma Ladrona della foresta di Goinge. Toccami se osi!
Era evidente che era altrettanto sicura di essere lasciata in pace, quanto se avesse annunciato di essere la regina di Danimarca. Ma lo stesso il frate os contraddirla, anche se adesso che sapeva chi era, cerc di ragionare con lei.
- Dovete sapere, Mamma Ladrona, che questo  un monastero, e che a nessuna donna  permesso entrare. Se non ve ne andate, i monaci si arrabbieranno con me per aver lasciato la porta aperta, e magari mi manderanno via dal monastero e dal giardino.
Ma simili preghiere erano sprecate con Mamma Ladrona. Continu a passeggiare fra le aiuole, guardando lissopo con i suoi fiori magenta e il caprifoglio con i suoi fitti grappoli arancione.
Il frate decise allora che lunica cosa da fare era correre al monastero e chiamare aiuto. Torn subito con due robusti monaci. Mamma Ladrona si rese conto che facevano sul serio. Piant fermamente i piedi sul sentiero e cominci a urlare con la sua voce stridente tutte le cose terribili che avrebbe fatto al monastero se non le avessero permesso di restare nel giardino per tutto il tempo che voleva. I monaci non parevano allarmati dalle sue minacce; pensavano solo a buttarla fuori.
Dimprovviso Mamma Ladrona con un urlo si gett addosso ai monaci, morsicando e graffiando. E lo stesso fecero i suoi figli. Gli uomini scoprirono ben presto che era troppo per loro, e tornarono dentro a chiedere rinforzi.
Stavano correndo lungo il corridoio che portava alle celle, quando incontrarono labate Hans che veniva a vedere cosera tutto quel baccano in giardino. Dovettero dirgli che Mamma Ladrona della foresta di Goinge era nel giardino, che non erano riusciti a mandarla via e che dovevano chiedere aiuto.
Labate Hans rimprover i tre per essere ricorsi alla forza, e proib loro di chiamare aiuto. Rimand i due monaci al lavoro, e anche se lui stesso era vecchio e debole, prese con s solo il frate.
Quando usc, Mamma Ladrona stava ancora camminando fra le aiuole, e lui non pot fare a meno di guardarla con meraviglia.
Era sicuro che lei non avesse mai visto un erbario prima, eppure passeggiava tranquilla fra le aiuole, ciascuna delle quali aveva la sua specie particolare di pianta rara e le guardava come se fossero vecchie conoscenze; ad alcune sorrideva, verso altre scuoteva la testa.
Dovete sapere che labate amava il suo erbario quanto poteva amare qualcosa di terreno e di mortale.
Per quanto selvaggia e terribile sembrasse lintrusa, non pot fare a meno di provare simpatia per una che aveva combattuto contro tre monaci per avere il privilegio di guardare indisturbata il suo giardino. And da lei, e le chiese benevolmente se le piaceva il giardino.
Mamma Ladrona si volt con aria di sfida, aspettandosi di essere circondata e sopraffatta; ma quando vide i capelli bianchi dellabate, la sua figura fragile e curva, rispose tranquilla: - Ho pensato allinizio di non aver mai visto un giardino pi bello, ma adesso vedo che non pu essere paragonato a quello che conosco io.
Labate Hans si era aspettato una risposta molto diversa. Perci, quando Mamma Ladrona dichiar che aveva visto un giardino pi bello di quello, le sue guance avvizzite si soffusero di rossore. Il frate, che era l vicino, cominci ad ammonire la donna.
- Questo  labate Hans - disse - che ha raccolto da vicino e da lontano, con la pi grande cura e diligenza, le erbe che vedi nel giardino. Noi tutti sappiamo che non esiste giardino pi bello in tutta la terra di Skane, e non spetta a te, che vivi tutto lanno nella foresta, dare giudizi.
- Non ho nessun desiderio di fare da giudice su di lui o su di te - disse Mamma Ladrona. - Dico solo che se poteste vedere il giardino che so io, strappereste tutti i fiori piantati qui e li buttereste fuori con le erbacce.
Lassistente dellabate, che di quei fiori era orgoglioso quanto labate stesso, disse con una risata sprezzante: - Immagino che ti sarai fatta un gran giardino fra i pini della foresta di Goinge! Scommetto sulla salvezza della mia anima che non sei mai stata prima fra le mura di un erbario.
Mamma Ladrona divent rossa per lira, al pensiero che si dubitasse delle sue parole. - Pu essere vero - disse - che fino ad oggi non sono mai stata fra le mura di un erbario. Ma voi monaci, che siete uomini santi, dovete sapere che ogni anno alla vigilia di Natale la foresta di Goinge si trasforma in un giardino di delizie per celebrare la nascita di Nostro Signore. Noi che viviamo nella foresta abbiamo assistito ogni anno a questo miracolo. E in quel giardino io ho visto fiori cos belli che non osavo neppure allungare una mano per coglierli.
Il frate avrebbe voluto replicare, ma labate Hans gli fece segno di stare zitto. Fin dallinfanzia, infatti, aveva sentito raccontare che ogni vigilia di Natale la foresta si ricopriva di estiva verzura. Aveva sempre desiderato vederla, ma non ne aveva mai avuto il piacere.
E ora preg fervidamente Mamma Ladrona di lasciarlo venire alla caverna dei ladroni la vigilia di Natale. Se avesse mandato uno dei suoi bambini per mostrargli la strada, sarebbe venuto da solo, e non avrebbe mai tradito n lei n i suoi. Al contrario, li avrebbe ricompensati in tutti i modi a lui possibili.
Allinizio Mamma Ladrona rifiut, poich pensava a Pap Ladrone e al male che avrebbe potuto capitargli se avesse permesso allabate Hans di recarsi alla loro caverna; ma il suo desiderio di provargli che il giardino che lei conosceva era pi bello di quello del monastero ebbe la meglio, e alla fine acconsent.
- Ma non devi portare con te pi di una persona, e non devi assalirci o prenderci in trappola, sulla tua parola di santuomo.
Labate Hans diede la sua parola, e Mamma Ladrona se ne and per la sua strada. Labate ordin quindi al frate di non rivelar ad anima viva ci che era stato concordato. Aveva paura che i suoi monaci, se fossero venuti a saperlo, non avrebbero mai permesso a un uomo cos avanti negli anni di cavalcare fino alla caverna dei ladroni.
Neppure labate aveva intenzione di parlare ad alcuno del suo progetto. Ma successe che larcivescovo Assalone di Lund arriv un giorno a Ovid e si ferm una notte. Mentre labate gli mostrava il giardino, gli venne da pensare alla visita di Mamma Ladrona, e il frate che lavorava al giardino sent labate raccontare allarcivescovo di Pap Ladrone, che da molti anni era fuorilegge nella foresta, e chiedergli una lettera di riscatto per lui, perch luomo potesse condurre nuovamente una vita onesta insieme agli altri.
Visto come stanno le cose adesso - disse labate - i suoi figli diventeranno una minaccia peggiore del padre, e ben presto avrete una banda intera di ladroni nella foresta.
Larcivescovo Assalone rispose che non poteva neanche immaginarsi di lasciare libero il ladrone fra gente onesta; era meglio per tutti che rimanesse nella foresta.
Allora labate Hans si infervor e raccont allarcivescovo della foresta di Goinge, e di come ogni vigilia di Natale, si adornava di fiori estivi, attorno alla caverna ilei ladroni. - Se questi fuorilegge non sono cos malvagi da non poter ricevere la rivelazione della gloria divina, senza dubbio non saranno troppo cattivi per il perdono dei mortali.
Larcivescovo sapeva come rispondere allabate.
Questo posso prometterti, abate Hans: il giorno in cui mi manderai un fiore dal giardino di Natale della foresta di Goinge, io ti dar lettere di riscatto per qualsiasi ladrone tu vorrai.
Il frate comprese che larcivescovo Assalone non credeva alla storia di Mamma Ladrona pi di lui. Ma labate Hans non aveva dubbi: ringrazi larcivescovo per la sua generosa promessa, e disse che gli avrebbe mandato il fiore.
Era la vigilia di Natale, e labate Hans era sulla strada che conduceva alla foresta di Goinge. Davanti a lui correva uno dei piccoli selvaggi di Mamma Ladrona, e dietro di lui cavalcava il frate che aveva parlato con Mamma Ladrona nellerbario.
Labate Hans aveva atteso con ansia quel viaggio ed era molto felice adesso che era iniziato. Per il frate, invece, le cose stavano diversamente. Amava devotamente labate, e non avrebbe mai accettato che fosse un altro ad accompagnarlo e a vegliare su di lui; ma non credeva che avrebbero visto alcun giardino di Natale. Ai suoi occhi lintera faccenda era una trappola abilmente preparata da Mamma Ladrona per attirare labate Hans fra le grinfie del marito.
Mentre labate cavalcava verso nord, verso la foresta, vedeva dovunque preparativi per la celebrazione del Natale. In ogni fattoria i fuochi per il bagno del pomeriggio erano accesi.
Grandi quantit di pane e di carne venivano trasportate dalle dispense alle case, e dalle stalle venivano uomini con grandi fasci di paglia da spargere sui pavimenti. A ogni piccola chiesa lungo la strada, il prete con laiuto del sacrestano decorava il santuario.
E quando labate arriv alla strada che portava al monastero di Bossjo, vide i poveri della parrocchia tornarne con le braccia piene di pagnotte e con lunghe candele che avevano ricevuto alle porte del monastero.
La vista di tutti quei preparativi per il Natale rendeva labate ancora pi ansioso di raggiungere la foresta; poich pensava alla festa che lo attendeva che era mollo pi grande di qualsiasi altra potesse godere.
Ma il frate si inquietava e si lamentava, vedendo come ad ogni pi misera casupola si preparassero a celebrare il Natale. Era sempre pi timoroso dei pericoli, e pregava e implorava labate di tornare indietro e di non gettarsi fra le braccia del ladrone.
Labate Hans tirava dritto, senza badare ai lamenti del frate. Poi la campagna fu alle loro spalle, e cominciarono a cavalcare in una regione selvaggia e desolala, dove la strada era solo un sentiero sassoso e cosparso di ricci, senza un ponticello e neppure una tavola che li aiutasse a superare i ruscelli e i torrenti. Pi avanzavano, pi faceva freddo, e dopo un po trovarono il terreno innevato.
Fu un viaggio lungo e pericoloso. Si arrampicarono per sentieri ripidi e scivolosi, attraversarono paludi e acquitrini, si fecero strada fra rovi e alberi abbattuti dal vento.
Proprio quando la sera stava calando, il piccolo ladrone li condusse attraverso una radura in mezzo al bosco, circondata da alti abeti e da alberi spogli.
Appena oltre la radura si alzava una parete rocciosa, in cui cera una porta fatta di spesse tavole di pino.
Labate Hans comprese che erano arrivati, e smont. Quando il bambino apr la pesante porta, vide una povera grotta con nude pareti di pietra. Mamma Ladrona era seduta vicino a un fuoco che bruciava in mezzo al pavimento.
Lungo le pareti cerano alcuni giacigli fatti di rami dabete e muschio, e su uno di questi cera Pap Ladrone, addormentato.
- Entrate, forza! - grid Mamma Ladrona senza alzarsi. - E portate dentro anche i cavalli, se no moriranno assiderati questa notte.
Labate Hans entr coraggiosamente nella grotta, e il frate lo segu. Che desolazione, che povert! Nulla era stato fatto per celebrare il Natale. Mamma Ladrona non aveva preparato cibo n bevande. N si era preoccupata di lavare o spazzare. I bambini erano seduti sul pavimento nudo, attorno a un tegame da cui mangiavano una magra zuppa dorzo.
Mamma Ladrona disse, con il tono altezzoso e dittatoriale di una contadina benestante: - Sedetevi vicino al fuoco e scaldatevi, abate Hans. Se avete del cibo con voi, mangiatelo; perch non credo che vi piacerebbe molto il cibo che prepariamo noi nella foresta. E se siete stanchi per il lungo viaggio, potete stendervi su un letto a riposare. Non abbiate paura di dormire troppo, perch io rester alzata vicino al fuoco, e vi sveglier in tempo per vedere quello che siete venuti a vedere.
Labate Hans apr la sua bisaccia del cibo, ma era troppo stanco per mangiare, ed appena si fu steso cadde addormentato.
Anche al frate era stato dato un letto per dormire, ma pens bene di tenere docchio Pap Ladrone, nel caso cercasse di saltare addosso allabate e legarlo. Ma anche lui era cos stanco che dopo un po si appisol.
Quando si svegli, labate Hans era seduto vicino al fuoco e parlava con Mamma Ladrona. Anche il fuorilegge, un uomo alto e magro, dallapparenza cupa e indolente, sedeva vicino al fuoco, ma con la schiena rivolta allabate, come se non stesse ascoltando la conversazione.
Labate stava raccontando alla donna dei preparativi per il Natale che aveva visto lungo il viaggio, e le ricordava le allegre feste e i giochi a cui anche lei aveva partecipato in giovent, quando viveva in pace con lumanit.
- Mi dispiace per i tuoi bambini - disse - che non possono correre per le strade del villaggio in costume, o rotolarsi fra la paglia di Natale.
Mamma Ladrona allinizio rispondeva secca e scortese; ma dopo un po si plac, e ascolt intenta. Dimprovviso Pap Ladrone si gir e agit un pugno sotto il naso dellabate.
- Miserabile monaco! - grid. - Sei venuto qui per portarmi via la moglie e i figli? Non lo sai che sono un fuorilegge, e non posso lasciare la foresta?
Labate Hans, senza alcuna paura, lo guard dritto negli occhi. - Intendo ottenere per te una lettera di riscatto dallarcivescovo Assalone - disse.
Il fuorilegge e sua moglie scoppiarono a ridere. Sapevano bene quale misericordia potesse attendersi un ladrone della foresta dallarcivescovo Assalone!
- Oh - disse luomo, - se otterr una lettera di riscatto da Assalone, prometto di non rubare pi neanche una gallina.
Il frate era indignato per il fatto che avessero osato ridere dellabate Hans. Per il resto, era soddisfatto. Non aveva mai visto il suo abate sedere pi mansueto e tranquillo fra i suoi monaci a Ovid, di quanto facesse ora con quei ladroni.
Dimprovviso Mamma Ladrona si alz. - Tu te ne stai seduto qui a chiacchierare, abate Hans, e ci siamo dimenticati di guardare la foresta. Anche in questa caverna si sentono suonare le campane di Natale.
E tutti balzarono in piedi e corsero fuori. Era ancora piena notte nella foresta, e cera il gelo dellinverno. Non videro nulla, ma sentirono un lontano scampanio, portato fin l da una brezza che soffiava dal sud.
Com possibile che questo scampanio risvegli la foresta? si chiese labate Hans. Poich mentre era allaperto, nel buio dellinverno, gli sembrava meno probabile che un giardino estivo potesse sbocciare l.
Le campane suonavano da pochi secondi, quando unondata di luce si sparse sulla foresta; spar in un momento, poi torn dimprovviso. Usc ondeggiando dagli alberi come una nebbia luminosa, e la notte fu immersa in una pallida alba.
Labate Hans vide che la neve era sparita dal terreno, come se qualcuno avesse tolto un tappeto, e che la terra si stava rivestendo di verde. Le felci spuntarono, ricurve come il pastorale di un vescovo; lerica che cresceva sulla collina e il mirto di palude ripresero rapidamente il verde. Le chiazze di muschio si allargarono e si alzarono, e i fiori primaverili sbocciarono, gi con un tocco di colore.
Il cuore dellabate Hans batt forte ai primi segni del risveglio della foresta.  possibile che io, vecchio come sono, assista a un simile miracolo? pens, mentre le lacrime gli riempivano gli occhi.
Poi si fece cos buio che temette che la notte stesse per tornare; ma immediatamente giunse una nuova ondata di luce, che port con s il mormorio dei ruscelli o il ruggito delle cascate. E gli alberi indossarono le loro foglie talmente in fretta che sembrava quasi che milioni di farfalle verdi si fossero posate sui rami.
Non solo gli alberi e le piante si erano svegliate: i frosoni saltavano di ramo in ramo, e i picchi batterono sui tronchi finch le schegge non volarono intorno. Un gruppo di stomi si pos sulla cima di un abete per riposare, e ogni volta che gli uccelli si muovevano, le punte rosse delle loro penne brillavano come gioielli.
Laria si oscur ancora per un momento, e di nuovo torn unondata di luce. Un vento tiepido soffi da sud sulla radura, spargendo tutti i piccoli semi delle terre meridionali portati dagli uccelli, dalle navi e dai venti. Questi semi misero radici e germogliarono nel momento in cui toccarono il terreno.
La successiva ondata di calore fece maturare i mirtilli e i lamponi. Arrivarono gru e oche selvatiche lanciando i loro gridi; i cioffolotti cominciarono a costruire i loro nidi, e gli scoiattoli a giocare fra gli alberi.
Tutto succedeva cos in fretta che labate Hans non ebbe il tempo di meditare sulla meraviglia del miracolo che stava avvenendo. Poteva solo usare i suoi occhi e le sue orecchie.
Londata di luce che arriv successivamente port lodore di campi appena arati, e da molto lontano si sentivano le voci delle mungitrici che incitavano le mucche, e il tintinnio delle campanelle delle pecore. I pini e gli abeti erano cos carichi di piccole pigne rosse che splendevano come mantelli cremisi. Le bacche del ginepro cambiavano colore ogni secondo, e i fiori del bosco coprirono la terra, finch non fu tutta bianca, azzurra e gialla.
Labate Hans si chin, spezz un germoglio di fragola selvatica, e mentre si raddrizzava, la fragola si matur nelle sue mani. Mamma volpe usc dalla sua tana con una figliata di piccoli dalle zampe nere. Si avvicin a Mamma Ladrona e si strofin contro la sua gonna. La donna si chin e le fece i complimenti per i suoi piccoli. Il gufo cornuto, che era appena uscito per la sua caccia notturna, accecato dalla luce, torn alla sua gola per appollaiarsi fino al ritorno del buio. Il maschio del cuculo cant, e la femmina, con un uovo nel becco, si infil nel nido di un altro uccello.
I bambini di Mamma Ladrona lanciarono grida di gioia, mentre mangiavano a saziet bacche grandi come pigne. Uno dei bambini giocava con i piccoli di una lepre; un altro inseguiva alcuni giovani corvi che si erano avventurati gi dal nido prima che le loro ali fossero pronte a volare; un terzo raccolse da terra una vipera e se lavvolse attorno al collo e al braccio.
Pap Ladrone era nella palude, e mangiava lamponi. Alzando lo sguardo vide un grande orso nero al suo fianco. Spezz un ramoscello e lo diede sul naso allorso.
- Tu rimani sul tuo territorio - disse. - Questa  la mia zona. - Il grosso orso allora si volt e si allontan dondolando.
E nel frattempo, giungevano sempre nuove ondate di luce e di calore.
Dallo stagno si sentiva il chiacchiericcio delle papere. Il polline dorato dei campi di segale riempiva laria; poi arrivarono le farfalle, grandi come gigli volanti. Lalveare dentro una quercia vuota era talmente pieno di miele che questo colava lungo il tronco. Tutte le piante che erano arrivate fin l da terre straniere fiorirono dimprovviso. Le rose pi sfarzose si arrampicavano lungo il fianco della montagna in gara con le more, e nella radura sbocciavano fiori grandi come facce umane.
Labate Hans pens al fiore che doveva raccogliere per larcivescovo Assalone, ma ogni fiore che sbocciava era pi bello del precedente, e lui voleva raccogliere per larcivescovo il fiore pi bello del giardino.
Ondata dopo ondata, la luce sommergeva la radura, finch il cielo divenne cos luminoso che scintillava. Tutta la vita, la bellezza e la gioia dellestate sorridevano allabate Hans. Sentiva che la terra non poteva contenere beatitudine pi perfetta di quella che sgorgava in quellistante attorno a lui.
- Chiss quali bellezze porter la prossima ondata - disse.
Giungeva sempre nuova luce, e adesso allabate sembrava che portasse con s qualcosa da una distanza infinita.
Si sent come avvolto da unatmosfera sovraterrestre, e tremando di meraviglia, attese larrivo della gloria del cielo.
Sulla foresta cal la quiete e il silenzio. Gli uccelli non cantavano pi, le giovani volpi avevano smesso di giocare, e i fiori si erano arrestati nella loro crescita. La gloria che si stava avvicinando era tale da fermare il cuore e da indurre nellanima il desiderio di ascendere allEterno. Da molto, molto lontano giunsero melodie di arpe e canzoni celestiali.
Labate Hans un le mani e si inginocchi. Il suo viso splendeva di gioia. Mai nella sua vita terrena aveva sognato che avrebbe gustato le gioie del paradiso, e sentito gli angeli cantare cantici natalizi!
Ma vicino a lui cera il frate, e nella sua mente si levarono pensieri oscuri. Questo non pu essere un vero miracolo pens, dal momento che viene rivelato a tali criminali. Non pu giungere da Dio: devessere stato mandato dal demonio. Le forze infernali ci stanno stregando, facendoci vedere ci che non esiste.
Arpe di angeli e voci di angeli risuonavano in lontananza; ma il frate credeva che stessero per giungere gli spiriti dellinferno. Ci incanteranno e ci sedurranno pens con un sospiro e saremo legati e condotti alla perdizione.
Le schiere degli angeli erano cos vicine che labate Hans poteva vedere le loro forme splendenti attraverso gli alberi. Anche il frate le vide, ma pens che dietro a tutta quella meravigliosa bellezza ci fosse qualcosa di malevolo.
Per lui, era il demonio che aveva creato quel miracolo nella notte della nascita di Nostro Signore. Pensava che fosse stato fatto per illudere pi facilmente i poveri esseri umani e tendere loro una trappola.
Per tutto questo tempo gli uccelli avevano girato attorno alla testa dellabate, lasciandosi prendere in mano da lui. Ma gli uccelli e gli animali avevano paura del frate; nessun uccello si era posato sulla sua spalla, nessun serpente aveva giocato ai suoi piedi. Ci fu una piccola colomba che vedendo gli angeli avvicinarsi, prese coraggio e vol sulla spalla del frate, appoggiando la testina sulla sua guancia. Il frate, credendo che lAvversario in persona fosse sceso su di lui per tentarlo e corromperlo, colp la colomba, e grid con voce che echeggi nella foresta: - Torna nellinferno da dove sei venuto!
Proprio in quel momento, gli angeli erano giunti cos vicino che la brezza suscitata dal movimento delle loro grandi ali colpiva il volto dellabate Hans, e lui chin la testa verso terra, in reverente saluto. Ma nellistante in cui il frate pronunci quelle parole, il canto cess, e i visitatori celesti si voltarono e fuggirono. Contemporaneamente, la luce e il calore si ritrassero per lindicibile terrore prodotto dal freddo e dal buio del cuore umano. La nera notte discese sulla terra; venne il gelo, le piante avvizzirono, gli animali corsero nelle loro tane, il ruggito delle rapide si quiet, le foglie caddero dagli alberi con un fruscio che sembrava quello della pioggia.
Labate Hans sent il suo cuore, che un momento prima era pieno di delizia, contrarsi in un dolore insopportabile.
Non potr mai farmene una ragione pens che gli angeli del cielo mi siano stati tanto vicini, e che siano stati scacciati; volevano cantare un cantico di Natale per me, e sono stati costretti a fuggire! Ricord il fiore che aveva promesso allarcivescovo Assalone, e proprio allultimo annasp fra le foglie e il muschio alla ricerca di un bocciolo. Ma sent il terreno gelarsi sotto le sue dita, e la neve che scendeva sulla terra. Il suo cuore gli diede altri fastidi; cerc di alzarsi, e cadde prostrato a terra. Dopo che la famiglia dei ladroni e il frate furono tornati a tentoni, nella pi assoluta oscurit, alla caverna, si accorsero che non cera labate. Presero alcuni tizzoni dal fuoco, e uscirono a cercarlo. E lo trovarono morto su una coltre di neve.
Il frate pianse e si lament perch sapeva di essere stato lui a uccidere labate Hans, strappandogli dalle labbra la coppa di felicit che aveva desiderato bere fino allultima goccia.
Quando labate Hans venne riportato a Ovid, i monaci che si occupavano del suo corpo scoprirono che la mano destra era stretta attorno a qualcosa che doveva aver afferrato al momento della morte. E quando finalmente riuscirono ad aprirla, videro che ci che aveva stretto con tanta forza erano un paio di bulbi bianchi, strappati dal muschio.
Il frate che aveva accompagnato labate Hans nella foresta prese i bulbi e li piant nellerbario dellabate. Li coltiv e li cur tutto lanno, sperando di vedere un fiore spuntare. Aspett invano durante la primavera, lestate e lautunno; e quando giunse linverno, e tutte le foglie e i fiori erano morti, smise di occuparsene.
Ma quando torn alla vigilia di Natale, limmagine dellabate Hans gli apparve cos vivida alla mente che and nellerbario per pensare a lui. Quando giunse sul luogo dove aveva piantato i bulbi, vide che da essi erano nati steli verdi e rigogliosi, che portavano fiori bellissimi, con petali bianco argento.
Chiam tutti i monaci di Ovid, e quando questi videro la pianta che fioriva la vigilia di Natale, mentre tutte le altre piante erano morte, seppero che quel fiore era stato veramente colto dallabate Hans nel giardino della foresta di Goinge.
Il frate allora chiese il permesso di portare qualche fiore allarcivescovo Assalone. Quando fu davanti allarcivescovo, gli diede i fiori e disse:
- Labate Hans vi manda questi: sono i fiori che aveva promesso di cogliere per voi nel giardino di Natale della foresta di Goinge.
E quando larcivescovo Assalone vide i fiori che erano sbocciati dalla terra nel colmo dellinverno, e sent il messaggio, impallid come se avesse incontrato un fantasma.
Rimase seduto in silenzio, a lungo, quindi disse: - Labate Hans ha tenuto fede alla sua parola, e io manterr la mia. - Ordin che una lettera di riscatto venisse stesa in favore del ladrone che era stato dichiarato fuorilegge, e costretto a vivere nella foresta dai giorni della sua giovinezza. Affid la lettera al frate, che part subito per la foresta.
- Quando il frate entr nella caverna dei ladroni, il giorno di Natale, Pap Ladrone venne verso di lui con lascia alzata.
- Mi piacerebbe proprio fare a pezzi tutti quanti voi monaci! - disse. -  colpa vostra se la foresta ieri notte non si  rivestita dei fiori di Natale!
- La colpa  solo mia - rispose il frate - e sono pronto a morire; ma prima devo darti un messaggio da parte dellabate Hans. - Tir fuori la lettera dellarcivescovo, e disse al fuorilegge che adesso era un uomo libero.
- Dora in poi - disse - tu e i tuoi figli potrete giocare nella paglia di Natale e celebrare il Natale fra gli uomini, come avrebbe voluto labate Hans.
Il ladrone impallid e rimase senza parole, ma la moglie rispose in vece sua.
- Labate Hans ha mantenuto la sua promessa, e Pap Ladrone manterr la sua.
Quando il ladrone e la sua famiglia lasciarono la grotta, vi entr il frate, e qui visse da eremita, nella solitudine della foresta, in penitenza e preghiera.
Ma la foresta di Goinge non celebr pi la nascita del nostro Salvatore, e di tutta la sua bellezza oggi resta solo il fiore che labate Hans raccolse. Si chiama rosa di Natale. E ogni anno, a Natale, i suoi steli verdi e i fiori bianchi escono dalla terra, come se la rosa non potesse dimenticare che una volta cresceva nel grande giardino di Natale.
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PARTE TERZA: NASCE LA FANTASY CLASSICA.
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OSBERNE E IL NANO. di William Morris.
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Ci avviciniamo ora al cuore del nostro racconto, dove si parla di come sulla sponda orientale del Fiume che Divide ci fosse, non molto tempo fa, una localit chiamata Wethermel: una localit pi isolata di molte altre perfino in quella Valle, lultima casa, ed era soltanto una capanna, verso le montagne, allestremit della Valle. Non era male come ubicazione perch le sue case si trovavano sotto un basso ed esteso colle, la cui parete pi ampia era rivolta a sud-ovest, con il risultato che, di anno in anno, cera un buon raccolto di frumento.
Il cosiddetto colle di Wethermel era al centro della pianura della Valle, a un miglio dalla riva, e tuttintorno a esso il terreno era buono per mucche e cavalli e pecore fino al bordo dellacqua a ovest e fino a met del pendio a est; mentre verso la sommit cera una macchia di arbusti, buoni come legna da ardere e carbone di legna, e perfino oltre la sommit cera una vasta distesa di terreno buono per le pecore.
Ci nonostante, bench il terreno fosse fertile per quella regione, Wethermal non godeva fama di essere una localit fortunata, e chi era in grado di scegliere preferiva abitare altrove, cos che il capofamiglia aveva difficolt a trovare uomini che vi lavorassero a salario. Molti ritenevano che la malasorte fosse dovuta al fatto che il colle era stato in tempi antichi una dimora dei Nani e degli Spiriti della Terra, e che essi provavano rancore perch i figli di Adamo li avevano soppiantati, e perch il frumento cresceva sul tetto stesso della loro antica casa. Ma qualunque fosse il motivo, per lo pi vi era poco su cui prosperare: e almeno alcuni avevano osservato che, nel caso ci fosse stata qualche buona sorte, saltava sempre una generazione, e si trasmetteva non di padre in figlio, bens di nonno in nipote: ed era cos anche allinizio di questo racconto.
Perch colui che era stato il padrone di Wethermel era morto giovane, e la moglie laveva seguito dopo un mese o due, e nella casa non erano rimasti che il padre e la madre di questa coppia, gente sana e robusta, lui di cinquanta inverni, lei di quarantacinque; una vecchia di settanta, una parente che aveva allevato il defunto capofamiglia, e un ragazzino di nome Osberne, ora di dodici inverni, forte e vivace, alto, sveglio e bello.
Questi quattro erano tutta la popolazione di Wethermel, con leccezione occasionale di un bracciante salariato, che aveva un bisogno disperato di guadagnarsi da vivere per rimanervi pi o meno sei mesi. Bisogna inoltre aggiungere che non cerano abitazioni in un raggio di dieci miglia sia a valle sia a monte su quel lato, tranne la piccola capanna summenzionata pi vicina alle montagne, e che si trovava a quattro miglia a monte; era chiamata Burcot.
Oltre a ci, quanto alle Colline Spaccate, come erano chiamate, che dividevano la gente su entrambi i lati, queste si trovavano a sette miglia a valle di Wethermel, cos che era in tutti i sensi unabitazione isolata e scarsamente popolata: e a causa di ci, tutti gli uomini del posto dovevano lavorare duramente e a lungo giorno dopo giorno, e perfino il piccolo Osberne doveva fare la sua parte; fino allepoca di cui parliamo, il suo lavoro si svolgeva soprattutto vicino alle case, altrimenti sul colle, a vagare per lo stesso spaventando gli uccelli per tenerli lontani dal frumento; strappando le erbacce dal terreno, o badando ai vecchi cavalli che si nutrivano vicino al recinto; o radunando a volte le oche.
A dire il vero, i due anziani, che adoravano il ragazzino, erano restii a permettergli di allontanarsi troppo a causa del suo cuore ardimentoso e del suo spirito testardo; e cerano pericoli nella Valle, in particolare a quellestremit impervia e selvaggia, anche se non arrivavano da banditi armati, bench vi capitasse di tanto in tanto qualche vagabondo disperato, proveniente dalle regioni pi densamente popolate; correva anche voce di fuorilegge che si spingevano fino ai valichi montani, e capitava spesso che mancasse una pecora o un bovino o un cavallo.
Cerano altri pericoli di natura pi quotidiana per un ragazzino, come la profonda e impetuosa corrente del Fiume che Divide, e i lupi che infestavano la pianura e le colline pedemontane; e ancora maggiore era il pericolo rappresentato da creature che si vedevano di rado, cio i Nani e gli Spiriti della Terra che, come raccontavano tutte le leggende, sarebbero stati felici di avere nel loro regno un bambino dei figli di Adamo cos bello come lo era Osberne. In verit, per la maggior parte del tempo il ragazzino non usciva dai confini, per amore piuttosto che per paura, bench sapesse bene che lo attendeva una punizione corporale se li avesse superati; ma potete dare per scontato che la sua docilit non sarebbe durata in eterno.
Tra le altre, ci fu una volta in cui scomparve per un lungo tempo e, quando il nonno and a cercarlo, lo trov alla fine a met strada tra il prato e lacqua, sopra la corrente violenta e vorticosa del fiume; perch si era calato fra le rocce a picco dellargine, che lungo lacqua sono a forma di doghe, come se fossero canne dorgano, ma qua e l sono spaccate da non so quale straordinaria energia. Ed eccolo l, il mio ragazzino, in un cantuccio della roccia, incapace di scendere o di salire, finch il capofamiglia gli cal una fune e lo iss sul prato.
E probabile che fosse un po intimorito dal pericolo, e dalle botte che sub per la paura che aveva fatto prendere ai suoi parenti; ma anche se lo commossero le lacrime e i lamenti della nonna, come anche i piagnistei della vecchia che si lamentava perch cos si sarebbe sicuramente accorciato la vita, quella non fu affatto lultima volta che si cacci in una situazione pericolosa. Una volta scomparve di nuovo per tutta la notte, ma la mattina entr in casa allegro e felice, anche se affamato, e quando il nonno gli chiese dove fosse stato e gli promise le frustate, lui replic che gliene importava ben poco, talmente tanto si era divertito; perch si era spinto per un lungo tratto nella Valle e, verso il crepuscolo, si era a met maggio, si era imbattuto in un ragazzo allegro, un po pi grande di lui, che gli aveva mostrato molti giochi spassosi e alla fine laveva portato a casa sua, - che non  costruita di pietra e torba, come le nostre - disse, - ma  in un buco nella roccia; e l abbiamo passato la notte, e non cera nessun altro tranne noi due, e di nuovo mi ha mostrato strani giochi, che erano meravigliosi, anche se alcuni mi hanno spaventato.
Allora il nonno gli chiese in cosa consistessero quei giochi. Rispose Osberne: - Ha preso una pietra e lha strofinata borbottando qualcosa, e la pietra si  trasformata in un topo, che ha giocato con noi senza ombra di paura; ma subito dopo  diventato molto pi grosso, fino a essere pi grosso di una lepre; mi sembrava che fosse un gioco fantastico, finch, dun tratto, si  rizzato sulle zampe posteriori ed  diventato un bambino, oh, ma tanto pi piccolo di me; poi,  corso fuori nel buio, squittendo come un topo, solo molto pi forte.
Dopodich, il mio compagno ha preso un grande coltello e ha detto: Ora ti mostrer un gioco veramente bello. E cos ha fatto, perch ha accostato la lama del coltello al collo, e la sua testa  venuta via; ma non c stato sangue, n lui  caduto, ma ha preso la testa e lha rimessa al suo posto, quindi si  messo a cantare come il nostro grosso gallo rosso.
Poi ha detto: E ora, galletto, far lo stesso a te. E mi si  avvicinato con il coltello, ma io ho avuto paura e gli ho afferrato la mano e gli ho strappato il coltello. Quindi ho lottato con lui e lho fatto cadere, ma sono stato costretto a lasciarlo andare poco dopo, visto che diventava sempre pi forte sotto le mie mani. Alla fine, lui mi ha scostato ed  scoppiato a ridere dicendo: In verit, un campione  entrato nella mia casa! Bene, ti lascer la testa sulle spalle, perch  probabile che non riuscirei a riattaccarla, e sarebbe un peccato, perch nei giorni a venire tu diventerai in verit un campione. Dopodich, il suo gioco con me si  limitato a sedersi, pregandomi di ascoltare con attenzione.
Quindi, ha tirato fuori un piccolo flauto, lha portato alla bocca e ne ha cavato una musica che era al tempo stesso melodiosa e allegra. Alla fine ha smesso e ha iniziato a raccontarmi storie sui boschi dove crescono grandi alberi, e come la sua gente un tempo fosse solita abitare al loro interno, e forgiasse bellissimi oggetti artigianali in oro, argento e ferro.
Tutto questo mi  piaciuto molto, e lui ha detto: Io ti dico che un giorno tu avrai una spada forgiata dal padre di mio padre, e sar una spada vecchia, perch sono vissuti entrambi a lungo. E mentre parlava, io ho pensato che non era pi come un bambino, ma come un piccolo vecchio, con i capelli bianchi e la faccia rugosa, ma senza barba, e i suoi capelli scintillavano come vetro.
Poco dopo, mi sono addormentato e, quando mi sono svegliato, era mattina e, guardandomi in giro, non ho visto nessuno l con me. Cos mi sono alzato e sono tornato a casa da voi, e sono sano e salvo, a meno che tu non mi batta, nonno.
Ora, potete giudicare voi se i suoi anziani parenti non fossero spaventati dal racconto del ragazzo, perch sapevano che si era imbattuto in uno della stirpe dei Nani, e la sua nonna lo abbracci e lo baci con trasporto; e la vecchia, il cui nome era Bridget, fece altrettanto, poi disse: - Vedete che  pur stato merito mio se questo fortunato bambino  tornato da noi. Dicci, tesoro, coshai intorno al collo sotto la camicia? - Osberne rise e rispose: - Sei stata tu ad appendermi un pezzo di pergamena con sopra disegnati dei segni, e chiuso in un sacchetto di seta. Non temere, madre adottiva, che non me ne separer mai, visto il putiferio che ci fai sopra.
- Ah! Che ragazzo gentile sei, mio caro - replic la vecchia. - Lasciate che vi dica che ho avuto quella pergamena dal nostro sacerdote, e che  un potente amuleto contro le malvagit, perch su di essa  incisa la Sacra Croce, sulla quale ci sono i nomi dei tre Re Sacri, e altre scritte che non posso leggere perch sono in latino erudito. - Le due donne colmarono di nuovo di attenzioni il ragazzino, mentre il capofamiglia se ne stava in disparte borbottando e mugugnando. Quella volta, tuttavia, Osberne sfugg alla punizione, anche se gli fu promessa una bastonatura che gli avrebbe dato molto da riflettere se lavesse fatto di nuovo; e le donne lo pregarono e lo supplicarono di ubbidire al capofamiglia.
Ma una cosa lui aveva taciuto ai suoi parenti, cio che il Nano gli aveva dato in dono quello stesso coltello con cui aveva fatto il gioco delle teste staccate, insieme con un bel fodero, e gli aveva detto che gli avrebbe portato moltissima fortuna. Pertanto, il piccolo Osberne aveva nascosto il suddetto coltello sotto gli abiti, insieme con la pergamena sulla quale era incisa la Sacra Croce e cerano scritte parole di saggezza.
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COLUI CHE ASCOLTAVA NEL BUIO. di Algernon Blackwood.
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4 settembre. Ho perlustrato tutta Londra alla ricerca di un alloggio adeguato al mio reddito di 120 sterline lanno e finalmente lho trovato.  composto di due stanze che non offrono nessuno dei comfort moderni, ma  vicinissimo a P Place, in una strada molto signorile e laffitto  solo di 25 sterline lanno. Ero ormai arrivato alla disperazione quando il caso mi ha portato l, ma  una storia che non vale la pena di raccontare. Ho firmato un contratto annuale, e ne sono stato contento. I mobili della nostra vecchia casa nel Hshire, da lungo tempo ammassati in un deposito, saranno perfetti.
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1 ottobre. Ed eccomi finalmente qui, nel mio nuovo appartamento nel centro di Londra, poco lontano dagli uffici di quelle riviste che di tanto in tanto pubblicano qualche mio articolo. La casa sorge alla fine di un vicolo chiuso, pavimentato e pulito, costeggiato dalla parte posteriore di palazzi seri e privi di orpelli. C anche una stalla. Sulla facciata della casa  in bella mostra il dignitoso cartello Chambers. Credo che un giorno o laltro quellonore diventer troppo e la far cadere in pezzi, tanto  vecchia. Il pavimento della mia sala  pieno di avvallamenti e colline e la parte superiore della porta non  allineata con il soffitto, contro ogni convenienza. Probabilmente una cinquantina di anni fa hanno litigato e da allora non si sono pi cercati.
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2 ottobre. La padrona di casa  una donna vecchia e ossuta, con la faccia sbiadita e polverosa.  assai poco loquace e sembra che parlare le costi un grande sforzo; forse perch ha i polmoni impregnati di polvere.
Si occupa delle mie stanze tenendole il pi possibile libere da quella stessa polvere, aiutata da una ragazza che mi porta la colazione e accende il fuoco. Come ho gi detto, parla molto poco e solo a causa delle mie continue insistenze mi ha laconicamente informato del fatto che per il momento io sono lunico affittuario della casa. Il mio appartamento  rimasto vuoto per diversi anni e al piano superiore abitavano dei signori che se ne sono andati.
Quando parla, non mi guarda mai in faccia ma tiene lo sguardo fisso sul bottone centrale del mio panciotto e finisce sempre che io mi innervosisco e inizio a pensare che non sia allacciato bene o che sia addirittura spaiato.
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8 ottobre. Per il momento sono riuscito a tenere con precisione la contabilit delle mie spese settimanali, che si stanno mantenendo entro limiti accettabili. Latte e zucchero 7 pence, burro 8 pence, marmellata darance 6 pence, uova uno scellino, lavanderia 2 scellini e 9 pence, olio 6 pence, servizio 5 pence, per un totale di 12 scellini e 2 pence.
La padrona di casa ha un figlio che, stando alle sue parole,  qualcosa su un omnibus. Di tanto in tanto viene a farle visita. Io sono convinto che beva troppo, perch urla sempre, a qualsiasi ora del giorno e della notte e va a sbattere contro i mobili.
Trascorro la mattina lavorando in casa. Scrivo un po di tutto: articoli, poesie per giornali umoristici; un romanzo che ho iniziato ormai da tre anni e sul quale ho molte ambizioni; un libro per bambini nel quale do libero sfogo alla mia fantasia; e infine un altro libro che diventer lungo come me, perch  una cronaca veritiera dei progressi e regressi della mia anima nella lotta per la vita. Ho iniziato anche un volume di poesie che mi serve da valvola di sfogo e che ritengo non valga nulla. Insomma, sono sempre occupato. Nel pomeriggio generalmente faccio una salubre passeggiata attraverso Regents Park fino a raggiungere i Kensington Gardens o Hampstead Health.

10 ottobre. Oggi  andato tutto nel verso sbagliato. A colazione mangio sempre due uova, e questa mattina uno era marcio. Ho suonato il campanello ed Emily  arrivata mentre stavo leggendo il giornale. Senza alzare la testa le ho detto: - Luovo  marcio.
- Veramente, signore? - ha risposto lei. - Vado subito a prenderne un altro - e se ne  andata, portandosi via luovo. Dopo cinque minuti era di ritorno con un uovo fresco. Lha appoggiato sul tavolo ed  uscita. Stavo per mangiarlo quando mi sono accorto che la ragazza aveva portato via luovo buono e aveva lasciato l quello marcio, tutto verde e giallo. Cos ho suonato unaltra volta il campanello.
- Hai sbagliato uovo - le ho detto.
- Oh! - ha esclamato lei. - Infatti mi sembrava che non puzzasse tanto. - Alla fine sono riuscito a fare colazione con due uova, ma lappetito era scomparso. Non era successo niente di particolare, ma quel contrattempo mi aveva irritato e ha influenzato malamente tutta la giornata. Ho scritto un pessimo articolo e poi lho strappato, mi  venuta una fortissima emicrania, mi sono abbandonato alle imprecazioni contro me stesso. Visto che non riuscivo a combinare niente, ho deciso di lasciar perdere il lavoro e di uscire a fare una lunga passeggiata.
Ho pranzato in una modesta trattoria e sono rientrato a casa verso le nove di sera.
Aveva iniziato a piovere e si era alzato il vento. La notte non prometteva niente di buono. Il vicolo mi  sembrato cupo e squallido e latrio della casa particolarmente gelido. Era la prima notte di tempesta da quando mi ero trasferito l. Cerano delle correnti tremende che si scontravano nel centro della stanza creando vortici e ondate fredde e silenziose che mi facevano rizzare i capelli in testa. Ho tappato le fessure delle finestre con calzini spaiati e cravatte e mi sono seduto davanti al caminetto per riscaldarmi. Ho provato a lavorare, ma avevo troppo freddo e la mia mano era irrigidita.
Come sembrava strano il vento in quella vecchia casa! Scendeva a precipizio nel vicolo deserto simile al rumore prodotto da una folla che si fermasse di colpo sulluscio. Era come se un manipolo di curiosi si fosse assiepato davanti alledifcio e spiasse attraverso le mie finestre. Poi quella gente si voltava e fuggiva mormorando lungo il vicolo, per poi ritornare sfacciatamente alla successiva folata. Sul lato opposto della casa c una finestra quadrata che si affaccia sul pozzo di aerazione, largo meno di due metri, che divide la nostra dalla costruzione successiva. In quellimbuto il vento sbuffava e urlava provocando dei rumori che non avevo mai sentito. Con questo sottofondo sono rimasto seduto davanti al fuoco, avvolto nel cappotto, occupato ad ascoltare il rombo del comignolo. Mi sembrava di essere su una nave in alto mare ed ero pronto a vedere il pavimento sollevarsi e ondeggiare avanti e indietro.

12 ottobre. Vorrei non essere tanto solo e tanto povero. Eppure amo la mia solitudine e la mia povert. La solitudine mi fa apprezzare la compagnia del vento e della pioggia, mentre la povert mi mantiene sano nel corpo e mi impedisce di correre dietro alle donne. Gli uomini poveri e vestiti male non sono graditi come accompagnatori.
I miei genitori sono morti e mia sorella  no, non  morta, ma  sposata con un uomo molto ricco e sono sempre in viaggio: lui per recuperare la salute, lei per dimenticare se stessa. E molto tempo che non fa pi parte della mia vita, e la colpa  sua. I nostri rapporti sono cessati quando lei, dopo un silenzio durato cinque anni, mi ha fatto pervenire per Natale un assegno di 50 sterline firmato dal marito! Io lho strappato in mille pezzi e glielho rispedito in una busta non affrancata. In tal modo ha dovuto per forza spendere qualcosa per me. Mi ha scritto, a penna doca, con una grafia che riempiva unintera pagina con tre sole righe di testo. A quanto pare sei pazzo come al solito, e per di pi maleducato e irriconoscente. Ero sempre stato ossessionato dal timore che la follia presente nella famiglia di nostro padre potesse riapparire in me dopo aver saltato alcune generazioni, e lei lo sapeva. Dopo questo rapido scambio di gentilezze la porta dei nostri rapporti si  chiusa definitivamente, per non riaprirsi mai pi. Io ho sentito il rumore che ha provocato e dalle pareti del mio cuore sono caduti molti piccoli frammenti di porcellana di particolare valore, che sarebbero tornati a brillare con una semplice spolverata. Su quelle stesse pareti erano appesi specchi che riflettevano i campi nebbiosi dellinfanzia, le ghirlande di margherite, i fiori rubati dal vento e sparsi nel frutteto dalle piogge tiepide, la grotta dei ladroni della lunga passeggiata e la riserva di mele nascosta nel pagliaio. A quei tempi, mia sorella era la mia inseparabile compagna e quando la porta si  chiusa gli specchi si sono crepati e le visioni sono scomparse per sempre. Adesso sono veramente solo. A quarantanni  praticamente impossibile ricominciare da capo, creandosi nuove amicizie, e tutto il resto non ha molta importanza.
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14 ottobre. La camera da letto misura tre metri per tre, ed  pi bassa di un gradino rispetto alla sala. Sono due stanze molto silenziose, perch nel vicolo di notte non c mai traffico. A parte i capricci occasionali del vento, si tratta di una zona alquanto riparata. Di sera, non appena fa buio, i gatti del vicinato si radunano sotto le mie finestre. Si sdraiano indisturbati sul cornicione di unapertura cieca della casa di fronte e dopo larrivo del postino, verso le nove e mezza, nessun passo viene pi a interrompere il loro lugubre incontro, a parte il mio o, talvolta, quello incerto del figlio della padrona che  qualcosa su un omnibus.
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15 ottobre. Ho cenato in un A.B.C. mangiando uova affogate e bevendo caff, poi sono andato a fare una passeggiata intorno a Regents Park. Quando sono tornato a casa erano le dieci. Nel lato sottovento del vicolo erano sdraiati almeno tredici gatti. La notte era fredda e le stelle luccicavano come punti di ghiaccio nel cielo cupo. Al mio passaggio i gatti si sono voltati a guardarmi in silenzio e quegli occhi vitrei e fissi hanno generato in me una strana timidezza. Mentre cercavo di infilare la chiave nella serratura, quelle bestie si sono avvicinate e hanno iniziato a strofinarsi contro le mie gambe, come per chiedermi di entrare. Mi sono affrettato a richiudere la porta e sono salito nel mio appartamento. La sala era gelida come una cripta di pietra e laria particolarmente umida.
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17 ottobre. Da diversi giorni sono occupato a scrivere un voluminoso articolo che non lascia assolutamente spazio alla fantasia. Mi sforzo di tenere a freno la mia immaginazione perch so che se abbassassi la guardia verrei trascinato verso luoghi incredibili, oltre le stelle e lo spazio. Nessuno  in grado di riconoscere il pericolo meglio di me, ma  meglio non parlarne qui nessuno deve sapere, nessuno deve capire! Ultimamente ho sviluppato pensieri insoliti, che non avevo mai avuto prima, riguardanti strane medicine e droghe e cure di strane malattie. Non riesco a capire da dove provengano. Mai nella mia vita mi sono soffermato su simili idee, che adesso sono costantemente presenti nella mia testa. Il brutto tempo non mi ha permesso di uscire molto, da un po, e cos ho trascorso i pomeriggi nella sala di lettura del British Museum, al quale sono abbonato.
Ho fatto una sgradevole scoperta: in casa ci sono i topi. Una notte, mentre ero a letto, li ho sentiti correre sulle colline e gli avvallamenti della sala e da allora i miei sonni sono molto turbati.
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19 ottobre. Ho scoperto che la padrona di casa ha con s un bambino. Credo che sia il figlio di suo figlio. Quando il tempo  bello, il piccolo gioca fuori nel vicolo e si diverte a trascinare sui ciottoli un carrettino di legno privo di una ruota. Il rumore che ne deriva  insopportabile. Dopo aver fatto innumerevoli tentativi di ignorarlo, mi sono reso conto che mi irritava al punto da non permettermi di lavorare. Allora ho suonato il campanello ed  arrivata Emily.
- Emily, per cortesia, di a quel bambino di fare meno rumore. Non riesco a concentrarmi.
La ragazza se ne  andata e poco dopo il bambino  stato richiamato in casa dalla porta della cucina. Mi sono sentito un po in colpa per avergli rovinato il gioco. Ma dopo alcuni minuti il rumore  ricominciato. Il piccolo aveva ripreso a trascinare il giocattolo rotto sulle pietre e quel rumore mi dava ai nervi. Ho suonato ancora il campanello.
- Devi fare cessare quel frastuono! - ho detto alla ragazza, seccato.
- S signore - mi ha risposto lei con un sorriso. - Lo so. Ma si  staccata una ruota. Gli uomini della stalla si sono offerti di ripararla, e lui si  opposto: dice che gli piace di pi cos.
- Gli piaccia pure quanto vuole, ma quel baccano deve cessare, perch non riesco a concentrarmi.
- S signore; lo riferir alla signora Monson.
Per oggi il rumore  cessato.
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23 ottobre. Per tutta la scorsa settimana il carretto ha continuato a sfregare contro le pietre, al punto che ho finito per immaginarlo come un grosso furgone con quattro ruote e due cavalli. Ogni mattina ho dovuto suonare il campanello per farlo smettere. Lultima volta  venuta la signora Monson in persona e si  scusata per avermi recato tanto disturbo; comunque, mi ha assicurato, i rumori non si sarebbero pi sentiti. Insolitamente loquace, mi ha domandato se lappartamento mi piacesse e fosse abbastanza confortevole per me. Ho risposto cautamente e ho accennato ai ratti. Lei ha detto che erano solo topi. Ho parlato delle correnti daria e la sua risposta  stata: - S, questa  una casa piena di correnti. - Ho nominato i gatti e lei ha detto che, per quanto poteva ricordare, quelle bestiole cerano sempre state. Per concludere, mi ha informato del fatto che la casa ha pi di duecento anni e che lultimo inquilino del mio appartamento era stato un pittore che aveva appeso alle pareti degli autentici Jimmy Buey e Raffles. Mi sono occorsi alcuni istanti per capire che stava parlando di Cimabue e Raffaello.
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24 ottobre. Ieri sera  venuto il figlio che  qualcosa su un omnibus. Doveva essere ubriaco, perch dalla cucina salivano delle parole rabbiose. A un certo punto poi mi  giunta una strana frase attraverso il pavimento: - Lunico modo per sistemare questa casa sarebbe bruciarla completamente. - Ho dato un colpo sul pavimento e le voci si sono zittite allistante, anche se pi tardi, mentre mi ero ormai addormentato, le sentivo riecheggiare in sogno.
Il mio appartamento  fin troppo tranquillo. Nelle notti senza vento  silenzioso come una tomba, come se mi trovassi in una casa sperduta in mezzo alla campagna. Il rombo del traffico cittadino  solo un insieme di vibrazioni cupe e distanti. A volte assume un tono minaccioso, come lavanzata di un esercito che riecheggia in lontananza.
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27 ottobre. La padrona di casa, nonostante sia lodevolmente poco loquace,  stupida e impicciona. Quando spolvera la mia stanza, mette tutto fuori posto. Sposta i portacenere dal tavolo che uso per lavorare alla mensola del camino; nasconde il portapenne tra i libri del tavolo di lettura. Ogni volta dispone stupidamente i miei guanti sopra uno scaffale semivuoto cos che mi tocca sempre rimetterli al loro posto vicino alla porta. Dispone la poltrona in maniera impossibile fra il camino e la lampada e mette la tovaglia sul tavolo in un modo tale che quando la guardo mi sembra di indossare degli abiti stropicciati. Insomma,  una donna esasperante. Non parliamo poi della sua mitezza. Alcune volte mi viene listinto di lanciarle contro il calamaio per suscitare finalmente unespressione in quei suoi occhi acquosi e per sentire un grido fuoriuscire da quelle labbra incolori. Povero me! Ma cosa sto dicendo! Che stupido, sono! Mi sembra quasi che queste parole non siano nemmeno mie, ma che qualcuno me le abbia suggerite allorecchio intendo dire che generalmente non uso simili espressioni.
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30 ottobre. Sono qui da un mese. Probabilmente questo appartamento non si addice a me, perch i miei mal di testa sono aumentati di frequenza e intensit e sento i nervi continuamente tesi.
Sono arrivato a provare una forte antipatia per la padrona di casa, sentimento che ritengo sia ampiamente ricambiato. Non riesco a spiegarne il motivo, ma ho come limpressione di essere volutamente tenuto alloscuro di alcuni fatti che si verificano in questa casa.
Ieri notte il figlio ha dormito qui e questa mattina mentre ero affacciato alla finestra lho visto uscire. Ha alzato la testa e mi ha fissato negli occhi con quello che mi  parso un ghigno. Il suo aspetto  alquanto sgradevole e ripugnante.
Evidentemente sono diventato troppo suscettibile e credo che dipenda dal fatto di avere i nervi tanto scossi. Questo pomeriggio al British Museum mi sembrava che le persone sedute ai tavoli di lettura spiassero ogni mio movimento e tutte le volte che sollevavo lo sguardo dal libro vedevo i loro occhi fissi su di me. Me ne sono andato via prima del solito. Prima di uscire dal locale mi sono voltato e ho visto che tutti mi stavano osservando. Pur sapendo che  da stupidi comportarsi cos, mi sono sentito terribilmente irritato. Credo che in un altro momento non me ne sarebbe importato affatto. Devo fare pi movimento, tutti i giorni, mentre ultimamente non sono quasi mai uscito a camminare.
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2 novembre. Il silenzio assoluto di questa casa inizia a diventare fastidioso. Mi piacerebbe che qualcuno venisse ad abitare nellappartamento sopra il mio. Non c mai nessuno che passa davanti alla mia porta e non sento mai rumore di passi dallalto. Mi piacerebbe vedere come sono le stanze, lass. Mi sento molto solo, isolato, come se mi trovassi in un angolo sperduto e dimenticato del mondo. Un giorno mi sono ritrovato a guardare negli specchi screpolati alla ricerca del sole che danzava fra le piante del frutteto, ma sono riuscito a vedere solo ombre scure, cos ho rinunciato.
Oggi  stata una giornata buia e nebbiosa e ho dovuto tenere accesa la lampada per tutta la mattina. Il bambino della padrona di casa non  uscito a giocare con il suo carretto e devo ammettere che quel rumore mi  un po mancato: nella tetraggine di questoggi lavrei accolto quasi con gioia. Dopotutto, si tratta di un suono umano e qui in fondo al vicolo gli altri rumori sono tuttaltro che gradevoli.
Non sono mai riuscito a vedere un poliziotto aggirarsi per questa strada e il postino  sempre di fretta.
10 p.m. In questo momento non ci sono altri suoni a parte il brusio cupo e distante del traffico e il sommesso soffio del vento, e questi due rumori si confondono. Di tanto in tanto un gatto lancia il suo stridulo miagolio nelloscurit. I gatti sono sempre presenti, di sera. Il vento fa riecheggiare limbuto come un paio di gigantesche ali lontane.  una notte spaventosa. Mi sento solo e dimenticato.
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3 novembre. Dalle finestre del mio appartamento posso vedere le persone che arrivano nel vicolo. Quando si fermano davanti alla porta della mia casa, riesco a distinguere solo il cappello e le spalle. Da quando mi sono trasferito qui, due mesi fa, sono venuti a trovarmi solo due visitatori. Li ho visti dalla finestra mentre si stavano avvicinando e li ho sentiti chiedere di me. Non sono pi tornati.
Ho finito larticolo voluminoso che mi ha impegnato tanto e quando lho riletto non mi  piaciuto affatto, cos ho dovuto correggerne una buona parte. Mi sono trovato a leggere delle idee strane, impossibili da spiegare, che mi hanno messo in allarme. Non mi sembravano nemmeno mie, non ricordavo di averle scritte. Possibile che abbia iniziato ad avere dei vuoti di memoria?
Non riesco mai a trovare le mie penne. Quella vecchia stupida della padrona di casa me le ritira ogni giorno in un posto diverso. Bisogna ammettere che possiede una notevole abilit nello scoprire sempre dei nuovi nascondigli! Gliene ho parlato diverse volte, ma lei mi risponde invariabilmente che ne parler con Emily e la ragazza dice che ne parler con la signora Monson. Tanta stupidit mi irrita e mi impedisce di lavorare serenamente. Mi viene limpulso di infilargli negli occhi le penne perdute e di buttarle fuori in mezzo a quei gatti famelici. Accidenti! Che pensiero orribile! Da dove  venuto? Unidea simile non appartiene a me come non potrebbe appartenere a un poliziotto. Eppure ho avvertito la necessit di scriverla. Era come se una voce mi cantasse nella mente e aiutasse la penna a tracciare le parole. Che sciocchezze! Mi devo controllare di pi. Devo fare pi movimento: i nervi e il fegato mi affliggono.
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4 novembre. Ho partecipato a una strana conferenza sulla morte nel quartiere francese, ma la sala era talmente riscaldata e io tanto stanco che mi sono addormentato. Lunica parte che sono riuscito a seguire mi ha per colpito profondamente. A proposito dei suicidi, il relatore ha detto che il gesto di togliersi la vita non comporta la fine dellinfelicit, anzi, implica un accrescimento delle angosce nel futuro. Non  suicidandosi che si riesce a sfuggire alle proprie responsabilit. Chi si uccide  costretto a riprendere la vita che ha voluto abbandonare e in pi la punizione per la propria debolezza. Molti suicidi vagano sulla terra oppressi da una infelicit inimmaginabile finch non riescono a rivestirsi del corpo di qualcun altro, generalmente un pazzo o una persona debole di mente che non riesce a opporsi a una simile ossessione.  questa la loro unica via duscita. Che idea terribile! Avrei preferito dormire anche in quel momento e non sentire proprio niente. La mia mente  gi abbastanza scossa senza il bisogno di simili atroci spunti. Credo che la polizia dovrebbe vietare una propaganda cos dannosa. Scriver al Times per suggerirlo. Ottima idea.
Tornando a casa sono passato per Greek Street a Soho e ho immaginato di essere tornato indietro di cento anni, allepoca di De Quincey e delle sue notturne invocazioni alla giusta, sottile e potente droga. Mi sembrava che i suoi sogni grandiosi aleggiassero tutto intorno. Una volta penetrate nella mia mente, quelle immagini hanno rifiutato di dissolversi e cos lho visto dormire in quella gelida casa disabitata insieme allo strano piccolo vagabondo che aveva paura degli spettri, entrambi nascosti nellombra sotto un mantello da cavaliere; ancora lho visto mentre vagava insieme alla spettrale Anne e mentre si avviava alleterno appuntamento ai piedi di Great Titchfield Street, appuntamento a cui lei non andava mai. E mentre cerco di capire cosa provasse quelluomo, allora ancora ragazzo, nel suo cuore solitario, mi assale unangoscia opprimente e dolorosa.
Quando sono arrivato al vicolo ho notato una luce alla finestra in alto, mentre una testa e un paio di spalle disegnavano sulla persiana una sagoma inconsueta. Mi sono domandato cosa ci facesse lass a quellora il figlio della signora Monson.
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5 novembre. Questa mattina, mentre stavo lavorando, qualcuno  venuto a bussare cautamente alla mia porta. Convinto che si trattasse della padrona di casa ho detto: - Avanti! - Hanno bussato una seconda volta e io ho gridato pi forte: - Avanti, avanti! - Ma non  entrato nessuno, perci ho continuato a scrivere brontolando: - E allora rimanete fuori! - Mi sono sforzato di non badarvi e di andare avanti nel mio lavoro, ma la mia mente si era completamente svuotata e non mi  pi riuscito di scrivere una sola parola. Era una mattinata buia e nebbiosa che non stimolava certo la fantasia. E poi quella stupida donnetta che stava dallaltra parte della porta in attesa che io la invitassi ancora a farsi avanti mi ha infastidito a tal punto da cancellare ogni altro pensiero. Alla fine mi sono alzato e ho aperto la porta.
- Che cosa vuole? E perch non  entrata? - ho gridato. Ma stavo parlando al vuoto. Davanti a me non cera nessuno, a parte la nebbia che saliva lungo la scala sporca con volute giallastre.
Ho sbattuto la porta, maledicendo quella casa e i suoi rumori e mi sono rimesso al lavoro. Dopo pochi minuti  entrata Emily con una lettera.
- Sei venuta tu a bussare pochi minuti fa? O  stata la signora Monson?
- No, signore.
- Ne sei certa?
- La signora Monson  andata al mercato; in casa ci siamo solo io e il bambino e io sono stata per unora in cucina a lavare i piatti, signore.
Il volto della ragazza mi  sembrato particolarmente pallido. Si  incamminata verso la porta, voltandosi indietro.
- Emily, aspetta! - ho detto, e le ho raccontato quello che mi era successo. Lei mi ha guardato come una sciocca, nonostante facesse vagare gli occhi sugli oggetti presenti nella sala.
- Allora, chi  stato? - ho domandato, infine.
- La signora Monson sostiene che si tratti dei topi - ha risposto, come se stesse ripetendo una lezione imparata a memoria.
- Topi! No, no di certo. Davanti alla mia porta cera qualcuno. Chi era? Il figlio della signora  a casa?
Improvvisamente il suo atteggiamento  mutato e la reticenza ha lasciato il posto allimpazienza. Sembrava smaniosa di rivelare la verit.
- No, signore, glielho detto, in casa ci siamo solo noi due e il bambino e nessuno pu essere venuto a bussare alla sua porta. I colpi - Si  interrotta bruscamente, come se si fosse accorta di aver parlato troppo.
- I colpi? - lho incitata, con pi gentilezza.
- S - ha balbettato, - non sono stati i topi, nemmeno per i passi, ma - Si  interrotta di nuovo.
- C qualcosa che non va, qui?
- Buon Dio, no, signore! In questa casa le grondaie sono magnifiche!
- Non stavo parlando delle grondaie, ragazza mia. Volevo sapere se qui  successo qualcosa di brutto.
Emily  arrossita fino alla radice dei capelli e poi di colpo  tornata pallida. Era chiaro che quel discorso laveva molto turbata; era come se fosse ansiosa e nello stesso tempo timorosa di dire qualcosa che le era stato proibito di rivelare.
- Non mi importa quello che  successo, semplicemente sarei curioso di saperlo - ho detto, con tono conciliante.
Sollevando verso i miei gli occhi impauriti, ha iniziato a balbettare qualcosa a proposito di un signore che una volta abitava di sopra, ma dal basso  arrivata subito una voce stridula che la chiamava.
- Emily! Emily! - Era tornata la padrona di casa e la ragazza si  precipitata gi dalle scale come se ci fosse una corda che la stava tirando, abbandonandomi alle congetture: cosa mai poteva essere successo al signore che abitava di sopra da provocare simili conseguenze?
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10 novembre. Il mio voluminoso articolo  stato accettato dalla Rewiew, che me ne ha addirittura commissionato un altro. Il mio morale ne ha risentito positivamente; ho ripreso a fare del moto in modo regolare e il sonno  nuovamente tranquillo; sono scomparsi i mal di testa e i disturbi nervosi e del fegato. Le pillole che mi ha dato il farmacista sono portentose. Riesco a guardare il bambino che gioca con il suo carretto senza infastidirmi, anzi, a volte mi verrebbe voglia di andare a fargli compagnia. La signora Monson, con quella sua faccia ingrigita, mi fa quasi pena: mi sembra logora e stanca come la sua casa. Credo che abbia avuto unesperienza terribile e paurosa e che non riesca a liberarsi dal timore di poterne vivere unaltra. Oggi le ho gentilmente rammentato di non mettere le penne nel portacenere e i guanti in mezzo ai libri.
- Cercher di ricordarlo, signore - mi ha risposto, con un sorriso sforzato. Ho avuto limpulso di darle un colpetto rassicurante sulla spalla e di dirle che in fondo la vita non  poi cos brutta.
S, sto molto meglio.  proprio vero che le cure pi efficaci sono la vita allaria aperta, il successo e una buona dormita. Queste medicine sono riuscite a risanare il mio cuore roso dalla disperazione e dai rimpianti. Mi sento benevolo persino nei confronti dei gatti. Questa sera, quando sono rientrato, verso le undici, mi hanno seguito fino alla porta e io mi sono abbassato per accarezzare quello pi vicino. Bah! Quel piccolo mostro mi ha soffiato contro e mi ha colpito con le zampe, graffiandomi. Mi  persino uscito un po di sangue. Poi si sono allontanati tutti nel buio, strillando come se si fossero sentiti offesi. Penso che quei gatti mi odino veramente e forse stanno aspettando solo dei rinforzi per poi assalirmi. Ah, ah! Per quanto il loro comportamento mi avesse irritato, quel pensiero mi ha fatto ridere mentre salivo nel mio appartamento.
Il fuoco era spento e faceva molto freddo. Mentre cercavo a tentoni nel buio i fiammiferi sulla mensola del camino, ho avvertito chiaramente la presenza di una persona ritta accanto a me. Non riuscivo a vedere niente, ma le mie dita hanno scontrato qualcosa che subito si  ritratto. Credo si trattasse di una mano, fredda e bagnata. Ero terrorizzato.
- Chi ? - ho chiesto, ad alta voce.
Le mie parole si sono perse nel silenzio come un sasso che cade in un pozzo profondo. Non ho avuto risposta, ma ho sentito quella presenza allontanarsi da me e dirigersi verso la porta con passo incerto e facendo frusciare i vestiti. Proprio in quel momento sono riuscito a trovare i fiammiferi e ho acceso la lampada. Ero convinto che mi sarei trovato davanti Emily o la signora Monson, o forse il figlio che  qualcosa su un omnibus, invece la stanza  risultata vuota. In preda al panico, sono indietreggiato fino alla parete, in modo che nessuno potesse cogliermi di sorpresa. Ero molto allarmato. Dopo un istante sono riuscito a riprendermi e ho notato che la porta dentrata era spalancata. Sono uscito sul ballatoio, non senza paura. La luce della mia lampada rischiarava le scale vuote, e non si udiva nemmeno il pi piccolo scricchiolio che indicasse la presenza di qualcuno.
Stavo per rientrare quando un suono proveniente dallalto ha colpito le mie orecchie. Era molto tenue, simile al sospiro del vento, ma non poteva essere il vento, perch la notte era calma e silenziosa come una tomba. Cos ho deciso di salire per vedere di cosa si trattasse. Non potevo aver immaginato tutto. Ho afferrato una candela e mi sono incamminato con passo furtivo verso il piano superiore di quella strana, vecchia casa.
Sul primo pianerottolo cera una sola porta chiusa a chiave. Anche sul secondo cera ununica porta, ma facendo girare la maniglia si  aperta. Sono stato investito da una ventata di aria gelida e muffita, che sempre si crea in un locale vuoto da tempo. Era unaria indescrivibile che faceva rivoltare lo stomaco. Mai avevo sentito un simile odore in tutta la mia vita, e non sono in grado di spiegarlo.
La stanza era piccola e quadrata, sotto il tetto, con il soffitto spiovente e due finestre piccoline. Era fredda come una tomba, spoglia, senza tappeti n mobili. Lodore che emanava era talmente insopportabile che mi sono fermato solo il tempo necessario a verificare se ci fossero degli angoli reconditi abbastanza grandi da nascondere una persona. Non ne ho trovati, cos mi sono affrettato a richiudere la porta e a tornare nel mio appartamento. Mi ero sbagliato.
Sono andato a letto e ho fatto un sogno senza senso ma molto vivido: la padrona di casa e unaltra persona indefinita erano entrati nella mia camera avanzando a quattro zampe, accompagnati da una schiera infinita di gatti giganti. Mi hanno aggredito mentre dormivo e mi hanno ucciso, poi hanno trascinato di sopra il mio corpo e lhanno lasciato sul pavimento della piccola stanza fredda sotto il tetto.
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11 novembre. Dal giorno della nostra conversazione incompiuta, non ho pi rivisto Emily. Adesso  la signora Monson che si prende interamente cura di me, e come al solito non fa mai niente di giusto. Mi rendo conto che sono questioni banali, ma mi irritano terribilmente. Come le piccole e frequenti dosi di morfina, quella donna riesce ad avere un effetto cumulativo.
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12 novembre. Questa mattina mi sono svegliato presto e sono andato in sala a prendere un libro con lintenzione di tornare a letto a leggerlo fino allora di colazione e ho trovato Emily che stava accendendo il fuoco.
- Buongiorno - lho salutata allegramente. - Fai bene a preparare il fuoco. Oggi deve essere una giornata molto fredda.
La ragazza si  voltata verso di me, sbalordita. Non era Emily!
- Dov Emily? - ho esclamato.
- Intende dire la ragazza che lavorava qui prima di me?
-  andata via?
- Io sono arrivata il sei e lei non cera gi pi - ha risposto, imbronciata.
Ho preso il libro e sono tornato a letto. Emily doveva essere stata licenziata subito dopo la nostra conversazione. Quel pensiero non smetteva di tormentarmi impedendomi di leggere, cos ho accolto con sollievo il momento della colazione. Un tale comportamento repentino e spietato pareva indicare qualcosa di importante per qualcuno.
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13 novembre. Il graffio che mi ha fatto il gatto si  infettato e mi fa male. Probabilmente il mio sangue non  sano, altrimenti sarei gi guarito. Ho riaperto la ferita con un temperino sterilizzato e lho ripulita scrupolosamente. Ho sentito raccontare storie veramente spiacevoli sulle conseguenze provocate dai graffi dei gatti.
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14 novembre. A parte lo strano effetto che ha sui miei nervi, questa casa mi piace molto.  isolata e silenziosa pur essendo nel centro di Londra e quindi si addice bene al mio lavoro. Quello che mi sembra strano  il fatto che laffitto sia tanto contenuto. (Jn altro al posto mio si sarebbe insospettito, io invece non ho nemmeno voluto chiederlo. Nessuna risposta  migliore di una bugia. Se almeno potessi eliminare i gatti e i topi! Tuttavia sento che riuscir ad abituarmi a tutte le stranezze e che morir qui. Che strana espressione, vivere e morire qui! Rinnover laffitto anno dopo anno fino a quando o io o la casa cadremo in pezzi. Viste le attuali condizioni, credo che la prima a crollare sar la casa.
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16 novembre. La volubilit dei miei nervi  scoraggiante. Questa mattina al risveglio ho trovato i miei vestiti sparsi per tutta la stanza e una sedia di vimini ribaltata vicino al letto. La giacca e il panciotto poi avevano tutta laria di essere stati provati da qualcuno. Durante la notte avevo fatto dei sogni angoscianti in cui una persona con il volto nascosto dietro le mani mi si avvicinava gridando sofferente: - Dove trover qualcosa per coprirmi? Chi mi vestir? - Era una situazione ridicola, eppure mi ha preoccupato, perch la sentivo stranamente reale.  trascorso un anno intero da quando ho vagato nel sonno per lultima volta, ritrovandomi in mezzo a Earls Court Road, dove vivevo allora. Credevo di essere guarito, ma probabilmente mi sbagliavo. Questa scoperta mi ha scosso particolarmente. Questa notte far ricorso al vecchio sistema di legarmi lalluce al letto.
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17 novembre. La scorsa notte i miei sogni sono stati ancora pi opprimenti. Avevo la sensazione che qualcuno camminasse avanti e indietro nella mia camera, andando talvolta fino in sala, e poi venisse vicino al mio letto per guardarmi attentamente. Quegli occhi mi hanno controllato per tutta la notte. Non mi sono mai svegliato, anche se ho rischiato pi volte di farlo. Probabilmente si  trattato di un incubo dovuto alla cattiva digestione e infatti questa mattina ho uno dei miei vecchi, terribili mal di testa. Resta il fatto che quando mi sono svegliato i miei vestiti erano sparsi in giro e i calzoni erano abbandonati sul gradino che porta in sala: che labbia fatto io durante la notte?
E c dellaltro: mi  sembrato di avvertire nella stanza lodore fetido e nauseante del sottotetto. Cosa sar? Dora in poi chiuder la porta a chiave.
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26 novembre. Durante la settimana appena finita ho lavorato bene e sono riuscito a fare regolarmente del moto. Mi sento bene fisicamente e moralmente. Solo due fatti hanno turbato la mia serenit. Il primo  una questione banale e credo facile da spiegare. La finestra dellultimo piano che allinizio del mese avevo visto illuminata e con lombra di un uomo proiettata sulla persiana  una delle finestre della stanza quadrata sotto il tetto e in realt non ha le persiane!
Il secondo fatto  il seguente: ieri notte quando sono rientrato a casa nevicava e io tenevo lombrello quasi appoggiato sulla testa. Ero giunto a met del vicolo quando ho visto, in mezzo alla neve ancora intatta, le gambe di un uomo. Lombrello mi impediva di vedere il resto della figura, ma sollevandolo ho notato che si trattava di una persona alta e imponente che stava camminando verso casa mia. Non poteva essere pi di un metro e mezzo lontano da me. Eppure quando lavevo imboccato, il vicolo mi era parso compietamente deserto.
Unimprovvisa folata di vento mi ha costretto a riabbassare lombrello e quando sono tornato a guardare, neanche mezzo minuto dopo, luomo non cera pi. Ho raggiunto velocemente la porta: era chiusa a chiave, come al solito. A quel punto il mio sguardo  caduto sulla neve che si era depositata a terra: era intatta! A parte le mie impronte, non cera nessuna traccia. Sono tornato indietro fino al punto in cui avevo visto luomo, ma non ho trovato nessun segno. Preoccupato e infreddolito sono salito nelle mie stanze e me ne sono andato a letto.
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28 novembre. Da quando ho iniziato a chiudere a chiave la porta, i miei incubi sono cessati, perci ne devo dedurre che sono proprio stato colpito da un attacco di sonnambulismo. Probabilmente nel sonno riuscivo a slegarmi lalluce e poi a rilegarlo ed  bastata lillusoria sicurezza della porta chiusa per placare il mio spirito turbato permettendomi di dormire tranquillamente.
Tuttavia ieri notte  successo un fatto nuovo, ancora pi inquietante. Mi sono svegliato con la sensazione che ci fosse qualcuno nascosto nel buio davanti alla mia porta, teso ad ascoltare. Pi acquistavo consapevolezza e pi quella sensazione si acuiva. Per quanto non si udisse nessun suono, ero talmente convinto della presenza di un ascoltatore che sono sceso dal letto e mi sono accostato alla porta. Dalla stanza accanto mi  giunto un rumore di passi furtivi che si allontanavano, come se qualcuno si stesse trascinando a carponi.
Nel giro di un secondo ho spalancato la porta e mi sono precipitato nella sala: i miei nervi avvertivano chiaramente la presenza dellAscoltatore, che doveva essersi nascosto nel corridoio, vicino allentrata del mio appartamento. Cercando di muovermi il pi silenziosamente possibile ho attraversato la stanza e ho girato la maniglia.
Sono stato investito da un gelido soffio daria che mi ha fatto rabbrividire, ma non ho visto nessuno, n sul ballatoio n sulle scale. Eppure ero stato tanto rapido nei movimenti che lAscoltatore non poteva aver avuto il tempo di andarsene: continuando a cercare, prima o poi lavrei trovato. Il coraggio stesso che sentivo dentro di me sembrava significare la necessit per la mia sicurezza e per la mia ragione di scoprire chi fosse lintruso e obbligarlo a parlare. Non era forse stato lui ad agire sulla mia mente in modo tale che io mi svegliassi e diventassi consapevole della sua presenza?
Mi sono sporto a guardare gi nella tromba delle scale, ma anche l non si vedeva alcun movimento. E sotto ai miei piedi il linoleum era freddo.
Non saprei dire per quale motivo a un certo punto abbia sollevato lo sguardo verso lalto. So solo di averlo fatto senza una apparente ragione e di aver visto una persona a met della rampa superiore, appoggiata alla ringhiera e con lo sguardo fisso su di me. Si trattava di un uomo, che sembrava aggrappato alla balaustrata pi che retto sulle sue gambe. Era molto buio e non riuscivo a vedere niente pi che la sua sagoma, ma la testa e le spalle, inverosimilmente grosse, spiccavano particolarmente contro il lucernario. Per un istante ho creduto di avere davanti qualcosa di mostruoso. Quel cranio enorme, con la massa dei capelli e le larghe spalle curve davano una sensazione disumana. Affascinato dallorrore, per qualche secondo ho ricambiato il suo sguardo fissando il volto scuro e impenetrabile che mi sovrastava, senza nemmeno rendermi conto di dove fossi e di cosa stessi facendo.
Con la certezza che quelluomo fosse il segreto Ascoltatore notturno, mi sono fatto coraggio e mi sono preparato ad affrontare la situazione.
Non sapr mai da dove mi sia venuto tutto quel coraggio: nonostante tremassi per la paura e sentissi la fronte madida di sudore, mi sono avvicinato. Nella mia mente vorticavano migliaia di domande: chi  lei, che cosa vuole da me, perch mi spia, perch entra nella mia stanza Ma non sono riuscito a profferirne nemmeno una.
Ho iniziato a salire le scale e al primo accenno di movimento da parte mia lo sconosciuto si  ritirato nellombra e ha preso a muoversi a sua volta. Arretrava alla stessa velocit con cui io avanzavo ed emetteva un rumore di passi striscianti. La distanza fra di noi restava immutata. Quando ho raggiunto il pianerottolo, lui era gi a met della rampa successiva e quando io sono arrivato a quel punto lui aveva toccato il ballatoio pi in alto. Lho sentito aprire la porta del sottotetto ed entrare. Nonostante la porta non si fosse richiusa alle sue spalle, il suono dei suoi passi  cessato di colpo.
A quel punto ho rimpianto ardentemente di non aver portato con me una lampada o un bastone. Ero completamente disarmato, e mi era impossibile tornare indietro. Cos ho fatto gli ultimi scalini e in meno di un minuto mi sono ritrovato nelloscurit, davanti alla stanza in cui si era rifugiato quellessere.
Ho avuto un istante di esitazione. La porta era socchiusa ed era evidente che lAscoltatore era l dietro, a fare quello che gli veniva meglio ascoltare. Non ho ritenuto opportuno cercarlo nella stanza: la sola idea di trovarmi in uno spazio tanto angusto insieme a lui mi sembrava terribile e mi ripugnava. Ero quasi deciso a rinunciare.
 strano come in alcune occasioni anche dei particolari insignificanti si imprimano nella memoria in maniera indelebile e traumatica. Uno scarafaggio o un topo ha attraversato di corsa il tavolato alle mie spalle e la porta si  mossa lentamente, chiudendosi. Mi sono sentito improvvisamente determinato: ho allungato un piede e con un colpo ho spalancato luscio, facendomi largo nelloscurit. I miei piedi producevano uno strano rumore attutito e il sangue mi pulsava nella testa.
Ero entrato. Le tenebre mi hanno avvolto celando persino le finestre. Ho iniziato a procedere a tentoni lungo le pareti, effettuando una minuziosa ricerca, e per impedire che laltro potesse sfuggirmi ho chiuso la porta.
Infine eravamo l, tutti e due, a pochi passi luno dallaltro. Ma chi o cosera in realt il mio compagno di prigionia? Improvvisamente in me si  accesa una luce nuova e ho capito di essere stato uno stupido. Mi ero finalmente svegliato e lorrore si stava dileguando.
I miei maledetti nervi mi avevano giocato unaltra volta! Un sogno era diventato un incubo e aveva provocato il sonnambulismo. LAscoltatore era solo un personaggio del mio sogno e non era la prima volta che i protagonisti dei miei sogni sopravvivevano per alcuni istanti dopo il risveglio. Fortunatamente avevo un fiammifero nella tasca del pigiama; lho acceso sfregandolo contro la parete e la stanza si  illuminata: era completamente vuota, non cera nemmeno unombra.
Sono tornato a letto imprecando contro i miei nervi logori, ma non appena mi sono riaddormentato lAscoltatore  riapparso e piegandosi sopra di me ha accostato la testa al mio orecchio e ha sussurrato ripetutamente: - Voglio il tuo corpo, voglio la tua copertura; la sto aspettando, e resto sempre in ascolto. - Quelle parole erano assurde come il sogno.
Chiss cos quello strano odore che si avverte nel sottotetto. La notte scorsa lho sentito ancora pi intensamente della volta precedente, e questa mattina quando mi sono svegliato, mi  parso di avvertirlo anche nella mia stanza.
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29 novembre. A poco a poco, simile ai raggi lunari che si allargano su un mare nebbioso in giugno, si sta facendo strada in me la convinzione che i miei nervi scossi e i disturbi del sonno non siano sufficienti a spiegare linflusso che questa casa sembra avere sulla mia vita. Mi ha imprigionato con una rete invisibile e anche se volessi credo che non riuscirei a fuggire. Mi attira e vuole trattenermi.
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30 novembre. Questa mattina il postino mi ha portato una lettera da Aden, inoltrata dal mio vecchio alloggio in Earls Court. Lha scritta Chapter, mio collega di studi al Trinity College, che sta rientrando dalloriente e vorrebbe avere il mio recapito. Ho subito risposto inviando una missiva allalbergo da lui nominato.
Come ho gi spiegato, le finestre del mio appartamento si affacciano sul vicolo e mi permettono di vedere chi arriva. Questa mattina mentre stavo lavorando ho sentito un rumore di passi che si avvicinavano e mi sono inspiegabilmente agitato. Sono andato alla finestra e ho visto un uomo fermo davanti allentrata. Aveva spalle ampie, un cappello a cilindro e un cappotto perfettamente intonato con il colletto. Non sono riuscito a vedere altro. La porta dingresso si  aperta e una voce profonda ha chiesto: - Il signor abita qui? - A quelle parole i miei nervi hanno sobbalzato, perch quelluomo stava cercando me. Non ho sentito la risposta, ma non poteva essere altro che affermativa e infatti lo sconosciuto  stato fatto accomodare e la porta si  chiusa alle sue spalle. Ho aspettato che salisse le scale, ma non si sentiva nessun rumore. Dopo un po ho aperto la porta e ho guardato fuori, ma non ho visto niente. Ho attraversato il pianerottolo e mi sono affacciato alla finestra che domina sullintero vicolo: ma la strada era completamente deserta. Allora sono sceso in cucina e ho chiesto alla padrona di casa se poco prima fosse venuto qualcuno a chiedere di me.
- No! - mi ha risposto, con uno strano sorriso.
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1 dicembre. Sono veramente preoccupato per il mio sistema nervoso. I sogni sono sogni, ma non mi era mai successo di sognare in pieno giorno.
Aspetto con ansia la venuta di Chapter.  un uomo incredibilmente sano e vigoroso, privo di cedimenti e di immaginazione, e per di pi gode di una rendita di duemila sterline lanno. Ogni tanto mi fa qualche proposta lultima  stata quella di fare il giro del mondo insieme a lui, in qualit di suo segretario: insomma, un modo discreto per pagarmi le spese ed elargirmi un po di soldi. Ma io declino sempre simili proposte, perch non voglio rovinare la nostra amicizia. Le donne non riuscirebbero a farlo, ma il denaro s. Chapter ha sempre scherzato su quelle che chiama le mie fantasie, perch in lui c spazio solo per la limitata immaginazione propria delluomo prosaico. E se lo prendo in giro a mia volta per quella sua carenza, si arrabbia terribilmente. La sua psicologia  quella tipica dei materialisti, ed  alquanto strana, per me. Comunque, mi sentir veramente sollevato quando ascolter il suo impassibile giudizio sulla mia storia, che intendo raccontargli.
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2 dicembre. Finora, nel redigere questo breve diario, ho volutamente taciuto la cosa pi strana, perch avevo paura a metterla per iscritto. Lho sempre confinata in fondo ai miei pensieri, cercando di impedirle di svilupparsi, ma i miei sforzi non sono serviti a niente.
Adesso che mi sono deciso ad affrontarla, mi rendo conto che parlarne  pi difficile di quanto pensassi. Come una musica che ronza vagamente nella testa ma svanisce non appena si cerca di cantarla, cos quei pensieri raggruppatisi in fondo alla mia mente si rifiutano di diventare razionali. Sono l, pronti a compiere il grande balzo ma non riescono a farlo.
Quando sono in questa a casa, a parte i momenti di maggior concentrazione sul lavoro, mi succede spesso di essere colto senza preavviso da idee che non mi appartengono, pensieri strani e sconosciuti, del tutto estranei alla mia personalit. Indipendentemente dal loro contenuto, resta il fatto che sono in tutto e per tutto alieni dalle linee di pensiero a me abituali. Mi colgono specialmente nei momenti di riposo, quando la mente vaga davanti al fuoco o a un libro poco avvincente. Mi travolgono e mi fanno sentire incredibilmente a disagio. A volte sono tanto intensi che mi sembra di avvertire la presenza di qualcuno dietro di me, intento a ragionare ad alta voce.
 chiaro che ho i nervi e il fegato in disordine. Devo lavorare di pi e muovermi maggiormente. Quei terribili pensieri infatti non riescono ad aggredirmi quando la mia mente  occupata, anche se rimangono sempre l, in attesa, come se fossero vivi.
Quello che ho cercato di spiegare mi accade fin dai primi giorni che ho trascorso in questa casa e con il passare del tempo si  intensificato. Ad esso bisogna aggiungere un altro fatto strano, che mi  successo solo due volte, per ora, ed  forse ancora pi terrificante.
Si tratta della consapevolezza di soffrire di una malattia mortale e violenta. Vengo colto da unondata di febbre che, una volta terminata, mi lascia gelato e tremante. Per alcuni secondi mi sembra di sentire il morbo persino nellaria. La percezione di questa infermit  talmente convincente e intensa che entrambe le volte la mia mente  stata colta dalle vertigini mentre i nomi delle malattie pi pericolose che conosco mi balenavano nella testa come fiamme bianche. Non riesco a spiegare tutto questo, ma sono convinto che non si tratti solo di un sogno, e del resto il sudore e le palpitazioni che si accompagnano a queste manifestazioni lo dimostrano.
Il momento in cui ho avvertito con maggiore consapevolezza la vicinanza di una malattia mortale  stato quello in cui ho inseguito lAscoltatore nel sottotetto. Quando eravamo chiusi dentro nella piccola stanza quadrata, la presenza di quel morbo invisibile e maligno era tangibile. Non avevo mai sperimentato una simile sensazione, e prego Dio che non mi accada pi.
Ecco! Finalmente ho confessato, almeno in parte, le vicende che finora non avevo avuto il coraggio di mettere per iscritto. Ormai so con certezza che i fatti accaduti quella notte, con lAscoltatore, non erano un sogno come non lo  la colazione che faccio tutte le mattine. E la loro descrizione in questo diario era solo un tentativo di negare con le parole quella che dentro di me sentivo essere la verit. Se lavessi ammessa, il mio orrore sarebbe divenuto insopportabile.
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3 dicembre. Vorrei che Chapter si decidesse ad arrivare. Ho gi analizzato e riorganizzato tutti i fatti accaduti e mi sembra di vedere i suoi imperturbabili occhi grigi che fissano increduli il mio volto mentre glieli racconto: il bussare alla porta, il visitatore elegantemente vestito, la finestra dellultimo piano illuminata e lombra sulla persiana, luomo incontrato sulla neve, i miei vestiti sparpagliati nel corso della notte, la confessione mai finita di Emily, la reticenza della padrona di casa, lAscoltatore e le sue terrificanti parole; ma soprattutto la consapevolezza della malattia mortale e il flusso di pensieri estranei ai miei.
Vedo gi lespressione di Chapter e immagino le sue parole: - Hai ricominciato a bere troppo th e a mangiare poco, vero? Vai dal mio neurologo, e poi vieni con me nel sud della Francia. - Quelluomo che non ha mai sofferto di nervi n di fegato ha infatti un neurologo di fiducia e si fa visitare regolarmente perch convinto che il suo sistema nervoso stia iniziando a cedere.
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5 dicembre. Da quando  avvenuto lincontro con lAscoltatore, ho preso labitudine di tenere accesa una lampada per tutta la notte e il mio sonno non  pi stato disturbato. La scorsa notte per  successo qualcosa ancora pi grave. Mi sono svegliato di soprassalto e ho visto un uomo che si stava guardando nello specchio. La porta era chiusa a chiave. Ho capito subito che si trattava dellAscoltatore e il sangue mi si  gelato nelle vene. La paura mi ha travolto al punto da immobilizzarmi nel letto, specialmente quando mi sono accorto che lodore intollerabile era intensissimo.
Luomo sembrava alto e robusto. Era piegato verso lo specchio e mi stava voltando le spalle, ma potevo scorgere la sua testa enorme e il volto illuminato dal bagliore della lampada attraverso lo specchio stesso. Il chiarore spettrale dellalba che penetrava dalla finestra accresceva lorrore di quella scena posandosi sui capelli rossicci simili a una criniera, sparsi intorno a un viso dai lineamenti gonfi e rugosi che comunicavano chiaramente limmagine della non oso scrivere quella terribile parola. A conferma delle mie impressioni, la tenue mescolanza delle due luci metteva in risalto diverse macchie color bronzo presenti sulle guance che luomo stava evidentemente osservando allo specchio. Le labbra erano esangui e carnose. Una mano era nascosta nellombra, ma potevo vedere chiaramente laltra, posata sul manico della mia spazzola davorio. Ho notato che i muscoli erano stranamente contratti, le dita esili, emaciate, e il dorso raggrinzito. Ricordava un grande ragno grigio pronto a balzare, o ancora la zampa di un uccello enorme.
La consapevolezza di essere solo in una stanza chiusa in compagnia di quellessere indefinibile mi ha sconvolto al punto che quando lo sconosciuto si  voltato senza preavviso verso di me e mi ha fissato con occhi vitrei e tanto piccoli da risultare sproporzionati con le dimensioni del volto, mi sono messo a sedere sul letto e ho lanciato un urlo, svenendo poi per il terrore.
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6 dicembre. Questa mattina, quando sono rinvenuto, ho scoperto che i miei vestiti erano nuovamente sparpagliati sul pavimento. Faccio molta fatica a riprendermi e a riordinare le idee, e mi vengono improvvisi tremori. Ho deciso di recarmi subito allalbergo in cui soggiorner Chapter e di chiedere notizie sul suo arrivo. Non riesco a ricordare i fatti avvenuti questa notte, sono troppo terrificanti e devo tenere la mente occupata. Mi sento stordito, non sono riuscito a fare colazione e ho vomitato sangue per due volte. Stavo preparandomi per uscire quando una carrozza ha percorso rumorosamente il vicolo e un istante pi tardi la mia porta si  aperta per lasciar entrare il mio tanto atteso compagno.
La vista della sua faccia decisa e del suo sguardo sereno ha subito avuto un benefico effetto su di me e la stretta di mano che ci siamo scambiati  stata una specie di tonico per i miei nervi. Tuttavia, mentre ascoltavo quella voce rassicurante e le immagini della notte iniziavano a impallidire nella mia mente, mi sono reso conto di quanto sarebbe stato difficile parlargli di quella vicenda cos assurda. Ci sono persone che possiedono una tale energia concreta da distruggere le esili trame di una visione impedendo di ricostruirla, e Chapter  una di quelle.
Ci siamo raccontati reciprocamente le vicende accadute dopo il nostro ultimo incontro e lui mi ha parlato dei suoi viaggi. Io stavo ad ascoltarlo, ma ero talmente turbato dalla paura che devo essermi rivelato un pessimo interlocutore, sempre pronto a cogliere loccasione giusta per fargli scoppiare la bomba sotto il naso.
Tuttavia, a poco a poco ho iniziato a pensare che anche lui stesse chiacchierando solo per prendere tempo, in attesa del momento migliore per rivelare qualcosa di importante.
Cos abbiamo dialogato per almeno mezzora pronti a lanciare le rispettive bombe e lo sforzo che facevano le nostre menti per tenerci a freno era tangibile. Rendendomene conto, ho deciso di allentare la tensione rinunciando per il momento a raccontare la mia storia e ben presto anche nel mio compagno  avvenuto un cambiamento: la conversazione ha rallentato il ritmo, linteresse  scemato e le descrizioni dei suoi viaggi sono state intervallate da pause sempre pi lunghe, finch Chapter si  zittito e mi ha guardato con unespressione seria e preoccupata.
Finalmente il momento era arrivato!
- Dico - ha esordito, ma subito si  interrotto.
Gli ho fatto un gesto inconscio di incoraggiamento, ma senza parlare. Avevo paura di quello che stava per dire, e mi sembrava che unombra oscura precedesse le sue parole.
- Dico - ha ripreso, infine, - perch mai sei venuto ad abitare qui?
- Be, innanzitutto perch costa poco - ho risposto, - poi perch la posizione  ottima, centrale e
- Costa troppo poco - mi ha interrotto lui. - Non ti sei mai domandato il motivo di questo?
- Non ci ho fatto caso.
Nel momento di silenzio che  seguito alle mie parole, Chapter ha volutamente evitato di guardarmi.
- Per amor di Dio, parla - ho esclamato, incapace di tollerare oltre quella tensione.
- Questa  la casa in cui Blount ha abitato per lungo tempo - ha rivelato lui a bassa voce. - E dove  morto. Sai, allora venivo spesso a trovarlo e facevo quello che mi era possibile per alleviare le sue - si  interrotto unaltra volta.
- Bene! - mi sono sforzato di dire. - Vai avanti, ti prego senza fermarti.
- Alla fine per - ha ripreso Chapter, guardando verso la finestra con un brivido, - era diventato talmente terribile che non sono pi riuscito a tollerarlo, per quanto sia sempre stato convinto di essere in grado di sopportare qualsiasi cosa. Mi scuoteva i nervi e mi provocava incubi notturni. Ero ossessionato, giorno e notte ininterrottamente.
Lho fissato senza parlare. Non sapevo chi fosse Blount e non riuscivo a capire a cosa si riferisse il mio amico, ma stavo tremando.
- Questa  la prima volta che vengo qui, da allora - ha detto Chapter, in un bisbiglio, - e ti garantisco che mi vengono i brividi. Non  possibile per un uomo vivere in questo posto e infatti non ti ho mai visto ridotto in uno stato simile, vecchio mio.
- Ho affittato queste stanze per un anno - gli ho spiegato, sforzandomi di ridere, - ed ero proprio convinto di aver fatto un buon affare.
Chapter  rabbrividito e si  abbottonato il cappotto fino al collo, poi ha ripreso a parlare con voce sussurrata e guardandosi di tanto in tanto alle spalle come se ci fosse qualcuno in ascolto. E in effetti io stesso ero pronto a scommettere che nella sala ci fosse qualcun altro, a parte noi due.
- Lo ha fatto da solo, vedi, e nessuno ha potuto biasimarlo: soffriva in modo spaventoso. Negli ultimi due anni di vita usciva solo in una carrozza chiusa e con il volto nascosto da un velo. Persino linfermiere che lo curava da tanto tempo alla fine  stato costretto ad andarsene. La malattia gli aveva divorato le gambe, cos era obbligato a muoversi a carponi, strisciando. Ed emanava un odore che
A quel punto ho dovuto interromperlo, incapace di ascoltare ulteriori dettagli. Ero madido di sudore e sentivo caldo e freddo contemporaneamente: infine avevo iniziato a capire!
- Poveraccio - ha proseguito Chapter. - Cercavo di guardarlo il meno possibile. Lui mi domandava sempre il permesso di levarsi il velo e io mi mettevo davanti alla finestra aperta. Comunque, non mi toccava mai. Aveva affittato tutta la casa e non era possibile portarlo via da qui.
- Abitava in queste stanze?
- No, aveva una camera al piano superiore, la stanza quadrata proprio sotto il tetto. Gli piaceva di pi perch era buia. Questi locali invece erano troppo in basso e temeva che qualcuno potesse vederlo dalle finestre. Spesso infatti veniva seguito fino davanti alla porta dingresso da persone che si fermavano nel vicolo sperando di riuscire a vederlo in faccia.
- E gli ospedali?
- Lui non voleva saperne, e noi non avevamo il coraggio di portarcelo con la forza. Vedi, sembra che quella malattia non sia contagiosa, perci niente gli proibiva di restare qui, se lo desiderava. Passava il tempo leggendo testi di medicina, sulle droghe e simili. Il volto e la testa erano diventati talmente gonfi che sembrava un leone.
Ho sollevato una mano per fermare quella descrizione.
- Era un peso per il mondo e ne era consapevole. Probabilmente una notte tale consapevolezza  stata troppo per lui. Poteva usare liberamente le droghe e la mattina seguente lo hanno trovato morto sul pavimento.  successo due anni fa e si diceva che avrebbe avuto ancora diversi anni di vita davanti.
- Allora, in nome di Dio - ho gridato, incapace di tollerare ancora quella tensione. - Che malattia aveva, dimmelo!
- Pensavo che lo sapessi - ha risposto Chapter, sinceramente stupito. - Pensavo che lo sapessi!
Si era allungato verso di me e i nostri sguardi si sono incrociati. Le sue labbra hanno profferito in un bisbiglio appena percettibile quelle terribili parole: - Era lebbroso!
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NELLA TERRA DEL TEMPO. di Lord Dunsany.
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Cos Kamith, re di Alatta, parl al suo figlio primogenito: - Lascio a te la mia citt di Zoon, con i suoi cornicioni doro, sotto ai quali ronzano le api. E lascio a te anche la terra di Alatta, e ogni altra terra che sarai degno di avere, perch i tre eserciti poderosi che ti lascio possono certo conquistare Zindara e occupare Istahn, e ricacciare Onin dalle sue frontiere, e assediare le mura di Yan, e anche occupare i territori minori di Hebith, Ebnon e Karida.
Ma non condurre i tuoi eserciti contro Zeenar e non attraversare lo Eidis.
L nella citt di Zoon nel paese di Alatta, sotto i cornicioni doro, mor il re Karnith, e la sua anima and dove erano andate le anime dei suoi avi, i re pi antichi, e le anime dei loro schiavi.
Allora Karnith Zo, il nuovo re, prese la corona ferrea di Alatta e scese nelle pianure che circondano Zoon e trov che i suoi tre poderosi eserciti chiedevano a gran voce di marciare contro Zeenar, al di l del fiume Eidis.
Ma il nuovo re lasci le sue armate, e per unintera notte, solo nel grande palazzo con la sua corona ferrea, riflett a lungo sulla guerra; e un po prima dellalba si affacci nella luce fioca alla finestra del suo palazzo, che guardava a est la citt di Zoon e pi oltre i campi di Alatta, fin dove la valle si apre su Istahn.
L, mentre rifletteva, vide il fumo levarsi alto e sottile sulle casupole della pianura e sui campi dove pascolavano le pecore. Pi tardi sorse il sole e illumin Alatta come illumina Istahn, e qualcosa cominci a muoversi attorno alle case di Alatta e di Istahn e i galli cantarono nella citt e gli uomini andarono nei campi tra le pecore belanti; e il re si domand se gli uomini facevano cose diverse a Istahn.
Uomini e donne si salutavano mentre andavano al lavoro, e si sentivano le ridate nelle strade e nei campi; e gli occhi del re guardavano lontano verso Istahn e sempre il fumo si levava alto e sottile dalle casupole.
Il sole sal nel cielo e brill su Alatta e Istahn, e i fiori si aprirono nelle due citt, e gli uccelli cantarono e si udivano le voci di uomini e donne.
Sulla piazza del mercato di Zoon le carovane erano in agitazione e si preparavano a trasportare le merci a Istahn; di l poi passarono anche i cammelli che giungevano ad Alatta con tanti sonagli squillanti. Tutto questo vide il re mentre rifletteva, lui che non aveva mai riflettuto prima. A Occidente i monti Agnid corrugavano la fronte e proteggevano il fiume Eidis; al di l di essi viveva in una terra arida il fiero popolo di Zeenar.
Pi tardi il re, mentre visitava il suo nuovo reame, giunse al Tempio degli di del Passato. E trov il tetto sfondato e le colonne di marmo crollate e alte erbacce si aggrovigliavano al sacrario interno, e gli di del Passato, orbati di preghiere e di sacrifici, negletti e dimenticati. E il re domand ai suoi consiglieri chi aveva abbattuto quel tempio degli di o aveva fatto s che gli di cadessero nelloblio. E gli risposero:
-  stato il Tempo.
Poi il re simbatt in un uomo curvo e storpio, con la faccia rugosa e segnata, e non avendo mai visto uno spettacolo del genere alla corte di suo padre, disse alluomo:
- Chi ti ha fatto questo?
E il vecchio rispose:
-  stato lo spietato Tempo.
Ma il re e i suoi consiglieri proseguirono, e simbatterono in un gruppo di persone che avevano in mezzo un carro funebre. E il re interrog minutamente i suoi consiglieri sulla morte, perch queste cose non gli erano mai state spiegate. E il pi vecchio dei consiglieri rispose: - La Morte, o re,  un dono mandato dagli di per mano del loro servo Tempo, e alcuni la accolgono volentieri, altri sono costretti a riceverla di malavoglia, e per altri arriva inaspettata a met della giornata. E con questo dono degli di che il Tempo gli reca, un uomo deve inoltrarsi nel buio senza avere altro con s, finch gli di lo vorranno.
Ma il re torn al suo palazzo e riun i suoi profeti pi grandi e i suoi consiglieri e li interrog pi in particolare riguardo al Tempo. E quelli dissero al re che il Tempo era una grande forma che si levava come unombra altissima all'imbrunire, o passava, invisibile, attraverso il mondo, ed era lo schiavo degli di ed eseguiva il Loro volere, ma si sceglieva sempre nuovi padroni e tutti gli antichi padroni del Tempo erano morti e i Loro templi dimenticati. E uno disse:
- Lo vidi una volta quando tornai a giocare nel giardino della mia infanzia per via di certi ricordi. Era quasi sera e la luce era smorta; e io vidi Tempo immobile sulla porticina, smorto come la luce, e stava tra me e quel giardino e mi aveva rubato i ricordi perch era pi forte di me.
E un altro disse:
- Vidi anchio il Nemico della mia casa. Lo vidi mentre si aggirava sui campi che conoscevo bene e conduceva per mano uno sconosciuto e lo introduceva in casa mia perch sedesse dove in passato sedevano i miei avi. E lo vidi poi fare tre volte il giro della casa e chinarsi e raccogliere lincanto dei prati, e scacciare gli alti papaveri del giardino e spargere le erbacce lungo il sentiero dove passava per i luoghi ancora vivi nel ricordo.
E un altro disse:
- Un giorno arriv nel deserto e suscit la vita nei luoghi desolati, e la fece piangere amaramente e la ricopr con il deserto.
E un altro disse:
- Anchio lo vidi seduto nel giardino di un bambino e strappava i fiori, e poi si allontan per i boschi e si chinava mentre passava, e raccoglieva le foglie a una a una dagli alberi.
E un altro disse:
- Lo vidi una volta, al chiaro di luna, alto e nero in mezzo alle rovine di un tempio dellantico regno di Amarna, e di notte era intento a un suo lavoro. E aveva in faccia uno sguardo come hanno gli assassini e si affannava a seppellire qualche cosa sotto la polvere e le erbacce. Da quel momento, in Amarna i popoli di quellantico regno hanno perso il loro dio, nel cui tempio avevo scoperto Tempo acquattato di notte, e da allora non lo hanno pi rivisto.
Nel frattempo da lontano ai margini della citt si lev la protesta dei tre eserciti del re che volevano marciare contro Zeenar. Al che il re and dalle sue armate e cos parl ai comandanti:
- Non andr ammantato di morte per essere re di altri paesi. Ho visto il mattino stesso che era spuntato su Istahn allietare anche Alatta, e ho sentito la pace scendere in mezzo ai fiori. Non devaster le case per regnare su una terra orfana e su un paese vedovo. Ma vi guider contro il nemico giurato di Alatta che abbatter le torri di Zoon e che si  spinto lontano per rovesciare i nostri dei.  nemico di Zindara, di Istahn e di Yan ricca di bastioni, Hebith e Ebnon non possono sopraffarlo n Karida  al sicuro da lui tra i suoi monti spogli.  un nemico pi potente di Zeenar, le sue frontiere sono pi forti di Eidis; sbircia tutti i popoli della Terra e se ne ride dei loro di e brama le loro citt dai begli edifici. Marceremo dunque per conquistare Tempo e per salvare gli di di Alatta dalla sua morsa, e quando torneremo vincitori scopriremo che la Morte  scomparsa e la vecchiaia e la malattia se ne sono andate, e qui vivremo per sempre sotto i tetti doro di Zoon, mentre le api ronzano tra timpani non corrosi dalla ruggine e torri non pi in rovina. Non ci saranno pi loblio n il deperimento, n la morte n la sofferenza, quando avremo liberato gli abitanti e i campi ameni della Terra dallinesorabile Tempo.
E gli eserciti giurarono che avrebbero seguito il re per salvare il mondo e gli di.
Il giorno dopo il re part con i suoi tre eserciti, attravers molti fiumi e marci per molti paesi, e ovunque giungevano domandavano notizie di Tempo.
E il primo giorno incontrarono una donna con la faccia segnata e rugosa, che disse loro che era stata bella e che il Tempo le aveva stampato in faccia i suoi cinque artigli.
Pi di un vecchio incontrarono mentre marciavano in cerca di Tempo. Tutti lavevano visto ma nessuno sapeva dire altro, tranne alcuni che dissero che era andato in quella direzione e indicarono una torre in rovina e un vecchio albero schiantato.
E un giorno dopo laltro, un mese dopo laltro, il re avanzava con i suoi eserciti, e sperava di avvistare infine il Tempo. A volte si accampavano di notte vicino a palazzi dal disegno splendido o accanto a giardini fioriti, nellintento di scoprire il nemico quando veniva a profanare le cose col favore delle tenebre.
A volte simbattevano in ragnatele, a volte in catene arrugginite, o in case con i tetti sfondati o i muri pericolanti. Allora gli eserciti acceleravano la marcia e credevano di essere ormai sulle tracce di Tempo.
Mentre le settimane passavano e diventavano mesi, e sempre si sentivano voci o notizie di Tempo ma non lo si vedeva mai, le truppe si stancarono di quella lunga marcia. Ma il re si ostin e non volle che si tornasse indietro, e ripet che il nemico era a portata di mano.
Un mese dopo laltro, il sovrano guid i suoi eserciti ormai riluttanti, finch alla fine, dopo aver camminato per quasi un anno, arrivarono al villaggio di Astarma, lontanissimo nel Nord.
L molti soldati del re ormai stanchi disertarono e si stabilirono ad Astarma e sposarono delle fanciulle astarmiane. Da questi soldati conosciamo la croraca precisa della marcia degli eserciti fino allarrivo ad Astarma, dopo una corsa durata quasi un anno.
E larmata lasci quel villaggio e i bambini lacclamavano mentre sfilava per le strade, e cinque miglia pi avanti super una fila di colline e spar alla vista. Da quel momento ben poco se ne sa, ma il resto della cronaca  tratto dai racconti che i veterani delle armate del re usavano narrare nelle serate attorno al fuoco a Zoon, e che poi furono tramandate dagli uomini di Zeenar.
Si ritiene, soprattutto ai giorni nostri, che quei resti delle armate del re che oltrepassarono Astarma arrivarono infine (non sappiamo dopo quanto tempo) sulla cresta di un declivio dove il terreno scende verdeggiante verso nord.
Pi in basso si allargano campi verdi e pi avanti il mare si lamenta, il mare che, a perdita docchio, non ha n spiagge, n isole. In mezzo ai campi verdi sta un villaggio, e a questo villaggio volgevano gli occhi il re e i suoi soldati mentre scendevano lungo il pendio. Eccolo ai loro piedi, venerabile di vetust, con i frontoni antichi delle case corrosi e contorti dagli anni, e i camini tutti inclinati.
I tetti erano coperti di lastre di pietra antiche che scomparivano sotto uno spesso strato di muschio; ogni finestrella guardava da una miriade di strani pannelli di vetro nei giardini modellati con strumenti antiquati e invasi dalle erbacce. Sui cardini arrugginiti le porte sbattevano avanti e indietro ed erano fatte di assi di quercia vecchissima, cosparsa di nodi neri.
Contro di essa sbattevano i cardi, attorno si arrampicava ledera e ondeggiavano le erbe selvatiche; alto e dritto dai camini inclinati saliva il fumo azzurrino, e ciuffi derba spuntavano tra i ciottoli enormi della strada immersa nel silenzio.
Tra i giardini e le vie acciottolate cerano siepi pi alte di quel che poteva vedere un uomo a cavallo, di rovi lussureggianti, e sopra a tutto sinerpicava il convolvolo per spiare nel giardino dallalto.
Davanti a ogni casa era stato aperto un varco nella siepe, dove sbatteva un cancelletto di legno marcito per la pioggia e per gli anni e tutto verde di muschio. E sopra tutto incombevano gli anni e il silenzio profondo delle cose da tempo scomparse e dimenticate. Il re e i suoi eserciti rimasero a lungo a guardare questo relitto che i secoli avevano tratto fuori dallantichit. Poi, in cima al declivio, il re fece fermare i suoi eserciti, e scese da solo con uno dei suoi comandanti fino al villaggio.
Poco dopo qualcosa si mosse in una casa, e un pipistrello usc dalla porta nella luce del giorno, e tre topolini scesero di corsa lo scalino, e unantica pietra si spezz in due e fu tenuta assieme dal muschio; e poi arriv un vecchio curvo con un bastone e la barba bianca lunga fino a terra, che indossava abiti lisi per luso, e poco dopo altri uscirono dalle case, tutti egualmente vecchi, e tutti che si trascinavano col bastone.
Erano le persone pi vecchie che il re avesse mai visto, e a loro domand il nome del villaggio e chi erano.
Uno di loro rispose: -  la Citt dei Vecchi nel Territorio del Tempo.
E il re chiese: - Allora il Tempo  qui?
E uno dei vecchi gli addit un grande castello in cima a un colle diruto e disse: - L dentro abita il Tempo, e noi siamo il suo popolo - e tutti osservarono incuriositi il re Kamith Zo.
Il pi vecchio del paese riprese a parlare e disse: - Da dove vieni, tu che sei cos giovane? - E Kamith Zo gli rispose che era venuto per conquistare il Tempo e per salvare cos il mondo e gli di. Poi domand a essi da dove venivano.
E quella gente rispose:
- Siamo pi vecchi di sempre e non sappiamo da dove veniamo, ma siamo la gente del Tempo, e qui, dal Confine del Tutto, egli manda le sue ore allassalto del mondo, e tu non potrai mai vincere il Tempo.
Il re torn dai suoi eserciti, e indic il castello sul colle dicendo che finalmente avevano trovato il Nemico della Terra.
I vecchi di sempre ritornarono lentamente alle loro case tra un cigolare di antiche porte, mentre le schiere attraversarono i campi e oltrepassarono il villaggio.
Da una delle torri il Tempo non li perdeva di vista, e in ordine di battaglia gli uomini si avvicinarono al monte scosceso mentre il Tempo sedeva nel suo torrione e osservava gli avvenimenti.
Ma appena lavanguardia pos il piede sul ciglio del colle il Tempo le lanci contro cinque anni, e gli anni passarono sulle loro teste, e lesercito continu ad avanzare, unarmata di soldati pi vecchi. Ma la salita sembrava pi dura al re e a ogni soldato del suo esercito, che ansimavano sempre pi forte.
II Tempo chiam a raccolta altri anni, e a uno a uno li lanci contro Kamith Zo e tutti i suoi uomini. E le ginocchia dei soldati sirrigidirono, e le barbe crebbero e divennero grigie, e le ore e i giorni e i mesi passarono fischiando alti sulle loro teste, e i capelli sincanutirono sempre di pi, e le ore conquistatrici si accanirono contro gli uomini, e gli anni si lanciarono in avanti e spazzarono via la giovinezza di quellarmata finch i soldati si trovarono faccia a faccia sotto le mura del castello del Tempo con una massa di anni ululanti, e si accorsero che la salita era troppo erta per uomini cos attempati.
Lentamente e penosamente, tormentato da febbri e infreddature, il re radun la sua armata di vecchi che scese con passo malfermo il pendio.
Piano piano il Re ricondusse in patria i suoi guerrieri sulle cui teste avevano urlato gli anni trionfatori. Un anno dopo laltro, si trascinarono a sud, sempre verso Zoon; arrivarono, con le lance coperte di ruggine e le lunghe barbe fluenti, ad Astarma, dove non li riconobbe nessuno; ripassarono per citt e villaggi dove una volta si erano informati incuriositi sul Tempo, e neanche l non li riconobbe nessuno.
Ritornarono nei palazzi e nei giardini dove di notte avevano aspettato il Tempo, e scoprirono che il Tempo cera gi stato. E intanto continuavano a sperare di ritornare a Zoon, di rivedere i suoi cornicioni doro. E non sapevano che inavvertita, alle loro spalle, spiava e li seguiva la figura scarna del Tempo, che tagliava fuori gli sbandati a uno a uno e li sopraffaceva con le sue ore; lesercito ogni giorno perdeva degli uomini e sempre meno erano i veterani di Karnith Zo.
Ma, alla fine, dopo molti mesi, una notte che marciavano nelloscurit prima del mattino, lalba si lev a un tratto e illumin i cornicioni di Zoon, e un grande grido percorse larmata:
Alatta, Alatta.
Ma quando si avvicinarono scoprirono che le porte erano rugginose, le erbacce crescevano alte lungo le mura esterne, pi di un tetto era crollato, i frontoni erano anneriti e contorti, e i cornicioni doro non scintillavano pi come un tempo. I soldati entrarono in citt sicuri di trovare le sorelle e le innamorate di qualche anno prima ma videro solo delle vecchie avvizzite dallet e non le riconobbero.
A un tratto qualcuno disse:
-  stato anche qui.
E allora capirono che mentre cercavano il Tempo, il Tempo aveva assalito la loro citt e laveva accerchiata con gli anni, e laveva conquistata mentre loro erano lontani e aveva messo in schiavit le loro donne e i bambini sotto il giogo dellet.
Cos i resti delle tre armate di Karnith Zo si fermarono nella citt conquistata. E dopo non molto gli uomini di Zeenar attraversarono il fiume Eilis e non tardarono ad avere la meglio su un esercito di vecchi, e conquistarono Alatta, e i loro sovrani da allora regnarono nella citt di Zoon.
E a volte gli uomini di Zeenar ascoltavano le storie insolite che narravano i vecchi alattidi di quando avevano combattuto contro il Tempo. E alcune di queste storie, cos come le ricordavano gli uomini di Zeenar, pi tardi a loro volta le narrarono, e questo  tutto ci che si pu dire di quelle armate avventurose che fecero guerra al Tempo per salvare il mondo e gli di, e furono sopraffatte dalle ore e dagli anni.
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LALBINO. di Gustav Meyrink.
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- Mancano ancora sessanta minuti alla mezzanotte - disse Ariosto, togliendosi dalla bocca lesile cannello della pipa olandese.
- Quello l - e accenn, sulla parete annerita dal fumo, ad un oscuro ritratto, di cui a mala pena si potevano ancora riconoscere le linee, - quello l fu Gran Mastro esattamente cento anni fa, meno sessanta minuti.
- E quando decadde il nostro Ordine? Voglio dire, quando precipitammo fino ad essere i Beoni che ora siamo, Ariosto? - venne fuori a domandare una voce, dalla densa nube di fumo, che riempiva la piccola sala medievale.
Ariosto si pass le dita nella lunga barba bianca, strisciandola con aria dincertezza sul collare increspato della toga di velluto: - Sar stato negli ultimi decenni forse, ma avvenne poco per volta.

- Tu hai messo il dito sopra una piaga nel suo cuore, Fortunato - mormor Baal Scherm lArci-Censore dellOrdine, che indossava un costume di rabbino medievale.
E uscendo dallombra, nel vano duna finestra, si avvicin alla tavola doverano quelli che avevano fatto la domanda. - Sarebbe meglio che tu parlassi di qualcosaltro - disse. Poi continu ad alta voce: - E come si chiamava, nella vita profana, questo Gran Mastro?
- Conte Ferdinando Paradies - rispose subito un altro che stava accanto ad Ariosto, entrando con aria di competenza nellargomento. - S, erano illustri i nomi di quel tempo, e anche di prima. I Conti Spork, Norberto Wrbna, Venceslao Kaiserstein, il poeta Ferdinando van der Roxas! Tutti questi celebrarono il rito di Loggia dei Fratelli Asiatici, nellantico giardino dellAngelo, dove ora c la Posta Centrale, guidati dallo spirito del Petrarca e di Cola di Rienzo, che furono pure nostri Fratelli.
- E cos! Fu proprio il giardino dellAngelo, che prese nome da Angelo di Firenze, medico ordinario dellimperatore Carlo IV, presso il quale Cola di Rienzo trov asilo finch non fu consegnato al Papa - interruppe premurosamente lo scriba Ismaele Gneiting.
- Ma non sapete che dai Sat-Bahis, gli antichi fratelli Asiatici, furono fondate persino Praga e Allahabad, in breve tutte le citt il cui nome viene a significare soglia? Dio del Cielo, che cose! che cose!
- E adesso  tutto svanito.
- Lo dice anche Buddha: Non ne resta traccia nellaria. Tali erano i nostri predecessori! Ma noi, Beoni! Beoni! hip, hip, hurrah! - c da ridere.
Baal Schem gli fece cenno di tacere una buona volta; ma quello non cap, e continu a parlare, finch Ariosto respinse bruscamente il suo bicchiere e lasci la stanza.
- Lhai offeso - disse Baal Schem, serio, a Ismaele Gneiting, - avresti dovuto aver riguardo almeno alla sua et.
- Ah - si scus laltro, - non volevo dargli un dispiacere! Sono certo che torner! Fra unora comincia la festa secolare cui deve ben assistere.
-  sempre una scocciatura, che noia! - disse uno dei pi giovani, - si beveva cos in santa pace.
Il silenzio piomb sul circolo attorno alla tavola.
Sedevano tutti muti, in semicerchio, aspirando il fumo dalle bianche pipe olandesi. Coi mantelli medievali dellOrdine coperti di fregi cabalistici, essi avevano laspetto di una strana, irreale riunione fantomatica, nella luce smorta delle lampade a olio, che arrivava appena fino agli angoli della stanza e alle finestre gotiche senza cortine.
- Andr a rabbonirlo, il vecchio - disse finalmente Corvino, un giovane musicista, ed usc.
Fortunato si pieg verso lArci-Censore: - Corvino ha dellascendente su di lui? Proprio Corvino?
Baal Schem borbott qualcosa nella barba: Corvino doveva essere fidanzato con Beatrice, la nipote di Ariosto.
Ismaele Gneiting riprese il discorso, e parl dei dogmi dimenticati dellOrdine, che risaliva fino alle nebbie del passato, quando i Dmoni delle Sfere ancora istruivano i progenitori delluomo.
Parl delle difficili oscure profezie, che tutte, tutte serano avverate nel tempo, lettera per lettera, frase per frase, cos da far disperare del libero arbitrio dei viventi; e della lettera sigillata di Praga, lultima reliquia autentica che lOrdine ancora possedesse. - Strano che ci fosse ancora qualcuno che volesse aprirla prima del tempo debito. Quegli come dice nelloriginale, Lord Kelwyn?
Ismaele Gneiting volse lo sguardo interrogativo verso Lord Kelwyn, un Fratello vecchissimo che se ne stava rannicchiato dirimpetto a lui in una poltrona a intagli e dorature.
-  perisca egli prima di cominciare. La tenebra inghiottir il suo volto, n mai pi lo restituir alla luce. La mano della sorte nasconder i suoi lineamenti nel regno della Forma fino allultimo giorno - complet il vegliardo, accompagnando ogni parola con movimenti della testa calva, come se volesse dare forza alle sillabe -  e la sua faccia sar cancellata dal mondo dei contorni. Invisibile diventer il suo volto: invisibile per tutti i tempi! Serrato come il mallo nella noce
- Come il mallo nella noce? - i Fratelli si guardarono stupiti. Che strana e incomprensibile similitudine!
In quel momento si apr la porta ed entr Ariosto seguito dal giovane Corvino. Questultimo ammicc ai Fratelli, quasi a significare che aveva accomodato le cose col vecchio.
- Aria fresca, facciamo entrare aria fresca - disse un Fratello.
Parecchi si alzarono, respingendo le sedie per guardare fuori, nella notte di plenilunio, i raggi dun verde opalino che scintillavano sul lastrico ineguale dellAltsttter Rings.
Fortunato indic lombra azzurro-cupa che dalla Teinkirche, sorpassando la casa, cadeva sulla vecchia piazza deserta e la divideva in due met: - Lombra di quel pugn gigantesco, l sotto, con due dita distese, che accenna collindice e col mignolo verso occidente, non  forse come un antichissimo scongiuro contro la iettatura?
Un servo entr nella sala portando nuovi fiaschi di Chianti, con lunghi colli, simili a rossi fenicotteri.
Attorno a Corvino si erano raggruppati in un angolo i suoi amici pi giovani, e gli raccontavano a mezza voce, ridendo, della lettera sigillata di Praga e della strampalata profezia che le si riferiva.
Corvino ascolt con attenzione, poi i suoi occhi ebbero un lampo malizioso, come al passare duna idea divertente.
E in fretta, in un bisbiglio, fece ai suoi amici una proposta che essi accolsero con gioia.
Anzi due di loro, perso ogni ritegno, presero a ballare con una sola gamba, tanto freneticamente che non potevano quasi pi reggersi
I vecchi se ne stavano in disparte un po infastiditi dagli schiamazzi.
Corvino con i suoi allegri amici si conged in gran fretta dicendo che si sarebbe assentato per una mezzora; doveva farsi ritrarre il viso in gesso da uno scultore, per attuare un bizzarro progetto, prima di mezzanotte, prima che la grande Festa cominciasse.
- Pazza giovent! - mormor Lord Kelwyn
- Devessere un ben curioso scultore, se lavora ancora cos tardi - disse uno a mezza voce.
Baal Schem giocava col suo anello a sigillo: -  uno straniero, che si chiama Jranak-Essak.  obbligato a lavorare solo di notte e a dormire di giorno perch  albino, e non pu sopportare la luce.
- Lavora solo di notte? - ripet distrattamente Ariosto, che non aveva sentita la parola albino. Poi rimasero tutti un pezzo in silenzio.
- Son contento che se ne siano andati, i giovani - cos Ariosto ruppe finalmente il silenzio con aria preoccupata.
- Noi dodici anziani siamo come gli avanzi di quel periodo e dovremo stare ben uniti. Forse, dopo, il nostro Ordine metter un fresco, verde germoglio.
S! Sono io il principale colpevole del suo sfacelo.
Poi, esitando, continu: - Vorrei raccontarvi una lunga storia, e sfogare il mio cuore prima che essi tornino, e prima che cominci il nuovo secolo.
Lord Kelwyn, dal suo seggiolone, alz gli occhi e fece un cenno con la mano, e gli altri chinarono il capo acconsentendo.
Ariosto continu: - Bisogna che mi sbrighi, se voglio che le forze mi reggano fino in fondo. Sentite dunque.
Trentanni fa, lo sapete, il Gran Mastro era il dottor Kassekanari, ed io ero il suo primo Arci-Censore.
Noi soli avevamo tutta la direzione dellOrdine. Il dottor Kassekanari era un fisiologo, un grande scienziato. I suoi antenati venivano da Trinidad, credo che discendessero da negri, di qui certo quella sua sinistra, esotica bruttezza! Ma questo, voi tutti lo sapete.
Divenimmo amici; ma siccome lardore del sangue abbatte anche le pi salde dighe, cos lo tradii con sua moglie Beatrice, che era bella come il sole, e che tutti e due amavamo alla follia. E questo fu un delitto tra i Fratelli dellOrdine!
Beatrice aveva due bambini, e uno di essi, Pasquale, era mio figlio.
Kassekanari scopr linfedelt della moglie, sistem i suoi affari e lasci Praga coi due bambini, senza che io potessi impedirlo.
Per me, non aveva pi avuta una parola, non uno sguardo.
Ma il modo in cui si vendic di noi fu orribile, tanto che non arrivo a capire come io abbia potuto sopravvivere.
Per un momento, Ariosto tacque e fiss distrattamente la parete dirimpetto. Poi continu:
- Solo un cervello che, come il suo, accoppiasse la cupa fantasia dun selvaggio con lacuta perspicacia dello scienziato, del conoscitore pi profondo dellanima umana, poteva concepire il piano che arse il cuore in petto a Beatrice, e a me tolse perfidamente la mia libera volont. Perch a poco a poco mi fece complice di un delitto raccapricciante.
La pazzia ebbe presto piet della mia povera Beatrice, e io benedico lora della sua liberazione.
Le mani del narratore si agitavano febbrilmente e rovesciavano il vino, che egli voleva portarsi alle labbra per riprender forza. Poi ricominci:
- Kassekanari era partito da poco, quando giunse da parte sua una lettera con lindirizzo del mittente, dove avremmo dovuto fargli pervenire tutte le notizie importanti, come egli si esprimeva, ovunque potesse trovarsi.
E subito dopo scrisse che in seguito a ricerche minute, era giunto alla persuasione che il piccolo Emanuele fosse mio figlio, e il minore, Pasquale, fosse invece indubbiamente il suo.
In realt, era proprio il contrario.
Nelle sue parole suonava unoscura minaccia di vendetta, e io non potei sottrarmi a un leggero senso di tranquillit egoistica, nel sapere che mio figlio Pasquale, che io non potevo ormai proteggere in alcun modo, era, per questo scambio, messo al sicuro dallodio e dalla persecuzione.
Tacqui, dunque, e feci inconsciamente il primo passo verso quellabisso dal quale poi non ebbi pi scampo.
Molto, molto dopo, io capii quale perfidia capii come Kassekanari mi avesse soltanto fatto credere a uno scambio, per impormi le angosce pi inaudite.
Il mostro serrava lentamente il torchio.
A intervalli regolari, con la puntualit dun meccanismo dorologeria, venivano a colpirmi le sue informazioni sopra certi esperimenti fisiologici e di vivisezione, che egli aveva intrapreso sul piccolo Emanuele che per mio tacito assenso considerava mio figlio per espiare una colpa altrui e per il bene della scienza. Stava facendo esperimenti su quel bambino come fosse un qualsiasi animale da esperienze! E le fotografie, che univa alle lettere, confermavano lorribile verit delle sue parole. Quando arrivava una di queste lettere, e mi stava chiusa davanti, mi pareva di mettere le mani sulle fiamme ardenti, per aprirla e venire a conoscere di altri orrori, sempre pi tremendi.
Solo la speranza di arrivare finalmente a scoprire il vero domicilio di Kassekanari, e di poter liberare la povera vittima, mi trattenne dal suidicio.
Restavo ore e ore in ginocchio, supplicando Iddio che mi desse la forza di distruggere la lettera senza leggerla. Ma non ne trovavo mai il coraggio.
Ogni volta che aprivo le lettere crollavo a terra svenuto. Se io lo illumino sul suo errore, dicevo a me stesso, il suo odio ricadr su mio figlio, ma laltro 1  innocente sar libero!
E afferravo la penna per scrivere, per dar le prove di tutto. Ma il coraggio mi mancava; non potevo volere e non volevo potere e, tacendo, diventavo il carnefice del piccolo Emanuele, che in definitiva, era anche lui figlio di Beatrice.
Ma il pi atroce di tutti i miei tormenti era che nello stesso tempo guizzava orribilmente in me un cupo influsso estraneo, che non potevo vincere, che sinsinuava nel mio cuore sottile e irresistibile, una specie di soddisfazione piena dodio, che fossero la sua carne e il suo sangue quelli contro cui il mostro infuriava.
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I Fratelli fissavano Ariosto che stentava a reggersi sulla sedia, e mormorava, pi che dire, le parole.
- Per lunghi anni egli ha torturato Emanuele; gli ha inflitto martiri di cui non voglio farvi la descrizione; lo ha torturato, torturato, finch la morte non gli ha tolto il coltello dalle mani; gli ha trafuso nelle vene il sangue di esseri bianchi degenerati, di animali che paventano la luce del giorno; gli ha estirpato le molecole del cervello che, secondo la sua teoria, provocano negli uomini i sentimenti buoni e miti e con tali mezzi lo ha reso quello che egli chiamava un morto alla psiche.
Ma con luccisione di ogni sentimento umano, di ogni germe di piet, damore, di misericordia, penetrava nella povera vittima, appunto come Kassekanari prediceva in una lettera, la degenerazione fisica, quellorribile fenomeno che i popoli africani chiamano il vero negro bianco.
Per lunghi lunghi anni di ricerche e di tentativi disperati, io lasciavo, indifferente, che gli interessi dellOrdine e i miei propri se ne andassero come potevano, e finalmente riuscii a ritrovare mio figlio, gi adulto.
Ma un ultimo colpo mi attendeva: mio figlio si chiamava Emanuele Kassekanari!
 il Fratello Corvino che voi tutti conoscete. Emanuele Kassekanari.
Ed egli, ignaro di tutto, afferma con sicurezza di non essere mai stato chiamato col nome di Pasquale.
E da allora mi perseguita il pensiero che il vecchio mi abbia ingannato, e possa aver mutilato Pasquale e non Emanuele, che dunque sia stato mio figlio la vittima. Quelle fotografie riproducevano i lineamenti del volto in modo cos incerto, e inoltre i due ragazzi si somigliavano. Ma non pu, non pu essere il delitto, tutto leterno rimorso per nulla! Non  vero! - grid improvvisamente Ariosto come in delirio - non  vero, dite, Fratelli, non  vero! Corvino  mio figlio,  tutto il mio ritratto!
I Fratelli abbassarono gli occhi, imbarazzati, e non riuscirono a formulare la menzogna. Annuirono soltanto in silenzio.
Ariosto fin a bassa voce.
- E spesso, nei miei incubi spaventosi, io sento mio figlio perseguitato da un orribile vecchio coi capelli bianchi, con gli occhi rossi, che temendo la luce, lo spia nella penombra, pieno dodio: Emanuele, lo scomparso Emanuele, il mostruoso Negro bianco.
Nessuno dei Fratelli pot pronunziare una parola. Silenzio di morte
Allora, come se Ariosto avesse sentito la muta domanda, disse a mezza voce, quasi spiegando: - Un mostro alla psiche! Il negro bianco, un ALBINO!
Albino! Baal Schem cadde barcollando contro la parete.
- Dio di misericordia, lo scultore!
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Squillati le trombe di guerra, lungi traverso l'Aurora.
Corvino cantava il segnale del torneo del Roberto il Diavolo davanti alla finestra della sua fidanzata Beatrice, la bionda nipote di Ariosto, e i suoi amici accompagnavano fischiando in coro la melodia.
Subito i vetri si aprirono, e una giovinetta, in bianca veste da ballo, guard gi nel vicolo medievale scintillante al chiaro di luna, e domand ridendo se quei signori intendessero dar lassalto alla casa.
- Ah, tu vai al ballo, Bicetta, e senza di me? - lanci su Corvino - e noi che temevamo che tu dormissi da un pezzo!
- Vedi quanto mi annoio senza di te, se prima di mezzanotte sono gi a casa!
- Ma che vuoi ora coi tuoi segnali,  successo qualcosa? - domand a sua volta Beatrice.
- Che  successo? dobbiamo chiederti un piacere. Sai dove Pap tenga la lettera sigillata di Praga?
Beatrice si port le due mani agli orecchi: - La lettera, che cosa?
- La lettera sigillata di Praga - la reliquia arcaica - gridarono tutti insieme.
- Non posso capire una parola, se urlate in questo modo - disse Beatrice richiudendo la finestra, - ma aspettatemi, scendo subito. Cerco la chiave di casa, e mi libero della governante.
Pochi minuti dopo era davanti alla porta. Deliziosa, incantevole, in bianca veste da ballo, al verde lume di luna, e i giovinotti le si stringevano attorno per baciarle la mano.
- In verde veste da ballo, al bianco lume di luna - Beatrice fece una riverenza civettuola, nascondendo, per difendersi, le piccole mani in un gigantesco manicotto, in mezzo a quei giovani vestiti come dei veri e propri cavalieri neri della Santa Verna.
- Deve pur essere qualcosa di stravagante un Ordine come il vostro! - Disse ai ragazzi, mentre esaminava curiosamente i loro lunghi abiti di cerimonia, coi sinistri cappucci, e i segni cabalistici ricamati in oro.
- Siamo scappati cos in fretta, che non ci siam potuti cambiare, Bicetta - si scus Corvino, accomodandole amorevolmente la sciarpa di pizzo.
Poi, in poche parole, le raccont della reliquia la lettera sigillata di Praga, della strampalata profezia, e come essi avessero complottato uno splendido scherzo per la mezzanotte.
Volevano cio correre dallo scultore Jranak-Essak, un tipo molto curioso, che lavorava di notte perch era albino, ma aveva fatto una invenzione preziosa: una pasta di gesso, che appena esposta allaria diveniva dura e indistruttibile come il granito. E questo Albino doveva fargli subito limpronta del viso
- E sa, signorina - aggiunse Fortunato, - noi prendiamo quella effigie e poi la misteriosa lettera, che avr la somma bont di scovare nellarchivio, e naturalmente, lapriremo subito, per leggere la cretineria che c dentro, e poi ce ne andremo sbalorditi alla Loggia.
Naturalmente, ci domanderanno subito di Corvino, e dove mai s cacciato.
E allora, piangendo a calde lacrime, mostreremo la reliquia profanata, e confesseremo che egli lha aperta e che subito, in una vampata di zolfo,  comparso il diavolo, lha afferrato per il colletto e lha rapito in aria; ma che Corvino, in previsione di ci, sera fatto prima riprodurre in fretta nellinfrangibile gesso di Jranak-Essak, per misura di precauzione! E ci, al fine di portare ad absurdum la terrificante profezia della totale sparizione dal mondo dei contorni.
Diremo: qui c la sua maschera, e chi si crede qualcosa di speciale, o uno dei Vecchi, o tutti quanti, o gli Adepti, che fondarono lOrdine, o forse il buon Dio stesso, quegli si faccia avanti e distrugga la statua se gli riesce.
Del resto poi il Fratello Corvino lascia per tutti i pi cordiali saluti, e fra dieci minuti al massimo ritorner dallAverno.
- E sai, tesoro - interruppe Corvino, - c anche il vantaggio che in questo modo sradicheremo lultima superstizione dellOrdine. Accorceremo la noiosa festa secolare, e verremo pi presto a divertirci.
Ma ora addio, e buona notte, perch: un, due, tre, passa il tempo in un balen
- E noi con esso - complet allegramente Beatrice, attaccandosi al braccio del suo fidanzato. - C molto di qui a casa di Jranak-Essak?  cos che si chiama?
E non c pericolo che gli pigli un colpo se facciamo irruzione da lui in questa tenuta?
- I veri artisti non sono soggetti ai colpi - giur Saturnio, uno dei giovanotti. - Fratelli! un hurrah! hurrah! per questa ardita signorina!
E via di corsa.
Passarono sotto gli archi delle porte medioevali, per i vicoli tortuosi, girando gli angoli sfuggenti, oltre i palazzi barocchi in rovina.
Poi si fermarono.
- Sta qui, al numero 33 - disse Saturnilo, senza fiato - Numero 33, non  vero Cavaliere Kadosh? Guarda su, tu che hai occhi migliori dei miei.
Stavano per suonare, quando il portone si apr improvvisamente dallinterno, e subito dopo si sent una voce mordente che strillava gi per la scala delle parole nellinglese dei negri.
Corvino croll il capo stupito: - The gentlemen aiready here? I signori sono gi qui?
- Si direbbe proprio che ci stesse aspettando!
Avanti, ma attenzione: c buio pesto e non abbiamo lume. Furbi i nostri costumi, non hanno tasche, e con esse mancano i cari zolfanelli.
Passo passo, la piccola brigata avanzava brancolando. Saturnilo per primo, dietro di lui Beatrice, poi Corvino e gli altri giovanotti: il cavalier Kadosh, Jeronimo, Fortunato, Ferecide, Kama e Ilarione Termassimo.
Scalette a chiocciola, su a sinistra, e a destra a zig-zag. A tentoni attraverso porte e stanze vuote, senza finestre, seguendo sempre la voce che invisibile, e in apparenza assai distante, risuonava dinanzi a loro, guidandoli nella direzione da seguire.
Alla fine, arrivarono in una stanza, nella quale pareva dovessero fermarsi, perch la voce era ammutolita e nessuno rispondeva pi alle loro domande. Nulla si muoveva.
- Sembra un antichissimo edificio, con molte uscite, come la tana di una volpe, uno di quegli strani labirinti, come ne restano ancora dal XVII secolo in questo quartiere - disse infine a mezza voce Fortunato, - e quella finestra l deve dare in un cortile, che non fa passare un filo di luce! Lintelaiatura risalta appena come qualcosa di pi scuro.
- Io credo che ci sia una muraglia proprio davanti ai vetri - osserv Saturnilo - c un buio qui, non si vede a un palmo dal naso.
Soltanto il pavimento  un po pi chiaro, non  vero?
Beatrice si strinse al braccio del suo fidanzato: - Ho una paura tremenda, in questo buio sinistro. Perch non portano un lume
- Sst, sst, zitti zitti - mormor Corvino, - sst! Non sentite dunque? Si avvicina qualcosa piano piano. O  gi nella stanza?
- L! L c qualcuno - interruppe allimprovviso Ferecide.  qui, a dieci passi da me, ora lo vedo chiaramente.
- Ol! - grid poi forte, e si ud la sua voce fremere di terrore contenuto e di emozione.
- Io sono lo scultore Pasquale Jranak-Essak - disse qualcuno, con una voce che non era fioca, eppure sembrava stranamente afona.
- Lei vuol farsi il calco del volto. Suppongo.
- Non io, ma il nostro amico Kassekanari, musicista e compositore - disse Ferecide tentando di presentare Corvino, nel buio.
Seguirono due secondi di silenzio.
- Non riesco a vederla, signor Jranak-Essak; dov?
- domand Corvino.
- Non c abbastanza luce per lei? - rispose in tono beffardo lAlbino. - Si faccia coraggio, e venga un paio di passi a sinistra; c una porta aperta, per la quale Ella deve vede, io le vengo gi incontro.
Parve che quella voce sorda vibrasse pi vicina, e gli amici ebbero dun tratto limpressione di veder rilucere sulla parete un vapore confuso, dun grigio biancastro, il contorno incerto dun uomo.
- Non andare, non andare per amor di Dio, se mi vuoi bene, non andare - grid Beatrice, tentando di trattenere Corvino.
Lui si sciolse dolcemente. - Ma Bicetta, non posso rendermi ridicolo. Egli deve gi immaginarsi che noi abbiamo tutti paura.
E senza esitare si diresse verso la figura biancastra, per sparire con quella, dopo un momento, dietro la porta, nella tenebra.
Beatrice gemeva in preda allangoscia, e i ragazzi facevano tutto il possibile per ridarle coraggio.
- Non abbia paura, signorina - la consolava Saturnio, - non gli succeder nulla.
- E se potesse vedere il getto della forma, ne sarebbe interessata e divertita. Prima, sa, si mette della carta velina ingrassata sui capelli, sulle palpebre e sulle ciglia. Dellolio sul viso, perch non vi resti nulla attaccato. Poi, giacendo sulla schiena, si preme la parte posteriore del capo fino agli orecchi in un recipiente pieno di gesso molle. Quando la pasta  diventata dura, si versa dellaltro gesso molle sul viso ancora libero, circa una manata, cos che tutta la testa appare come ravvolta in una grande massa informe. Quando tutto  indurito, si aprono con lo scalpello le commessure, e cos si ottiene lo stampo e le maschere pi belle.
- Ma si deve soffocare - riflett la giovinetta.
Saturnilo rise. - Naturalmente, se per respirare non si mettessero in bocca e nelle narici delle pagliuzze che sporgono dal gesso, si soffocherebbe.
E per tranquillizzare Beatrice, grid forte verso la stanza vicina:
- Mastro Jranak-Essak,  una cosa lunga? Fa male?
Per un istante regn un profondo silenzio, poi si ud la voce sorda rispondere da lontano, tre o quattro stanze al di l, o come attraverso pesanti cortine:
- A me non fa male di certo! E il signor Corvino avr poco da dolersi, eh, eh. E se dura un pezzo? Qualche volta dura fino a due o tre minuti.
Cera in queste parole e nellaccento con cui lAlbino parlava qualcosa di vagamente impressionante, un giubilo duna malignit cos indescrivibile, che quelli, udendolo, si sentirono quasi irrigidire dallo spavento.
Ferecide afferr il braccio del suo vicino. - Strano, come parla! Hai sentito? Io non ci reggo pi!
Come mai lui conosce il nome di Loggia di Corvino? Da principio sapeva perch eravamo venuti. No, no, io voglio entrar l. Voglio sapere che succede l dentro.
In quellistante, Beatrice gett un grido.
- L lass, cosa sono quelle macchie, bianche, rotonde, l sulla parete?
- Medaglioni di gesso, niente altro che dei medaglioni di gesso - la tranquillizz Satumilo, - li ho gi visti anchio, ora che i nostri occhi sono pi abituati alle tenebre.
Improvvisamente ci fu una forte scossa nella casa, come la caduta dun grosso peso. Le pareti tremarono, e i dischi bianchi caddero gi con un tintinnio di vetri, rotolarono qualche passo e si fermarono: impronte in gesso di volti umani, contorti, e maschere mortuarie. Stavano a terra fermi, e ghignavano con le bianche occhiaie vuote.
Dallo studio venne un chiasso selvaggio, uno strepito, un cadere di tavole e di sedie.
Unaltra scossa Poi un fracasso, come di porte abbattute, quasi che un pazzo furioso girasse su se stesso in agonia aprendosi disperatamente un varco verso la libert.
Un correre pesante, poi un urto e un momento dopo, una informe massa chiara di pietra sfond la sottile porta. Era la testa ingessata di Corvino! E riluceva, movendosi faticosamente, bianca e spettrale nella penombra, con il corpo e le spalle trattenuti da sbarre e da assicelle incrociate.
Con un balzo, Fortunato, Satumilo e Ferecide avevano sfondato la porta, per accorrere in aiuto di Corvino; ma non cera nessuno che lo inseguisse.
Per videro Corvino, incastrato nella parete fino al petto, che si dibatteva convulsamente.
Nello spasimo dellagonia, egli ficcava le unghie nelle mani dei suoi amici, che, quasi pazzi per lorrore, cercavano di aiutarlo.
- Degli strumenti! dei ferri! - urlava Fortunato, - pigliate delle verghe di ferro, spaccate il gesso, lui soffoca! Quel mostro gli ha levato le paglie per respirare e gli ha ingessato la bocca!
Furenti gli amici si precipitarono per portare aiuto, rompendo contro la massa di pietra dei pezzi di sedia, dei travicelli, quello che capitava loro sotto mano nella cieca furia.
Inutile!
Sarebbe stato pi facile frangere un masso di granito.
Altri corsero a precipizio per le stanze tenebrose, gridando, cercando invano lAlbino, distruggendo quanto si parava loro dinanzi; maledicendo il suo nome; e cadendo al suolo nel buio e si ferivano e si insanguinavano.
Il corpo di Corvino non si muoveva pi.
I Fratelli lo circondavano, muti e disperati.
Le grida strazianti di Beatrice risonavano per la casa, risvegliando uneco orribile, mentre essa si lacerava le dita a sangue contro la pietra che racchiudeva il capo del suo amato.
Mezzanotte era passata da un gran pezzo, prima che essi riuscirono ritrovare la via per uscire allaria aperta, dal cupo, infido labirinto.
Affranti e muti, attraverso la notte, avevano ancora negli occhi il cadavere dal capo di pietra.
Nessun ferro, nessuno scalpello aveva potuto spezzare lorribile involucro dove giaceva sepolto Corvino nel costume dellOrdine, col volto invisibile e serrato come il mallo nella noce.
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ATTRAVERSO LA LENTE DEL DRAGO. di Abraham Merritt.
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Hemdon partecip al saccheggio della Citt Proibita quando gli Alleati trasformarono la repressione della rivolta dei Boxer nella pi fastosa scorribanda dai tempi di Tamerlano.
Sei marinai della sua ciurma lo accompagnarono fedelmente nella piratesca impresa. Una nobildonna russa con la quale Hemdon si era intrattenuto a New York fece in modo che egli ritornasse sano e salvo alla costa e al suo yacht. Fu cos che Hemdon riusc a oltrepassare gli Stretti con tanta parte dei tesori del Figlio del Cielo quanta ne sarebbe spettata al miglior vignaiolo della missione di Pechino. Herndon regal una parte del bottino ad alcune giovani e affascinanti signore che avevano incontrato, o ancora incontravano, i suoi favori. La fetta pi grossa serv per arredare due meravigliose stanze cinesi nel suo appartamento sulla Fifth Avenue.
E obbedendo a un vago impulso religioso, ne don una piccola parte al Metropolitan Museum. Questo, in un certo senso, sembr legittimare il ruolo avuto nel saccheggio -  questa la ragione per cui si fanno offerte agli di, oppure si costruiscono ospedali, palazzi della pace o cose del genere.
Ma la Lente del Drago poich non aveva mai visto niente di cos meraviglioso, decise di sistemarla nella sua camera da letto, dove la poteva rimirare appena sveglio la mattina, e anzi fece sistemare delle luci schermate tuttintorno in modo da poterla ammirare anche svegliandosi durante la notte! Meravigliosa? La Lente del Drago era ben pi che una meraviglia! Chiunque lavesse costruita doveva aver vissuto nellepoca in cui gli di camminavano sulla terra e creavano qualcosa di nuovo ogni giorno. Solo un uomo partecipe di quellatmosfera poteva averla foggiata. Non c nulla a cui pu essere paragonata.
Mi trovavo nelle Hawaii quando il telegrafo port la notizia della prima scomparsa di Herndon. Non cerano molti dettagli. Il domestico era entrato nella sua camera per svegliarlo la mattina ed Herndon non cera pi: ma cerano tutti i suoi vestiti. Tutto era come se Herndon fosse in giro per la casa e invece non cera.
Naturalmente, un uomo che vale almeno dieci milioni di dollari non pu semplicemente svanire nellaria senza creare un po di subbuglio. I giornali contribuirono al clima di grande agitazione, ma volendo ridurre allosso le colonne e colonne di carta stampata, due erano i soli fatti certi: e cio che Herndon era rientrato a casa la sera prima e che il mattino dopo era introvabile.
Ero in piena navigazione, diretto a casa per dare il mio contributo alle ricerche, quando la radio di bordo diede la notizia della sua ricomparsa. Lo avevano trovato sul pavimento della sua camera da letto, con indosso solo una veste di seta a brandelli, mentre sul corpo portava i segni di quello che sembrava lassalto di una tigre. Ma il suo ritorno non era certo meno enigmatico della sua scomparsa.
La notte prima non cera, e la mattina eccolo l. Hemdon, non appena fu in grado di parlare, si rifiut decisamente di rivelare alcunch persino ai suoi medici. Io andai direttamente a New York, e aspettai che gli uomini di medicina decidessero che era meglio lasciare che lui mi vedesse piuttosto che accrescere la sua agitazione impedendogli di incontrarmi.
Appena entrai, Hemdon si alz da una grande sedia a rotelle. I suoi occhi erano vividi e brillanti, e non cera segno di debolezza nel suo cenno di saluto o nella sua stretta di mano. Uninfermiera usc con discrezione dalla stanza.
- Che cosa  stato, Jim? - esclamai. - Cosa diavolo ti  successo?
- Niente che appartenga a questo mondo, credo - disse. Mi indic quello che sembrava un alto cavalletto coperto da un pesante drappo di seta ricamato in caratteri cinesi. Esit un momento e poi and verso un armadio. Ne trasse due fucili da caccia: gli stessi, rammentai, che aveva usato nella sua ultima caccia allelefante.
- Non crederai che sia impazzito, vero, se ti chiedo di tenere uno di questi a portata di mano mentre parlo, eh, Ward? - aggiunse quasi in tono di scusa. - Questo ha un aspetto piuttosto reale, non  cos?
Apr la vestaglia e mi mostr il petto fasciato. Mi afferr la spalla mentre prendevo senza esitazioni uno dei due fucili. Poi and verso il cavalletto e tolse il drappo.
- Ecco - disse Hemdon.
E allora, per la prima volta, vidi la Lente del Drago!
Niente di simile  mai esistito! Mai! Allinizio non si vede altro che una verde trasparenza, fredda e lucente, come quando si nuota sottacqua in un tranquillo giorno destate e si guarda in alto verso la superficie. Ai bordi della lente sinseguono scintille scarlatte e dorate, lampi di smeraldo, luccichii argentei e davorio. Alla base un disco di topazio orlato di un rosso fiammeggiante lancia verso lalto gialle propaggini vaporose.
Solo in un secondo tempo ci si rende conto che la trasparenza verde  un ovale di pietra levigata; e allora le scintille e i lampi diventano draghi. Ve ne sono dodici: i loro occhi sono di smeraldo, le fauci davorio, gli artigli dorati. Sono ricoperti di scaglie, ed ognuna  costruita in modo che la base, verde come la foresta primordiale, sfumi in un vivido scarlatto, e questo in una punta doro. Le ali sono dargento e vermiglio, e sono ripiegate attorno al corpo.
E sono vivi, questi draghi. Non v mai stata tanta vita nel metallo e nel legno da quando Al-Akram, lo scultore dellantico Ad, scolp il primo coccodrillo, e lOnnipotente, geloso, soffi in esso la vita per punir lo!
E alla fine ci si rende conto che il disco di topazio che lancia verso lalto le lingue di fuoco  la sommit di una sfera di metallo attorno alla quale  attorcigliato un tredicesimo drago, rosso e sottile, che si morde una coda simile a quella di uno scorpione.
Si restava senza il fiato, la prima volta che si ammirava la Lente del Drago. S, anche dopo la seconda e la terza volta e cos allinfinito.
- Dove lhai trovata? - chiesi, con voce leggermente malferma.
Herndon rispose pacato: - Era in una piccola cripta nascosta nel Palazzo Imperiale. Siamo capitati nella cripta per - esit, - be, diciamo per caso. Appena lho vista, ho capito che dovevo averla a tutti i costi. Che cosa ne pensi?
- Che cosa ne penso! - esclamai. - Diamine,  loggetto pi meraviglioso che la mano delluomo abbia mai realizzato! Che cos quella pietra? Giada?
- Non ne sono sicuro - disse Herndon. - Ma vieni qui. Mettiti cos, di fronte a me.
Spense le luci della stanza. Gir un altro interruttore, e tre lampade schermate proiettarono la loro luce sullovale simile ad uno specchio che stava di fronte a me.
- Guarda! - disse il mio amico. - Dimmi che cosa vedi!
Guardai nella lente. Allinizio non vidi niente se non i raggi di luce penetrare verso linterno della pietra, sempre pi lontano fino a distanze infinite, almeno cos sembrava. E poi
- Buon Dio! - esclamai atterrito. - Jim, che cosa infernale  questa?
- Calma, vecchio mio - mi giunse la voce di Herndon. Notai un certo sollievo e una curiosa eccitazione in essa. - Calma. Dimmi che cosa vedi.
- Mi sembra di guardare attraverso distanze infinite eppure quello che vedo  molto vicino, come se fosse dallaltra parte di un vetro. Vedo una fenditura che separa due masse di verde pi scuro. Vedo una zampa, una gigantesca e orribile zampa che si protende dalla fenditura. Ha sette artigli che si aprono e si chiudono si aprono e si chiudono. Buon Dio, che artigli, Jim! Sembrano gli stessi che spuntano dalle voragini nellinferno dei lama per ghermire le anime cieche che passano tremando l accanto!
- Guarda, guarda pi lontano, lungo la fenditura, sopra la zampa. Che cosa vedi?
- Vedo una vetta che si innalza ad una altezza smisurata e divide il cielo come una piramide. Vi sono lingue fiammeggianti che saettano dietro la sommit, che cos si staglia sullo sfondo. Vedo un grande globo di luce, simile a una luna, che si muove lentamente tra i lampi; c unaltra luna che si muove nel grembo della montagna; e una terza che si muove tra le fiamme allestremit pi lontana
- Le sette lune di Rak - mormor Herndon fra s. - Le sette lune che si immergono nelle fiamme rosate di Rak che rappresentano il fuoco della vita e che circondano Lalil come un diadema. Colui che  stato inondato dalla luce delle sette lune di Rak  legato a Lalil per la vita, e per diecimila vite.
Azion di nuovo linterruttore. Le luci della stanza si accesero.
- Jim - dissi, - non pu essere reale! Che cos? Qualche diabolica illusione creata dalla Lente? - Sciolse le bende attorno al torace.
- La zampa che hai visto aveva sette artigli - rispose quietamente. - Be, da unocchiata a questo.
Lungo la carne bianca del suo petto, dalla spalla sinistra fino alle ultime costole sulla destra, correvano sette solchi profondi ormai rimarginati. Sembrava che fossero stati fatti con un gigantesco pettine dacciaio passato sul torace. Davano quasi lidea dei solchi di un aratro.
-  stata quella zampa a fare questo - disse, calmo come prima.
- Ward - continu, prima che potessi parlare, - volevo che tu vedessi quello che hai visto. Non sapevo se lo avresti visto anche tu oppure no. Non so neppure se riuscirai ugualmente a crederci. Forse io non ci crederei se fossi al tuo posto eppure
Si avvicin alla Lente del Drago e la ricopr con il drappo.
- Ti dir tutto - disse. - Vorrei arrivare alla fine senza essere interrotto. Ecco perch lho coperta.
Suppongo che tu - cominci lentamente, - suppongo che tu non abbia mai sentito parlare di Rak, il Creatore di Meraviglie, che visse quando ebbero inizio tutte le cose, n di come il Supremo Creatore di Meraviglie lo avesse esiliato in un luogo fuori dal mondo?
- No - replicai brevemente, ancora scosso da quello che avevo visto.
-  una parte importante di quello che ti devo dire - continu. - Naturalmente penserai che siano tutte sciocchezze, ma mi sono imbattuto la prima volta in questa leggenda nel Tibet. Poi lho incontrata di nuovo con nomi diversi, naturalmente quando stavo lasciando la Cina.
Mi sembra di capire che quando Rak nacque gli di erano ancora a stretto contatto con gli uomini. E in effetti le sue origini sono avvolte nel mistero. Crescendo, a Rak non bast pi semplicemente assistere ai vari prodigi. Voleva compierli lui stesso e be, studi il metodo adatto. Dopo qualche tempo, il Supremo Creatore di Meraviglie simbatt in alcune delle cose che Rak aveva fatto, e le trov sorprendenti un po troppo sorprendenti. Non voleva distruggere il piccolo creatore di meraviglie perch, cos correva voce, sentiva una certa responsabilit. Cos assegn a Rak un territorio da qualche parte - fuori da questo mondo - e su ogni milione di creature che nascevano egli ebbe la facolt di sceglierne una per s, sulla quale esercitava potere assoluto, in modo che potesse rapire, sedurre o guidare quellanima nel suo dominio e quindi con il tempo popolarlo e del suo popolo Rak era signore e padrone.
Cos Rak abbandon questo mondo. Delimit il suo dominio con fitte coltri di nubi. Eresse una grande montagna, e sui fianchi costru una citt per gli uomini e le donne che sarebbero stati in suo potere. Circond la citt con meravigliosi giardini e in essi colloc varie cose, alcune buone e altre davvero terribili. Dispose attorno alla sommit della montagna sette lune come un diadema, e dietro ad essa aliment un fuoco, il fuoco della vita, attraverso il quale le lune passano eternamente per rinascere.
La voce di Herndon si ridusse ad un sussurro.
- Attraverso il quale le lune passano - disse. - E con esse le anime dei sudditi di Rak. Passano nel fuoco e rinascono - e rinascono ancora - per diecimila vite. Io ho visto le lune di Rak, e le anime che marciano con loro nel fuoco. Nessun sole splende su quella terra solo le giovani lune che con la loro luce verde illuminano la citt e i giardini.
- Jim - esclamai impaziente. - Di cosa diavolo stai parlando? Svegliati! Che cosa hanno a che fare tutte queste sciocchezze con quelloggetto?
Indicai la Lente del Drago coperta dal drappo.
- Quello - disse. - Be, attraverso quella pietra vi  la strada che conduce ai giardini di Rak!
Il pesante fucile mi cadde dalle mani mentre fissavo il mio amico. Spostai lo sguardo da lui verso la Lente e di nuovo verso di lui. Sorrise, e indic il suo petto fasciato.
- Andai dritto a Pechino con gli Alleati. Avevo unidea di quello che sarebbe successo, e volevo assistere allagonia. Fui tra i primi ad entrare nella Citt Proibita. Non vedevo lora di fare un buon bottino, come tutti loro. Era una visione folle, Ward. Soldati con le braccia colme di oggetti preziosi che nemmeno Morgan avrebbe potuto permettersi; altri con collane di inestimabile valore appese al collo e con le tasche piene di gioielli; soldati con la camicia rigonfia di tesori che i Figli del Cielo avevano accumulato per secoli! Eravamo i Goti che saccheggiavano la Roma imperiale, le schiere di Alessandro che depredavano la pi corrotta fra tutte le antiche citt, la reale Tiro. Eravamo ladri su grande scala, di tali proporzioni da innalzare perfino il furto al rango di unimpresa eroica.
Raggiungemmo la sala del trono. Cera un piccolo passaggio che si diramava sulla sinistra, ed io e i miei uomini lo seguimmo. Arrivammo in una piccola stana ottagonale. Conteneva solo una straordinaria figura in posa accosciata in giada. Era piegata verso terra, e ci rivolgeva la schiena. Uno dei miei uomini si chin per sollevarla ma scivol. La statua gli sfugg di mano e colp il muro, fu allora che una lastra di pietra ruot verso lesterno. Proprio grazie a be, chiamalo un colpo di fortuna, avevamo scoperto il segreto della stanza ottagonale!
Introdussi una lampada nellapertura che subito rivel una cripta a forma di cilindro. Il pavimento era un cerchio di circa tre metri di diametro. Le pareti erano ricoperte di dipinti, ideogrammi, animali dallaspetto bizzarro, e cose che non saprei come descrivere. Le pareti tuttattorno alla stanza, ad unaltezza di circa due metri, erano ricoperte da un unico grande dipinto. Raffigurava una sorta di isola galleggiante nello spazio. Nuvole simili a un mare ghiacciato da cui guizzava un fulgido arcobaleno lambivano le sue estremit. Cera una grande montagna a forma di piramide che si innalzava su un lato. Attorno al picco della montagna cerano sette lune, sormontate da un volto!
Non riuscivo a mettere a fuoco quella faccia e non riuscivo a smettere di guardarla. Non era cinese, e non apparteneva a nessunaltra razza che avessi mai visto. Era vecchia come il mondo e giovane come il domani. Era benigna e malvagia, crudele e gentile, misericordiosa e spietata, saturnina come Satana e gioiosa come Apollo. Gli occhi erano dello stesso giallo dei ranuncoli, o come la pietra solare sulla cresta del Serpente Piumato che viene venerato nel Tempio Occulto di Tu- loon. Ed erano saggi come il Fato.
- C qualcosaltro qui, signore - disse Martin -  ti ricorderai di Martin, il mio primo ufficiale. Indic un oggetto coperto da una tela in un angolo. Entrai, e rimossi la tela che copriva loggetto come un cappuccio. Era la Lente del Drago!
Nel momento in cui la vidi capii che dovevo averla e capii anche che lavrei avuta. Sentii che non volevo rubare la Lente pi di quanto la Lente stessa non volesse essere rubata. Fin dallinizio pensai alla Lente del Drago come ad una cosa viva. Viva quanto lo siamo tu ed io. Be, poi la rubai, in effetti. La portai sullo yacht, e fu allora che accadde la prima cosa bizzarra.
Ti ricordi di Wu-Sing, il mio steward? Sai che inglese parla. Una cosa atroce! Avevo la Lente del Drago nella mia cabina e mi ero dimenticato di chiudere a chiave. Sentii allimprovviso qualcuno che tratteneva il respiro. Mi voltai, ed ecco l Wu-Sing. Ora, sai anche tu che Wu-Sing non ha proprio quella che si usa dire unaria intelligente. Eppure mentre se ne stava l immobile qualcosa sembr passare sul suo viso, e cambiarlo in maniera impercettibile. La stupidit scomparve improvvisamente come se venisse cancellata da una spugna. Non alz gli occhi ma disse, e in perfetto inglese, bada bene: - Il padrone ha avuto lopportunit di giudicare il valore di ci che  in suo possesso?
Lo fissai senza dire nulla.
- Forse - continu, - il padrone non ha mai sentito parlare dellillustre Hao-Tzan? Bene, ora ne avr modo.
Ward, non riuscivo a muovermi o a parlare. Ma sapevo a quel punto che non era la semplice sorpresa a trattenermi. Rimasi in ascolto, mentre Wu-Sing iniziava a raccontarmi in prosa forbita la medesima storia che avevo sentito in Tibet, solo che allora Hao-Tzan veniva chiamato Rak. Ma la storia era la stessa.
- E prima di intraprendere il cammino che lo avrebbe portato tanto lontano - concluse - lillustre Hao- Tzan fece s che una grande meraviglia fosse creata, e la chiam la Soglia. - Wu-Sing indic con una mano la Lente del Drago. - Il padrone ora la possiede. Ma che cosa pu fare colui che possiede la Soglia, se non passare attraverso di essa? Non  forse meglio lasciare la Soglia dove la si  rinvenuta a meno che non si osi attraversarla?
Dopo di che, rimase in silenzio, e cos feci anchio. Tutto ci che potevo fare era domandarmi in che modo lamico avesse sviluppato questa improvvisa padronanza dellinglese. Allora, Wu-Sing si raddrizz. Per un momento i suoi occhi incontrarono i miei. Erano gialli come ranuncoli, Ward, ed emanavano una tremenda saggezza! La mia mente ritorn dun colpo alla stanzetta dietro il pannello girevole. Ward gli occhi di Wu-Sing erano gli stessi che avevo visto incombere su di me dal picco contornato di lune!
E, un momento dopo, la faccia di Wu-Sing ripiomb nei suoi vecchi, familiari lineamenti, imbevuti di stupidit. Gli occhi che rivolse verso di me erano neri e offuscati. Saltai sulla sedia.
- Che intendi dire, muso giallo? - gridai. - Dove volevi arrivare nascondendo per tutto questo tempo la tua familiarit con linglese?
Mi guard con aria ottusa, come al solito. Piagnucol nel suo pidgin dicendo che non ne sapeva nulla, e che non aveva pronunciato neanche una parola prima di allora. Non riuscii a tirargli fuori nientaltro, anche se lo spaventai a morte. Cos dovetti credergli. E poi, avevo visto i suoi occhi. Be, a questo punto ero davvero incuriosito, e pi ansioso che mai di arrivare a casa sano e salvo.
E cos riuscii a portarla a casa. Lho installata qui, sistemando quelle luci come hai potuto vedere. Avevo la sensazione che lo stesse aspettando qualcosa. Non sapevo che cosa di preciso. Ma che fosse qualcosa di importante, ne ero certo
Improvvisamente, si prese la testa fra le mani, e barcoll avanti e indietro.
- Quanto, quanto ancora - gemette, - quanto ancora, Santhu?
- Jim! - esclamai. - Jim! Che ti succede?
Si raddrizz. - Fra un momento lo capirai - disse.
E quindi, prosegu, tranquillamente come prima. - Sentivo che la lente stava aspettando. La notte in cui dissero che ero sparito, non riuscivo a dormire. Spensi le luci della stanza e accesi quelle attorno alla lente e mi sedetti a contemplarla. Non so quanto a lungo rimasi seduto. Improvvisamente balzai in piedi: i draghi sembravano muoversi! Certo: si muovevano! Strisciavano lungo i bordi della lente. Si muovevano sempre pi veloci. Il tredicesimo drago ruotava attorno al globo di topazio. Girarono sempre pi veloci finch non furono altro che unaureola di lampi doro e cremisi. E, mentre ruotavano, la lente divent opaca, sempre pi opaca, come avvolta da una fitta nebbia, finch si pot vedere solo una nube verdastra. Feci un passo avanti per poterla toccare. La mia mano pass attraverso la nebbia senza incontrare alcun ostacolo solido.
Affondai il braccio fino al gomito, alla spalla. Sentii delle piccole dita tiepide afferrare la mia mano. Passai dallaltra parte
- Attraverso il cristallo? - esclamai.
- S, attraverso il cristallo - disse Herndon, - e poi sentii unaltra piccola mano che toccava il mio viso. E vidi Santhu!
I suoi occhi erano azzurri come il fiore di mais, come il grande zaffiro che brilla sulla fronte di Visn nel tempio di Benares, ben distanziati luno dallaltro.
I suoi capelli erano di un nero bluastro, e ricadevano in due lunghe trecce fra i suoi piccoli seni. Era incoronata da un drago doro, che teneva fra le zampe quelle splendide trecce. Un altro drago doro le faceva da cintura. Rise guardandomi negli occhi, e mi fece chinare il capo fino a toccare le mie labbra con le sue. Era snella e flessuosa come i giunchi che crescono davanti al Sacrario di Hathor sulle rive del Lago Djeeba. Chi fosse Santhu, o da dove venisse come posso saperlo? Ma so questo: che  la pi bella di tutte le donne che abbiano mai vissuto sulla Terra. Ed  una donna reale!
Lasci scivolare le braccia dal mio collo e mi invit a seguirla. Mi guardai attorno. Ci trovavamo in una gola fra due alti spuntoni rocciosi. Erano rocce di un verde morbido, lo stesso colore della Lente del Drago. Dietro di noi vi era solo una nebbia verdastra. Davanti a noi, la gola proseguiva ancora per una breve distanza. Oltre ad essa, vidi un picco maestoso che si innalzava come una piramide, alto nel cielo di crisopazio. Una soffice radiosit rosata pulsava sui fianchi della montagna e un globo immenso di fuoco verdastro aleggiava alle sue pendici. La ragazza mi guid verso lapertura. Camminammo in silenzio, mano nella mano. Dun tratto mi sovvenne Ward, mi trovavo nel luogo raffigurato in quei dipinti che avevo visto nella stanza della Lente del Drago!
Superammo il crepaccio e ci trovammo in un giardino. I Giardini dalle Molte Colonne di Iram, persi nel deserto perch erano troppo belli, dovevano essere simili a quel luogo. Vi erano strani, enormi alberi i cui rami sembravano piume delicate; e questo piumaggio splendeva dei fuochi che fasciano i piedi dei danzatori di Indra. Fiori bizzarri si ergevano ai lati del nostro sentiero, e il loro cuore silluminava delle spire fiammeggianti che avvolgono il ponte darcobaleno di Asgard. Un leggero venticello spirava fra gli alberi piumati, e ombre luminose danzavano fra i loro tronchi. Sentii il riso di una fanciulla, e una voce duomo che cantava.
Proseguimmo. Ad un certo punto, si ud un basso lamento nel centro del giardino, e la ragazza si gett davanti a me con le braccia spalancate. Il lamento cess, e continuammo. La montagna si scorgeva sempre pi chiaramente. Vidi un altro globo di fuoco verdastro emergere dai lampi rosati sulla destra del picco roccioso. Un altro ancora splendeva nel chiarore sulla sinistra. Si lasciava dietro una curiosa scia di nebbia, nella quale erano intrappolate una moltitudine di minuscole stelle. Tutto era immerso nella soffice luce verde la luce che si potrebbe sperimentare vivendo allinterno ili un pallido smeraldo.
Svoltammo lungo un altro piccolo sentiero che sinerpicava sul fianco di una collinetta, dove sorgeva una piccola casa che sembrava fatta di avorio. Era una casupola molto singolare ed aveva una forte rassomiglianza con le pagode Jain di Brahmaputra. Le pareti brillavano come se fossero fatte di pura luce. La ragazza sfior uno dei muri, e un pannello scivol di lato. Entrammo, e il pannello si chiuse dietro di noi.
La stanza era piena di una sussurrante luce gialla. Dico sussurrante perch era questa limpressione che suggeriva. Era soffice e viva. Una scala davorio saliva verso unaltra stanza sopra la prima. La ragazza mi spinse verso la scala. Nessuno di noi due aveva pronunciato una sola parola. Era come se su di me fosse sceso un incantesimo che mi obbligava al silenzio. Non potevo parlare. Non cera niente che valesse la pena di dire. Sentivo una stupenda sensazione di sollievo e una grande pace come se fossi arrivato a casa. Salii la scala e raggiunsi la stanza superiore. Era immersa nelloscurit salvo che per un raggio di luce verde che filtrava da una finestra lunga e stretta, attraverso la quale si vedevano la montagna e le sue lune. Sul pavimento si trovava un poggiatesta davorio e alcune coperte di seta. Mi sentii dimprovviso preda di uno strano torpore. Mi gettai sulle coperte e caddi subito addormentato.
Quando mi svegliai, la ragazza con gli occhi color fiordaliso era accanto a me! Dormiva, ma mentre la guardavo, apr gli occhi. Sorrise e mi attir a s
Non so perch, ma un nome scatur sulle mie labbra: - Santhu! - esclamai. Sorrise ancora, e seppi di aver pronunciato il suo nome. E mi sembr di essermi ricordato di lei a distanza di ere immemorabili. Mi alzai e andai alla finestra. Volsi lo sguardo verso la montagna e vidi che ora due lune passavano davanti ad essa. E poi vidi la citt che sorgeva sul fianco della montagna.
Era una citt come appare nei sogni, o come quelle che i cantastorie di El-Bahara intravedono nei miraggi. Era tutta splendente davorio e di verde, e di intense, sfumature blu e cremisi. Riuscivo a vedere la gente che camminava nelle strade e mi raggiunse il suono di campanelli dorati che rintoccavano.
Mi voltai verso la ragazza. Si era levata a sedere e, con le mani strette attorno ai ginocchi, mi guardava. La passione minvase, veloce e irresistibile. Si alz, e la presi fra le braccia.
Molte volte le lune completarono il loro moto attorno alla montagna, e nella loro scia nebbiosa seguivano le minuscole stelle. Non vidi altri che Santhu; nessun altro si avvicin a noi. Gli alberi ci nutrivano con frutti che contenevano lessenza stessa della vita. S, il frutto dellAlbero della Vita che cresceva nellEden doveva essere come il frutto di quegli alberi. Bevemmo acqua di un verde brillante nella quale nuotavano scintille di fuoco, e che aveva il sapore del vino che nellAmenti Osiride porge alle anime assetate per ridar loro forza. Ci bagnammo in vasche di pietra scolpita da cui sgorgava acqua gialla come ambra. Ma soprattutto passeggiammo a lungo nei giardini, dove vi erano infinite cose meravigliose; ed erano di natura ultraterrena.
Non vi era distinzione fra giorno e notte, solo la luce verde delle lune in continuo movimento. Non parlammo mai fra noi. Non so perch, ma sembrava che non ci fosse mai niente da dire.
Poi Santhu cominci a cantare per me. Le sue erano strane canzoni. Non saprei dire quali fossero le parole, ma evocavano immagini nella mia mente. Vidi Rak, il Creatore di Meraviglie, che dava forma ai suoi giardini, e li riempiva di cose belle e malvage. Lo vidi innalzare la montagna, e capii che era Lalil; lo vidi creare le sette lune e accendere i fuochi che sono i fuochi della vita stessa. Lo vidi edificare la sua citt, e vidi uomini e donne raggiungerla dal mondo attraverso molte vie.
Santhu cantava e seppi che le stelle che marciavano nella nebbia erano le anime del popolo di Rak che cercavano di rinascere. Cantava, e io mi vidi camminare nella citt di Rak con Santhu al mio fianco, in unra remotissima. La sua canzone si trasform in lamento, e io mi sentii una delle stelle imprigionate nella nebbia. La sua canzone pianse, e sentii di essere una stella che lottava contro la nebbia e, lottando, fuggiva una stelle sfuggita attraverso un incommensurabile spazio verde
Un uomo era in piedi di fronte a noi. Era molto alto. Il suo volto era al tempo stesso crudele e gentile, saturnino come il volto di Satana e gioioso come quello di Apollo. Alz gli occhi per incontrare i nostri, ed erano gialli come ranuncoli, e dincomparabile saggezza! Ward, era il volto raffigurato sopra il picco nella sala della Lente del Drago! Gli occhi che mi avevano guardato ualla faccia di Wu-Sing! Ci sorrise per un momento e poi poi era gi scomparso!
Presi Santhu per mano e cominciai a correre. Allimprovviso mi resi conto che ne avevo abbastanza dei giardini incantati di Rak; che volevo tornare alla mia terra. Ma non senza Santhu. Cercai di ricordare la strada nella gola. Non so come, ma sentii che quella era la strada di casa. Corremmo. Dietro di noi, in lontananza, si ud un lamento. Santini url ma sapevo che il terrore nel suo grido non era rivolto a s. Era per me. Nessuna delle creature di quel luogo poteva farle del male, perch lei era una di quelle stesse creature. Il lamento si avvicin. Mi voltai.
Guizzante nellaria verde vidi una belva, una creatura inimmaginabile, Ward! Era come la bestia alata dellApocalisse sulla quale cavalca la donna vestita di porpora e scarlatto. Era bella perfino nel suo orrore. Ripieg le ali scarlatte e doro, e il suo corpo lucente e affusolato si scagli contro di me come una lancia mostruosa.
E allora - proprio mentre stava per colpire - una nebbia si par fra di noi! Era ima nebbia di tutti i colori dellarcobaleno, ed era stata calata. Era stata calata come se qualcuno lavesse tenuta in mano e poi gettata come una rete. Sentii la bestia alata gemere per la delusione. La mano di Santhu strinse con pi forza la mia. Corremmo attraverso la nebbia.
Davanti a noi vidi il passaggio fra le due rocce verdi. Continuammo a correre in quella direzione, e ancora quel lucente, splendido orrore si lanci contro di me e ogni volta la nebbia riusc a frustrarlo. Era un gioco! Sentii una risata, e allora seppi chi era a darmi la caccia. Il padrone della bestia e della nebbia. Era lui, il demonio dagli occhi gialli, e stava giocando con me, giocando come fa un bambino con un gatto, quando lo tenta con un pezzetto di carne e gli sottrae ogni volta il boccone dalle fauci affamate!
La nebbia si dirad dopo lultimo lancio, e lapertura del passaggio era proprio davanti a noi. Una volta ancora la bestia si lanci in picchiata, e questa volta non cal la nebbia. Il giocatore si era stancato del gioco! Mentre la bestia avanzava, Santhu si par davanti ad essa. La bestia devi, e lartiglio che si era teso per squarciarmi il petto mi colp solo di striscio. Caddi caddi attraverso incalcolabili leghe di spazio verdastro.
Quando mi svegliai, mi trovai qui in questo letto, con i dottori attorno e questo - indic ancora il petto fasciato.
- Quella notte mentre linfermiera dormiva mi alzai, guardai nella Lente del Drago e vidi vidi lartiglio, come  successo anche a te. La bestia  l. Mi sta aspettando!
Hemdon rimase in silenzio per un momento.
- Se si stanca di aspettare potrebbe mandare quella belva attraverso la lente a prendermi - disse. - Voglio dire, luomo dagli occhi gialli. Sono deciso a mettere alla prova uno di questi fucili su quella bestia.  reale, sai, quella creatura e questi fucili hanno fermato degli elefanti.
- Ma luomo dagli occhi gialli, Jim - mormorai. - Chi ?
- Quelluomo - disse Hemdon, - be,  il Creatore di Meraviglie in persona!
- Tu non crederai ad una storia simile! - esclamai.
- Per tutti i demoni,   follia pura!  qualche diabolica illusione creata dalla lente.  come il globo di cristallo che ti ipnotizza e ti fa credere che tutto ci che popola la tua mente sia reale. Distruggilo, Jim!  uno strumento del demonio! Distruggilo!
- Distruggerlo! - disse incredulo. - Distruggerlo? Nemmeno per le diecimila vite che sono il tributo di Rak! Fantasie? Non sono reali queste ferite? Non era reale Santhu? Distruggerlo! Per Dio, Ward, non sai quello che dici! Diavolo,  la sola strada che mi pu ricondurre a lei! Se quel demonio dagli occhi gialli l dentro fosse saggio appena la met di quanto sembra, saprebbe che non ha alcun bisogno di tenere la sua bestia di guardia. Io voglio andare, Ward; voglio andare e riportarla qui con me. Ho limpressione, non so perch, che non abbia be, che non abbia proprio tutto sotto controllo. Ho limpressione che il Supremo Creatore di Meraviglie non abbia affidato completamente nelle mani di Rak le diecimila anime che entrano da molte vie nel suo regno. C una via di scampo, un modo di sfuggirgli. Io gli sono sfuggito una volta, Ward, ne sono sicuro. Ma ho lasciato Santhu dietro di me. Devo tornare a prenderla.  per questo che ho scoperto il passaggio nella sala del trono. E lui lo sa. E per questo che ha lanciato la sua belva al mio inseguimento.
E io lo attraverser unaltra volta, Ward. E torner indietro con Santhu!

Non  ancora ritornato. Sono passati sei mesi ormai da quando scomparve la seconda volta. E sempre dalla sua camera da letto, come aveva fatto in precedenza. In virt del testamento che fu ritrovato - testamento secondo il quale, nelleventualit di una sua nuova scomparsa e del suo mancato ritorno nel giro di una settimana, io dovevo ereditare la sua casa e tutto quello che conteneva - entrai in possesso della Lente del Drago. I draghi si erano mossi unaltra volta per Hemdon, ed egli aveva attraversato di nuovo la soglia. Trovai solo uno dei due fucili da caccia grossa e dunque capii che aveva avuto il tempo di portare laltro con s.
Di notte siedo di fronte alla lente, e aspetto che ritorni insieme a Santhu. Prima o poi torneranno. Ne sono sicuro.
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LA RICERCA DI IRANON. di Howard Phillips Lovecraft.
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Nella citt di Teloth, fatta di granito, si aggirava un giovane che portava sulla testa una corona fatta di foglie di vite, con i biondi capelli lucenti di mirra e la veste purpurea stracciata dai rovi del monte Sidrak, che era situato al di l dellantico ponte di pietra.
Gli uomini di Teloth erano bruni di pelle, avevano un aspetto severo e abitavano in case quadrate.
Con volto accigliato chiesero allo sconosciuto da dove venisse e quali fossero il suo nome e la sua ricchezza.
- Sono Iranon, e provengo da Aira - rispose il giovane, -  una lontana citt che ricordo vagamente ma che cerco di ritrovare. Sono un cantore e canto le canzoni che imparai nella mia citt; la mia visita nella vostra terra serve ad abbellire le cose di giovent che si ricordano.
La mia ricchezza sta nei piccoli ricordi, nei sogni e nelle speranze che canto nei giardini, quando la luna  giovane e il vento dellovest agita i boccioli dei fiori di loto.
Quando gli uomini di Teloth udirono quelle parole, discussero fra di loro, perch, anche se nella citt di granito da tempo non si udivano risa o canti, la gente spesso rivolgeva lattenzione alle colline di Karthia, specie in primavera, e si rammaricava di non conoscere il canto dei liuti della lontana Oonai, di cui parlavano i viandanti.
E con tali pensieri, chiesero al forestiero di rimanere per cantare nella piazza davanti alla Torre di Mlin, bench non gradissero la sua veste stracciata, n la mirra che metteva sui capelli, n la ghirlanda di foglie di vite che portava, n la sua giovane voce dorata.
Alla sera Iranon cant e mentre cantava un vecchio preg e un cieco disse di aver visto un nimbo sulla testa del cantore. Ma quasi tutti gli uomini di Teloth sbadigliavano, alcuni risero, altri si addormentarono. Perch Iranon non disse niente di utile, cantando solo i suoi ricordi, i sogni e le speranze.

Ricordo il crepuscolo, la luna e i dolci canti,
e la finestra dovero cullato perch mi addormentassi.
E dalla finestra si vedeva la strada
donde provenivano le luci dorate,
e dove le ombre danzavano sulle case marmoree.

Ricordo il quadrato di luce
che la luna formava sul pavimento,
una luce diversa da tutte le altre,
e le immagini che danzavano nei raggi lunari
quando mia madre cantava per me.

E ricordo anche il sole del mattino,
fulgido in estate sopra le colline multicolori,
 e la fragranza dei fiori portata dal vento del sud
 che faceva stormire gli alberi.

 O Aira, citt di marmo e di berillo,
 quante sono le tue bellezze!
 Quanto amai i tiepidi boschi fragranti
 al di l del cristallino Nithra,
 e le cascate del piccolo Kra
 che scorreva nella valle verdeggiante!

 In quei boschi e in quella valle
 i fanciulli intrecciavano corone fra loro,
 e al crepuscolo io facevo strani sogni
 sotto gli alberi di yath-su
 mentre sotto di me vedevo le luci della citt
 e il sinuoso Nithra che rifletteva un nastro di stelle.

 E nella citt vi erano palazzi di marmo venato
 e colorato, con cupole doro e pareti dipinte,
 e verdi giardini con stagni azzurri e fontane cristalline.

 Spesso giocavo nei giardini e sguazzavo negli stagni,
 mi distendevo esognavo fra i tenui fiori sotto gli alberi.
 E talvolta al tramonto mi arrampicavo
 su per la lunga strada collinosa fino alla fortezza 
 e in aperta campagna,
 e abbassavo lo sguardo su Aira,
 la magica citt di marmo e berillo,
 splendida in un manto di fiamma dorata.

 Da tanto tempo mi manchi, Aira,
perch ero ancor giovane quando andammo in esilio.
Mio padre, per, era il tuo Re e io torner da te,
perch cos  scritto dal Fato.
Attraverso sette terre ti ho cercata,
e un giorno regner sui tuoi boschi e i tuoi giardini,
le tue strade e i tuoi palazzi,
e canter agli uomini che sapranno di che cosa io canto,
e non rideranno n si allontaneranno.
Perch io sono Iranon, un tempo Principe di Aira.
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Quella notte gli uomini di Teloth alloggiarono il forestiero in una stalla, e al mattino gli si present un arconte e gli disse di andare alla bottega di Athok, il ciabattino, a imparare da lui il mestiere.
- Ma io sono Iranon, un cantore - disse, - e non ho alcuna disposizione per il lavoro del ciabattino.
- A Teloth tutti debbono lavorare sodo - rispose larconte, - perch questa  la legge.
Allora Iranon disse:
- A che scopo faticate; non potete vivere ugualmente ed essere felici? E se voi faticate solo per lavorare sempre di pi, quando vi trover la felicit? Voi faticate per vivere, ma la vita non  fatta di bellezza e di canti?
E se non sopportate cantori fra voi, dove saranno i frutti delle vostre fatiche? La fatica senza il canto  come un viaggio snervante senza fine. Non sarebbe pi piacevole la morte?
Ma larconte era ottuso e non comprese, e rimprover il cantore.
- Sei un giovane bizzarro, e non mi piace n la tua faccia n la tua voce. Le parole che pronunci sono bestemmie, perch gli di di Teloth hanno detto che il lavoro fa bene. I nostri di ci hanno promesso un asilo di luce dopo la morte, ove il riposo sar infinito, e una freddezza cristallina in cui nessuno si tormenter la mente di pensieri o gli occhi di bellezza. Vai dunque da Athok il ciabattino, altrimenti lascerai la citt al tramonto. Tutti qui debbono rendersi utili, e il canto  follia.
Perci Iranon usc dalla stalla e percorse a piedi le anguste strade di pietra fra tetre case quadrate di granito, in cerca di un po di verde, poich l tutto era di pietra.
I volti degli uomini erano accigliati, ma presso largine di pietra del pigro fiume Zuro sedeva un ragazzetto che guardava con tristi occhi le acque in cerca di verdi rami germoglianti, trascinati gi dalle colline in seguito alle piene.
Quando lo vide, il ragazzo gli disse:
- Non sei tu quello di cui parla larconte, colui che cerca una citt lontana in una terra lontana? Io sono Romnod, nato da stirpe di Teloth, ma non sono avvezzo alle usanze della citt di granito, e ogni giorno mi struggo per gli accoglienti boschi e le remote terre di bellezza e di canti.
Dietro le colline di Karthia c Oonai, la citt dei liuti e della danza, di cui gli uomini parlano a bassa voce e dicono che sia divertente e terribile. Fin l vorrei andare quando sar abbastanza grande da conoscere il cammino, e l dovresti andare a cantare, l dove gli uomini ti ascoltano. Abbandoniamo la citt di Teloth e viaggiamo insieme per le colline primaverili. Tu mi indicherai il cammino e alla sera ascolter i tuoi canti, quando le stelle, ad una ad una, portano i sogni nelle menti dei sognatori. E forse Oonai, la citt dei liuti e delle danze,  la bella Aira che cerchi, perch si dice che tu non veda Aira dai vecchi tempi, e spesso i nomi cambiano.
Andiamo a Oonai, Iranon dalla testa bionda, dove gli uomini comprenderanno i nostri acuti desideri, e ci accoglieranno come fratelli, e non rideranno, n faranno il viso truce per ci che diciamo.
E Iranon rispose:
- Cos sia, piccolo. Se uno in questo luogo di pietra si strugge per la bellezza, deve andarla a cercare sulle montagne e oltre, e non voglio lasciarti a languire presso il pigro Zuro. Ma non pensare che il piacere e la comprensione dimorino esattamente oltre le colline Karthiane, o in qualsiasi luogo che tu possa trovare con un giorno, un anno, un lustro di viaggi.
Quando ero piccolo come te, io abitai nella valle di Narthos presso il freddo Xari, dove nessuno ascoltava i miei sogni. Dissi a me stesso che una volta adulto, sarei andato a Sinara sul pendio meridionale, a cantare per i sorridenti cammellieri nella piazza del mercato. Ma quando andai a Sinara trovai i cammellieri tutti ubriachi e sboccati e compresi che le loro canzoni non erano come le mie, cos viaggiai su una chiatta lungo lo Xari fino a Jaren, dalle mura di onice. E i soldati di Jaren si presero beffe di me e mi cacciarono, s che vagai per molte altre citt.
Ho visto Stethelos sotto la grandiosa cascata, e ho visto la palude dove un tempo era Sarnath. Sono stato a Thraa, Ilamek e Kadatheron sul tortuoso fiume Ai, e ho dimorato a lungo a Olathoe nella terra di Lomar.
Ma anche se talvolta ho avuto un pubblico di ascoltatori, sono sempre stati pochi, e so che il benvenuto mi attende solo a Aira, la citt di marmo e berillo dove mio padre un tempo govern da sovrano.
Perci andremo in cerca di Aira, anche se  bene visitare Oonai, la lontana citt rallegrata dal liuto, al di l delle colline Karthiane. In effetti, potrebbe essere Aira, bench io non lo pensi. La bellezza di Aira va oltre limmaginazione, e nessuno pu parlarne senza estasi, mentre di Oonai i cammellieri sussurrano con espressioni maliziose.

Al tramonto Iranon e il piccolo Romnod si misero in cammino, lasciando Teloth, e a lungo vagarono per le verdi colline e le fredde foreste. Il percorso era irregolare e incerto e non sembrava che si avvicinassero mai a Oonai, la citt dei liuti e delle danze.
E quando al crepuscolo spuntavano le stelle, Iranon cantava di Aira e delle sue bellezze e Romnod ascoltava, cos entrambi erano felici.
Mangiarono frutti e rosse bacche a saziet, e non tennero conto del trascorrere del tempo, ma molti anni dovettero passare. Il piccolo Romnod non era pi tanto piccolo e la sua voce, non pi acuta, si era fatta profonda. Quanto a Iranon, egli era sempre lo stesso, si adomava i biondi capelli con tralci di vite e li profumava con resine trovate nei boschi.
Arriv il giorno in cui Romnod appar pi vecchio di Iranon, bench fosse stato molto piccolo quando Iranon lo aveva trovato a Teloth, presso largine di pietra del fiume Zuro, che cercava i verdi rami germoglianti.
Poi una notte di luna piena i viandanti giunsero alla vetta di una montagna e abbassarono lo sguardo sulla miriade di luci di Oonai. I contadini li avevano avvertiti che erano vicini, e Iranon cap che quella non era la sua citt natia di Aira. Le luci di Oonai non assomigliavano a quelle di Aira perch erano forti e vivide, mentre le luci di Aira brillavano soffuse e magiche come la luna riflessa sul pavimento della finestra presso la quale la madre di Iranon lo cullava un tempo con una canzone per farlo addormentare.
Ma Oonai era la citt dei liuti e delle danze, cosicch Iranon e Romnod discesero lerto pendio per cercare uomini cui i canti e i sogni recassero piacere. E come giunsero nella citt, videro gente che portava in capo corone di rose e che faceva baldoria, si sporgeva da finestre e balconi, ascoltava le canzoni di Iranon, gli gettava fiori e alla fine lo applaudiva. Iranon pens per un momento di aver trovato gente capace di pensare e avere emozioni come lui, anche se la citt non aveva neppure la centesima parte di bellezza di Aira.
Quando spunt lalba Iranon si guard attorno con costernazione perch le cupole di Oonai non erano doro sotto il sole, ma grigie e tetre. E gli uomini di Oonai, pallidi per le gozzoviglie e istupiditi dal vino, erano ben diversi dai gioiosi uomini di Aira. Ma dato che la gente gli aveva gettato fiori e aveva applaudito le canzoni, Iranon vi si trattenne e con lui Romnod, il quale gradiva le feste della citt e portava sui suoi neri capelli rose e mirto.
Spesso alla sera Iranon cantava per i convitati alle feste, ma il suo aspetto non era mutato, portava una corona di viti delle colline e ricordava le strade marmoree di Aira e il cristallino Nithra.
Nelle sale affrescate del Monarca egli cant, su una predella di cristallo che si alzava dal pavimento che pareva uno specchio, e mentre cantava offr agli astanti immagini tali per cui il pavimento parve riflettere vecchie cose bellissime.
I convitati rubicondi per il vino, gli tiravano continuamente delle rose. E il Re gli ordin di togliersi la sua veste purpurea stracciata, e lo rivest di raso e doro, con anelli di verde giada e braccialetti di avorio colorato. Lo alloggi in una stanza dorata e addobbata con un letto di legno dolce scolpito con baldacchino e coperte di seta ricamate a fiori. Cos visse Iranon a Oonai, la citt dei liuti e delle danze.
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Non si sa quanto tempo Iranon rimase legato a Oonai, ma un giorno il Re port al palazzo degli sfrenati danzatori originari del deserto Uraniano, e bruni flautisti di Drinen in Oriente, e da allora i convitati non gettarono pi tante rose a Iranon quante ne gettarono ai danzatori e ai suonatori di flauto. E giorno per giorno quel Romnod che a Teloth era stato un fanciullo, si fece sempre pi volgare e pi rubicondo per il vino, finch i suoi sogni diradarono e ascolt con sempre minor piacere le canzoni di Iranon. Bench costui fosse triste, non cess di cantare e alla sera ripeteva i sogni di Aira, la citt di marmo e berillo.
Poi una notte Romnod respirava a fatica fra le morbide sete del suo triclinio e mor contorcendosi, mentre Iranon, pallido e magro, cantava per lui in un angolo appartato. E quando Iranon ebbe pianto sulla tomba di Romnod e lebbe cosparsa di verdi rami in germoglio, come piacevano a Romnod, mise da parte le sete e i fronzoli e se ne usc dimenticato da Oonai, vestito della sua veste purpurea a brandelli con la quale era arrivato, e inghirlandato di nuovi tralci di vite.
Vag nella luce del tramonto, ancora in cerca della sua citt natia e di uomini che lo comprendessero e amassero i suoi canti e i suoi sogni. In tutte le citt della Cydathria e nelle terre al di l del deserto di Bnazie, fanciulli dalle facce allegre ridevano delle sue vecchie canzoni e della sua veste purpurea stracciata; ma Iranon era sempre giovane e cantava di Aira, delizia del passato e speranza del futuro.
Una notte giunse alla squallida capanna di un vecchio pastore, ricurvo e sporco, il quale teneva i greggi su un pendio sassoso che sovrastava una palude di sabbie mobili.
A quelluomo Iranon parl:
- Puoi tu dirmi dov Aira, la citt di marmo e berillo, dove scorre il cristallino Nithra, e dove le cascate del piccolo Kra cantano alla verdeggiante vallata e alle colline ammantate di alberi di yath?
Il pastore, udendolo, guard a lungo Iranon, con espressione misteriosa, come se ricordasse cose lontanissime nel tempo, e not ogni tratto del volto del forestiero, i suoi capelli biondi e la corona di foglie di vite.
Ma era vecchio e scosse il capo nel rispondere: - Oh, straniero, il nome di Aira lho proprio udito, e anche gli altri nomi che tu hai detto, ma essi giungono da tanto lontano, da lunghi anni sprecati. Li udii in giovent dalle labbra di un compagno di giochi, figlio di un mendicante, dedito a strani sogni, il quale soleva intessere lunghe favole sulla luna, i fiori e il vento dellovest. Noi ridevamo di lui perch lo conoscevamo dalla nascita, anche se egli si reputava figlio di re.
Era di gentile aspetto come te, ma pieno di follia e di stravaganza; e ancor piccolo fugg per cercare gente che ascoltasse di buon grado i suoi canti e i suoi sogni.
Quante volte mi cant di terre mai esistite, e di cose che mai si avverano! Di Aira parl molto: parl di Aira e del fiume Nithra, e delle cascate del piccolo Kra. Diceva sempre che un tempo aveva vissuto da principe, bench qui lo conoscessimo dalla nascita. N vi fu mai una citt di marmo, chiamata Aira, n gente che avrebbe gradito strane canzoni, eccetto che nei sogni del mio vecchio compagno di giochi.
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E nel crepuscolo, mentre le stelle spuntavano una ad una e la luna gettava sulla palude un fulgore simile a quello che un bimbo vede tremolante sul pavimento, mentre viene cullato perch si addormenti, un uomo vecchissimo vestito di porpora cammin sulle letali sabbie mobili inghirlandato di foglie di vite, con lo sguardo fisso in avanti come se contemplasse le cupole doro di una bella citt dove i sogni sono compresi.
Quella notte qualcosa di bello e di giovane mor nel vecchio mondo.
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I GATTI DI ULTHAR. di Howard Phillips Lovecraft.
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Si dice che a Ulthar, una cittadina situata sul fiume Skai, nessun uomo possa uccidere un gatto, perch il gatto  un animale enigmatico ed  in grado di vedere cose strane che sfuggono agli uomini.
Il gatto  lanima dellantico Egitto e depositario di leggende di citt dimenticate in Meroe e Ophir. Discende dai padroni della giungla ed  erede dei segreti dellAfrica antica e misteriosa. La Sfinge  sua cugina, e il gatto parla la sua lingua; ma  pi antico della Sfinge e ricorda ci che essa ha dimenticato.
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A Ulthar, prima che i cittadini vietassero luccisione dei gatti, abitava un vecchio contadino con la moglie, i quali si dilettavano a catturare e ammazzare i gatti dei loro vicini. Perch lo facessero non lo so; a parte il fatto che molti odiano la voce del gatto di notte, e considerano di cattivo auspicio vederli passare furtivi per cortili e giardini al tramonto. Ma quale che fosse la ragione, il vecchio e la moglie si divertivano a prendere in trappola e trucidare qualsiasi gatto si avvicinasse al loro tugurio.
Da certi rumori uditi dopo il tramonto, i contadini immaginavano che il modo con cui li uccidevano fosse molto stravagante. Ma gli abitanti del villaggio non osavano parlarne con il vecchio e con sua moglie, sia per la loro abituale espressione sulle facce avvizzite, sia perch la casupola era piccola e nascosta nellombra di querce dalla larga chioma, in fondo a un terreno incolto.
In verit, se i proprietari dei gatti odiavano quella strana coppia, ancor maggiore era la paura che quei due incutevano in loro, e invece di accusarli di essere brutali assassini, si limitavano a badare che nessuna adorata bestiola, cacciatrice di topi, si smarrisse dalle parti della remota casupola sotto gli scuri alberi.
Quando, per una svista inevitabile, mancava un gatto e si udivano i rumori dopo il tramonto, il padrone che lo aveva perduto se ne lamentava impotente; oppure si consolava ringraziando il Fato che non fosse toccato a uno dei suoi figli scomparire a quel modo. Perch la gente di Ulthar era semplice e non sapeva da dove originassero tutti i gatti.
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Un giorno una carovana di strani nomadi del Sud percorse le strette strade acciottolate di Ulthar. Erano viandanti dalla pelle bruna, diversi dallaltra gente vagabonda che attraversava il villaggio due volte lanno.
Nella piazza del mercato costoro predissero la fortuna per ricavare denaro, e con quanto avevano guadagnato comprarono vivaci collane di perle dai mercanti.
Nessuno sapeva da quali terre provenissero quei nomadi, ma fu notato che si dedicavano a misteriose preghiere ed avevano dipinto sui fianchi dei loro carri strane figure con il corpo umano e la testa di gatto, falco, ariete e leone.
Il capo della carovana portava sulla testa una acconciatura con due coma e un curioso.
In quella singolare carovana vi era un ragazzino senza padre n madre, ma solo con un piccolo micino nero da coccolare. La peste non era stata indulgente con lui, tuttavia gli aveva lasciato quella cosetta pelosa per mitigare il suo dolore. E quando si  molto giovani, si pu trovare gran sollievo nelle vivaci stramberie di un gattino nero. Cos il ragazzo, che quella gente bruna chiamava Menes, era pi facile al sorriso che al pianto mentre sedeva con il suo grazioso micino sui gradini di un carro bizzarramente dipinto.
La terza mattina del soggiorno dei nomadi a Ulthar, Menes non trov il suo gattino, e siccome singhiozzava forte nella piazza del mercato, taluni abitanti del villaggio gli parlarono del vecchio e della moglie, e dei rumori uditi nella notte.
Quando il ragazzino seppe quelle cose, i singhiozzi lasciarono il posto alla meditazione e infine alla preghiera.
Allarg le braccia verso il sole e preg in una lingua che nessuno del villaggio cap. In realt la gente non fece molti sforzi per comprendere, in quanto la loro attenzione era stata richiamata dal cielo e dalle strane forme che le nuvole stavano assumendo. Fatto eccezionale, quando il ragazzino pronunci la sua supplica, si formarono in alto figure irreali e nebulose di cose esotiche, di creature ibride che avevano dischi in testa con coma laterali. La natura  piena di tali illusioni per impressionare la fantasia.
Quella notte i nomadi lasciarono Ulthar e mai pi vi tornarono. E i capifamiglia si preoccuparono quando notarono che in tutto il villaggio non si trovava neppure un gatto.
Tutti quegli animali erano scomparsi da ogni focolare: gatti grossi e piccoli, neri, grigi, striati, gialli e bianchi.
Il vecchio Kranon, il borgomastro, giur che i bruni nomadi avevano portato via i gatti per vendicare luccisione del micino di Menes, e maledisse la carovana e il ragazzino. Ma Nith, lo smilzo notaio, dichiar che le persone pi indiziate erano il vecchio e la moglie, perch il loro odio per i gatti era di dominio pubblico e si faceva sempre pi sfrontato. Tuttavia, nessuno os lamentarsi con quella coppia sinistra.
Neppure quando il piccolo Atal, figlio delloste, giur di avere visto al crepuscolo tutti i gatti di Ulthar in quel maledetto terreno sotto gli alberi; essi marciavano con andatura lenta e solenne facendo giri attorno alla casetta, in fila per due, come se eseguissero qualche ignoto rito animale.
Gli abitanti del villaggio non sapevano quanto credito dare a quel fanciullo, e bench temessero che i malvagi coniugi avessero esercitato il loro fluido magico per attirare i gatti verso la morte, preferirono non rimproverare il vecchio contadino finch non lo avessero incontrato fuori da quel suo terreno oscuro e repellente. Perci la gente di Ulthar and a dormire covando una inutile rabbia; e quando la popolazione si dest allalba - sorpresa! - ogni gatto era tornato presso il suo abituale focolare!
Grossi  piccoli, neri, grigi, striati, gialli e bianchi, neppure uno ne mancava. Gli animali apparivano ben pasciuti e con il pelo morbidissimo, e mostravano la loro contentezza con rumorose fusa. Gli abitanti stupiti parlarono tra loro dellavvenimento.
Il vecchio Kranon continu a insistere sulla sua idea che fossero stati i bruni nomadi a portarli via, perch gatti vivi non ne sarebbero mai tornati dalla casupola del vecchio.
Ma tutti riferivano il singolare rifiuto dei gatti di mangiare le loro porzioni di carne o bere i piattini di latte. E per due giorni interi i gatti di Ulthar, morbidi e pigri, non toccarono cibo, ma rimasero sonnolenti presso il fuoco o sotto il sole.
Pass una settimana prima che gli abitanti del villaggio si accorgessero della mancanza di luci, che solitamente illuminavano le finestre del vecchio.
Nith fece notare che nessuno aveva visto il vecchio fin dalla notte in cui i gatti erano scomparsi. Trascorsa unaltra settimana il borgomastro decise di superare la paura e recarsi alla dimora stranamente silenziosa, per una questione di dovere, sebbene, quando vi si accinse, prese cura di farsi accompagnare da Shang, il fabbro, e da Thul, il tagliapietre, come testimoni.
E come ebbero abbattuto la debole porta, trovarono sul pavimento di terra due scheletri completamente ripuliti della carne, e una quantit di strani scarafaggi che strisciavano negli angoli oscuri.
Si parl a lungo della cosa fra gli abitanti di Ulthar.
Zath, il giudice, discusse con il notaio Nith; Kranon, Shang e Thul furono sommersi di domande. Persino il piccolo Arai, il figlio delloste, fu sentito, ottenendo come ricompensa della frutta candita.
Tutti parlavano del vecchio contadino e di sua moglie; della carovana dei bruni viandanti; del piccolo Menes e del suo micino nero, e della sua preghiera e di come si fosse mostrato il cielo durante le sue invocazioni; delle gesta dei gatti la notte in cui part la carovana, e della ripugnante scena scoperta nella casa del contadino.
E alla fine gli abitanti votarono quella legge eccezionale di cui parlano i mercanti di Hatheg e i viaggiatori di Nir: che a Ulthar nessun uomo pu uccidere un gatto.
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LA VIA PER ECBEN. di James Branch Cabell.
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Prologo alla guerra per Ettaine
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 unantica storia quella che ci racconta della lotta tra Alfgar, re di Ecben, e Ulf, re di Rorn. Furono travolti dalla loro ostilit perch entrambi desideravano la figlia di Thordis, chiamata Ettaine.
Due re la desideravano perch di tutte le donne di questo mondo Ettaine sembrava la pi bella. Fu lazzurro dei suoi occhi, che avevano la luminosit del cielo primaverile quando non cerano nuvole tra la volta celeste e le teste degli uomini, la causa per cui si scontrarono come nubi temporalesche gli eserciti di Rorn e di Ecben. Il sangue fu sparso ovunque a causa del rosso delle labbra di Ettaine. Loro fiammeggiante dei suoi capelli bruci e ridusse in neri tizzoni le citt di Rorn e di Ecben.
 pur vero che la fortezza di Ulf a Meivod resistette a tutti gli assedi: ma Druim cadde, seguita da Tarba. Fu conquistata anche Achren: i suoi campi furono dissodati e seminati a sale. In seguito, Ulf conquist Sorram, minandone le mura. Ma Alfgar prese dassalto Garian e diede alle fiamme anche quella citt, dopo averne portato via una grande quantit di balestre, di tende e due carri carichi di argento.
Non cera perci pace in quella parte del mondo a causa dellavvenenza di Ettaine. Perch due re la desideravano: cos il suo incarnato e la sua figura divennero una nobile questione morale, con un ricco fiorire di tumulti e di tasse pi alte, e di corruzione e di morte rapida ovunque, e di molte bellissime orazioni patriottiche.
Poi, durante il quarto anno di guerra, leroismo senza precedenti e gli elevati ideali degli uomini di Ecben, dei quali hanno parlato una met di queste orazioni, furono ricompensati con generosit dalla sordit di Cornac. Questo Cormac delle Colline Gemelle guidava un terzo degli eserciti di Rorn. Gli fu pagato il prezzo per la sua sordit: per tre vergini dai corpi senza imperfezioni, e per quattro sacchi di turchesi blu, e per largento che re Alfgar aveva preso a Garian, quel Cormac divenne sordo allaltra met di quelle orazioni, alla met di esse che parlava delleroismo senza precedenti e degli elevati ideali degli uomini di Rorn. Trad Rorn.
Non ci fu mai un massacro pi imponente di quello che i patrioti di Ecben fecero dei patrioti intrappolati di Rorn sotto gli olmi della gola di Strathgor. Di quellesercito sconfitto fu risparmiato soltanto re Ulf, mentre tutti gli altri combattenti giacevano squartati in due met, come le orazioni che avevano incantato tutti con i loro sani principi in quella parte del mondo.
Fu cos che la vittoria and ad Alfgar. Nessuno pi lo contrastava. Aveva tutto quello che il suo cuore desiderava, inoltre aveva tutte le foreste e le citt e i fertili pascoli di Rorn. Ulf, che non era pi re, pregava i suoi di da una prigione sotterranea ben sorvegliata. E dovunque a Ecben, dalla verde Pen Loegyr alle brulle colline di Tagd, i baroni e i loro seguaci cavalcavano verso la casa del re a Sorram, e tutto era approntato per la festa nuziale di Alfgar, il nobile re, ed Ettaine, la donna pi bella di questo mondo.
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1. Dove si parla di Alfgar e del suo regno.
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Alla dimora del re a Sorram cera un giardino chiuso da una siepe, con lastre di pietra al centro, intorno a una fontanella. Era l che re Alfgar ed Ettaine si sedevano a parlare nel limpido aprile.
- Ettaine dagli occhi azzurri - era solito dire re Alfgar, - non  giusto che i tuoi occhi debbano essere i miei specchi. Trovo me stesso in ciascuno di essi. Una minuscola immagine di me  impressa nella loro luminosit.
- Delizia di entrambi i miei occhi - gli rispondeva Ettaine. - Quellimmagine  impressa anche nel mio cuore.
Re Alfgar diceva: - Ettaine dalle labbra rosse, non  giusto che le tue labbra suonino per me una musica cos amabile. Qualche dio sbircer la mia felicit dal paradiso, e la gelosia tormenter quel dio solitario che non ha una musica cos bella nel suo paradiso.
- Per nessun dio e per nessun paradiso - rispondeva la bionda giovane - lascerei lAlfgar dal nome eccelso, il prediletto delle donne di Ecben. Perch tra le sue forti braccia  il mio unico paradiso.
Allora Alfgar diceva: - Ettaine dai capelli lucenti, non  giusto che domani a mezzogiorno un arcivescovo metta la corona di regina di Ecben sul tuo insigne capo. Ecben  soltanto una piccola terra, e se le splendide corone di Roma e di Bisanzio, e di ogni altro regno di chiara fama, fossero state forgiate in ununica corona per Ettaine, lo splendore di questi capelli le farebbe vergognare.
Ettaine gli rispondeva: - Non  la corona che mi  cara, o cuore di tutta la mia felicit, ma soltanto il re.
- Diamine, ma due re hanno amato Ettaine - diceva Alfgar.
Al che, lamorevole e radiosa figlia di Thordis Collo-Ricurvo rideva felice e ribatteva: - Tuttavia, a mio giudizio e secondo i miei desideri nessuna persona  regale tranne Alfgar. Quanto a Ulf
Un alzata di spalle espresse la sua esatta opinione.
Era questo il genere di sciocchezze di cui parlavano i giovani amanti alla vigilia della loro festa nuziale, mentre stavano seduti insieme nel giardino chiuso da una siepe a Sorram, dove la sbiadita erba novella cresceva disordinata tra le brune lastre di pietra, e lo zampillo argenteo della fontanella ondeggiava sotto lincostante e debole brezza di aprile. E intorno e sopra questi amanti che erano giovani, le giovani foglie bisbigliavano la loro allegra profezia di una felicit pi grande di quanta ne avrebbe mai potuto far maturare un secolo di estati.
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2. Un sogno lo punisce.
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Fu durante la notte della vigilia del suo matrimonio che re Alfgar fece un sogno. Nel suo sogno serpeggiava una musica. Era una musica lontana e non molto distinta, una musica che, come lui sapeva, non era di questo mondo. Ma sapeva anche che cera un sortilegio in quella musica implacabile, perch lo costringeva allimmobilit.
Leroe che aveva trucidato numerosi nemici giaceva nel suo letto, sotto una trapunta di lana di agnello colorata con righe blu, immobile come un guerriero abbattuto. Su di lui e su tutti i suoi desideri, calarono dubbi e insoddisfazione. Desiderava ci che quella musica desiderava, e ci che quella musica cercava, con un suono stridulo, e non riusciva a trovare in nessun angolo della terra. Perch era al suono di quella musica, come Alfgar sapeva, con il cuore turbato, che Ettarre, la strega, trascorreva gli anni, e allontanava gli uomini dal corso stabilito della vita.
Cos, adesso una donna si accost ad Alfgar, dove il re giaceva nel suo letto sotto la trapunta di lana dagnello, e con quella donna venne un giovane magro dai capelli rossi.
La donna sorrideva. Anche il giovane sorrideva, ma la sua faccia divenne bianca e tesa dopo che ebbe posato la mano di quella donna sulla mano di Alfgar, e dopo che la donna si fu chinata in modo che il suo volto si trov vicino a quello di Alfgar.
Parl allora, imponendo la sua autorit ad Alfgar nel momento in cui lui ne vide il volto e il bagliore luminoso degli occhi e il movimento lento delle labbra. Era in quel modo che Ettarre, la strega, che un poeta aveva strappato dalla grigia Landa Desolata Oltre la Luna, per vivere sulla nostra terra in molti corpi, ora imponeva un ricordo e un desiderio e una convocazione a re Alfgar nellora del suo trionfo.
Inoltre, adesso Alfgar udiva, molto debolmente, e come da una grande distanza, un rumore di esili voci accorate che si lamentavano in modo confuso. E quel lontano e tenue lamento diceva:
- Salute a te, Ettarre!
E subito dopo unaltra vocina che diceva: - A causa tua, non ci siamo potuti accontentare di nessuna donna.
E unaltra voce ancora diceva: - A causa tua, non ricaviamo piacere da nessuna melodia che sia di questo mondo.
E una terza voce diceva: - A causa tua, abbiamo viaggiato in mezzo allumanit come esuli.
Dopodich, tutte quelle deboli voci gridarono insieme: - Salute a te, Ettarre, che ci hai privato della gioia e ci hai allontanati dal corso stabilito della vita!
Fu cos che termin il sogno. Re Alfgar si svegli solo alle prime luci dellalba, e cap che la sorte avversa incombeva su di lui.
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3. Il Messaggio della Rondine.
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In nessuna parte del mondo cera un re pi potente di Alfgar. Il giovane Alfgar sedeva sul suo trono costruito in legno di melo con chiodi di rame, circondato dai suoi baroni. Sulla nobile testa bionda portava la corona sacra di Ecben, dono dellunico dio di Ecben: la sovranit su Ecben spettava a chi cingeva quella corona. Anelli doro pendevano dagli orecchi di Alfgar; intorno al suo collo cerano cinque cerchi doro, e sulle sue ampie spalle cera un manto porpora bordato con due strisce di vaio.
Ordin loro di chiamare dalle balconate riservate alle donne Ettaine, la figlia di Thordis Collo-Ricurvo, in modo che potesse essere incoronata regina di Ecben. Ordin loro di andare a prelevare dalla tetra prigione quellUlf che non era pi re.
Alfgar esamin con attenzione i due che gli stavano di fronte. Dietro a Ettaine cerano le sue damigelle donore. Erano fanciulle alte, dai sorrisi dolci, con capelli biondi e ricciuti e occhi azzurro chiaro: ognuna di quelle quattro fanciulle aveva il bianco corpo rivestito di una veste di seta verde, con una stella doro sulla punta di ciascuno dei giovani seni. Ma dietro a Ulf, due degli uomini mascherati in rosso che lavevano portato l stavano esponendo gli attrezzi della loro professione, e gli altri due uomini mascherati stavano accendendo un fuoco.
I baroni di Ecben suggerirono con deferenza quelle torture che ciascuno di loro, nel corso della sua carriera militare o giuridica, aveva scoperto essere lo spettacolo pi prolungato e divertente da osservare. Ma larcivescovo di Ecben non partecip a quelle questioni secolari. Prese invece una sedia di legno di tasso intarsiato e vi pos sopra un cuscino porpora intessuto con fili doro, in modo che Ettaine potesse assistere in tutta comodit allamministrazione della giustizia.
Poi, mentre tutti erano in attesa del volere di Alfgar, una rondine si tuff verso Ulf e strapp un capello dalla sua testa bruna, quindi vol via con il capello che penzolava dal largo e corto becco. Al che, i baroni lanciarono grida gioiose. Avevano tutti dimestichezza con il Messaggio della Rondine: era un Messaggio ben noto a molte nobili leggende, perch era in quel modo che gli di di Rorn erano soliti imporre rovina e disfatta ai loro cugini, i re di Rorn. Perci, ogni barone gioiva nellosservare che lopera in programma per quella mattina era cos liberamente avallata in anticipo dallapprovazione del cielo, ora che Ulf era abbandonato dai suoi di.
Di quellallegra compagnia, re Alfgar era lunico a restare in silenzio.
Quindi Alfgar disse: - Questa  la Rondine di Kogi. Questo  un Messaggio delle tre divinit di Rorn. In quale dimenticata ora quei tre si sono impadroniti del dominio di Ecben?
- Ci nonostante, sire - comment larcivescovo, -  un bene, ed  anche molto pi saggio, mantenere relazioni diplomatiche con gli di di ciascun paese.
Ma Alfgar rispose: - I desideri del re sono legge. E noi di Ecben serviamo un unico dio, un unico re, e ununica signora e padrona.
Alfgar scese i gradini rossi del suo trono. Si slacci il mantello porpora bordato con una doppia striscia regale di vaio e mise quel mantello intorno alle spalle di un altro. Alfgar si tolse dalla bionda testa la corona sacra di Ecben: la sovranit su tutta Ecben era di chi cingeva quella corona che ora Alfgar pose sulla testa di un altro. Alfgar si port alle labbra le mani di Ettaine, tocc per lultima volta lincantevole corpo di Ettaine, a causa della cui bellezza il suo cuore, non conosceva pace da quattro anni; e mise la mano destra di lei nella mano destra di un altro. Quindi Alfgar singinocchi, mise le proprie mani tra le cosce pelose di Ulf, ne tocc lenorme virilit, e giur fedelt e ubbidienza a colui che indossava la corona sacra di Ecben.
Fu allora che, dopo un attimo di umana sorpresa, Ulf parl nel momento in cui diventava re. Ma prima allontan con un gesto i quattro uomini mascherati quando avanzarono per eseguire i doveri della loro funzione sul corpo di Alfgar. Al che, i baroni mormorarono un po, e larcivescovo di Ecben scosse la testa in un gesto di riluttante disapprovazione.
Ci nonostante, Ulf perdon le ultime pratiche proditorie del ribelle caduto, ora ai suoi piedi. Ulf grid di risparmiare la vita tre volte perduta di Alfgar, e grid anche la condanna regale a esilio perenne. Quindi Ulf disse in tono severo:
- E per il futuro, amico mio, va per la tua strada con un timore pi salutare del re di Rorn.
- E anche di Ecben, sire - fece notare lArcivescovo.
Ulf disse: - E anche di Ecben! Inoltre, va per la tua strada, amico mio, con un timore pi riverenziale delle tre divinit di Rorn, che, in questora, e in questo luogo, hanno sconfitto i tuoi perfidi tentativi, e che in futuro contraccambieranno la tua mancanza di rispetto per il loro Messaggio.
I baroni esclamarono con lealt: - I desideri del re sono legge!
Ma il giovane Alfgar replic: - Il mio re ha parlato; e tutti i re, come anche tutti gli di, sono onorevoli. Tuttavia,  usanza di Ecben servire un solo aio, e un solo re, e una sola signora e padrona. E io non mi discoster mai da questa usanza.
Cos parlando, and in esilio, senza pi una sola persona al suo seguito. Il popolo di Ecben aveva questioni pi importanti di cui occuparsi.
Perch ora si tenne la festa nuziale di Ettaine, la pi bella di tutte le donne di questo mondo, che in quel giorno ricompens con generosit leroismo impareggiabile e i superbi ideali di quegli uomini di Rorn che erano morti a causa del suo incarnato e della sua figura. Ricompens tutti quei patrioti deceduti incoronando la loro amata causa con la vittoria, ora che Ettaine era diventata la moglie di Ulf e la regina di Rorn e di Ecben.
E in aggiunta venne anche rovesciato per ordine di Ulf laltare del dio di Ecben, e agli di di Rorn venne tributato quel rispetto che loro esigevano. A Kuri, gli uomini di Ecben offrirono le opportune parti di un pastorello e di un fulvo maschio di capra, e in onore di Uwardowa essi uccisero un toro bianco, e a Kogi diedero pezzo per pezzo una giovane vergine senza pecche nel corpo o nella reputazione, secondo lantica usanza gradita a Kogi.
Cos, perdon Ulf con animo generoso la calamit inviata invano contro di lui dalle tre divinit di Rorn perch, dopotutto, come fece osservare il re, erano i suoi di, e anche i suoi cugini. Nessuno dovrebbe aspettarsi che i propri cugini mostrino un tatto infallibile. Quanto al resto, quegli di avrebbero contraccambiato in futuro, in un modo adeguatamente doloroso, la sventatezza della persona male consigliata che, nel corso di quella mattina, aveva interferito con il loro divino Messaggio. Ulf, da parte sua, preferiva lasciare quellempia persona ai poteri discrezionali di un pantheon offeso. Ulf desiderava soltanto che - entro, naturalmente, i giusti limiti, e in armonia con le leggi in generale e con le varie norme civiche di Ecben - la volont del cielo si compisse in ogni particolare.
- Non occorre aggiungere altro - prosegu re Ulf - su un argomento cos disgustoso. - Sicuri del loro patrimonio di unindole nobile, di capacit negli affari e di elevati principi morali, benedetti da un terreno fertile e da unabbondanza di naturale energia idrica, i patrioti di Ecben ora si sarebbero impegnati per spingere laratro e per liberare la nave dello stato dalle ceneri e dalle emozioni eccitate della guerra. Le politiche pi liberali sarebbero state adottate da un monarca il cui unico scopo era di essere considerato come il servitore del suo popolo; limmigrazione e gli investimenti di capitali stranieri sarebbero stati incoraggiati in ogni modo appropriato; gli aspetti culturali della vita non sarebbero stati trascurati ma, piuttosto, ampliati per includere linteresse in tutte le arti e le scienze e le imprese industriali in genere. Le tasse, per il momento, e come misura esclusivamente temporanea, sarebbero state quadruplicate, adesso che la nazione aveva il privilegio di affrontare quel momento cruciale, quel momento nel quale capitalizzare, a vantaggio di generazioni future, lenergia, lintegrit e lingegnosit combinate di tutta Ecben, ma non un momento, a parere delloratore, nel quale il destino di un esule mal consigliato e disonorato fosse ancora una questione vitale.
Cos parl re Ulf dal suo nobile trono costruito di legno di melo con chiodi in rame.
- Sua maest - replicarono i baroni di Ecben - parla come dovrebbe parlare un re; e noi di Ecben ci siamo sbarazzati di un miscredente che ha pubblicamente fatto un simile affronto a tre santissimi ed eccellenti di.
- In effetti, latteggiamento di quelluomo nei confronti di questioni religiose  sempre stato discutibile, mentre la sua moralit, ahim, era fin troppo nota - comment lex arcivescovo di Ecben, mentre si affrettava a indossare le vesti di pelle di capra di Sommo Sacerdote di Kuri.
Ed Ettaine si sporse verso il marito con affetto, circonfusa di felicit: era bella e gioiosa come la luce del sole sul mare, e il suo pubblico vide che Ettaine era la pi bella di tutte le donne di questo mondo.
- Delizia di entrambi i miei occhi - disse la regina Ettaine. - Tu parli come dovrebbe parlare un re. Quanto a Alfgar
Unalzata di spalle espresse la sua esatta opinione.
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4. Il re paga.
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Si narra che Alfgar raggiungesse da solo il cupo bosco di Darvan. Era un luogo malsano dove, di propria iniziativa, entravano poche persone che avessero intenzioni filantropiche; tuttavia, Alfgar viaggiava verso Darvan, ora che la convocazione di Ettarre laveva allontanato dal corso stabilito della vita.
Si diceva anche che sotto gli alberi pi remoti di quella foresta sedesse un lebbroso, avvolto in una vecchia veste gialla in modo che il suo volto fosse invisibile. Accanto a lui, alla sinistra di questo lebbroso, pascolava un fulvo maschio di capra.
Il lebbroso suon una campanella e grid: - Salve, fratello! Dammi ora il dono che mi spetta in nome di un re.
- Ci sono numerosi re - rispose Alfgar - e la maggior parte di loro non sono creature molto eminenti. Tuttavia, nella misura in cui un re  regale, un sogno governa il suo cuore: pertanto, un re degli uomini deve servire questo o quel sogno che non  noto a persone inferiori.
- Dammi allora ci che ti chiedo - replic il lebbroso, con un sarcasmo consono alla sua mentalit pi pratica, - in nome di Ulf, re di Rorn e di Ecben. Perch le mie mani sono fragili, rovinate dalla malattia, e io non posso compiere tutta la distruzione che vorrei.
Disse Alfgar a quel lebbroso: - Ulf non  che un piccolo re, che la mia astuzia sconfisse a Strathgor, e che la mia volont risollev di nuovo a Sorram. Tuttavia, Ulf  regale, giacch non volle abbandonare i suoi di, bench loro avessero abbandonato lui. Inoltre, ora Ulf  il mio re, perci non posso opporti un rifiuto.
Cos, il lebbroso espresse la sua richiesta, e Alfgar non ne parve soddisfatto. Ma sorrise comunque e, con quellaria grave e signorile che solo le persone razionali trovano insopportabile, il giovane Alfgar disse:
- A te che chiedi nel nome del mio re, devo per forza dare ci che chiedi, perch io non mi discoster dalle antiche usanze di Ecben. Inoltre, le mie mani hanno toccato le mani di Ettarre, e nel contatto con else di spade e con scettri e con borse di denaro non c pi piacere alcuno.
Il lebbroso tocc allora le mani di Alfgar, che subito divennero fragili e grinzose. Divennero come le mani di una persona anziana. Tremavano per la paralisi, e tutta la forza era svanita dalle mani che avevano segnato la fine di molti guerrieri nella calca rumorosa della battaglia.
Tuttavia, unaltra strana cosa accadde al limitare della foresta di Darvan. Fu che Ettaine e Ulf, e tutti i signori che il giorno prima avevano servito re Alfgar, e tutte le case e tutte le torri di Tagd e Sorram e Pen Loegyr, e di ogni altra citt che si trovava in Ecben, ora passarono per quel luogo malsano sotto lapparenza di nuvole dai colori brillanti. E Alfgar si chiese se tutte quelle cose fossero mai state reali, oppure se tutto ci che aveva conosciuto ai tempi in cui era ricco e vigoroso facesse solo parte di un antico sogno.
Ma il lebbroso si tolse la sua veste gialla e, sotto la sembianza di un uomo magro e vecchissimo, insegu quelle nuvole e le lacer e le disperse con forti mani. Fu cos che Alfgar diede ci che era stato chiesto nel nome del suo re, e leroe caduto entr nella cupa foresta e arriv vicino ai fuochi che ardevano in Darvan. Coloro che vi abitavano sciamarono allora intorno a lui, strillando allegramente:
- Il re paga!
Su ogni lato vedevate re imprigionati nel loro tormento, bene illuminati dai focherelli crepitanti del loro tormento, cos che vedevate che ciascun re era incoronato e orgoglioso e silenzioso. E su ogni lato vedevate il piccolo popolo di Darvan infliggere tutte quelle nefandezze democratiche che la loro malignit poteva escogitare contro quelle persone che avevano osato essere regali.
Alfgar cadde sotto un ammasso soffocante di corpi esili e pelosi, dalla puzza di orina stantia, che saltavano e si pigiavano ovunque intorno a lui, arrampicandosi gli uni sopra gli altri come topi festanti. Lui non poteva fare niente con le fragili mani che il lebbroso gli aveva dato, n in verit sarebbe giovata la forza di qualsiasi eroe contro il popolo di Darvan una volta che essi avevano strillato:
- Il re paga!
Allora i re imprigionati gridarono a Alfgar, con voci gravi e pacate, ed ecco cosa dissero i re nel loro tormento:
- Abbi coraggio, fratello! I nostri nemici sono piccoli, ma linvidia li rende molto forti e non conoscono n paura n ritegno una volta che hanno fiutato ci che  regale. Non c potere sulla terra che possa tener testa al piccolo popolo di Darvan una volta che hanno lanciato il loro grido di caccia: Il re paga! Abbi coraggio, fratello! Perch il tempo consegna tutti i re degli uomini nelle mani del piccolo popolo di Darvan.  una grande agonia quella che ci impongono, e da tutto ci di noi che  mortale essi derivano la loro ilarit, in modo osceno. Ma abbi coraggio, fratello, perch essi non possono arrivare a quel sogno che governa i nostri cuori, n possono turbare quel sogno. Sfugge loro perfino la sua natura, e non possono nemmeno comprendere o contaminare quel piccolissimo e puro barlume di maest che  la causa per la quale siamo diversi da loro. Ed  questa consapevolezza che fa infuriare il piccolo popolo di Darvan. Abbi perci coraggio, cos come ne abbiamo noi tutti!
Nel frattempo, il piccolo popolo di Darvan si stava divertendo con Alfgar in modi nefasti. Non  possibile raccontarvi qui cosa gli fu fatto, perch erano una razza ricca dinventiva.
Tuttavia, lui usc dalla foresta vivo, perch su di lui cera il marchio della strega, la cui magia  pi forte di quanto lo sia la magia del tempo che tradisce tutti i re degli uomini e li consegna nelle mani del piccolo popolo di Darvan.
Dunque, usc da quella foresta ancora in vita. Ma alle spalle di Alfgar rimasero al sicuro nel cupo paradiso dellinvidia quei re degli uomini che erano suoi pari, e il piccolo popolo di Darvan aveva cura di tutte le loro esigenze.
Di buon grado quel piccolo popolo rendeva un simile coscienzioso servigio a ogni re, a causa dellinvidia: la quale, con non sempre adeguata carit, provvede i pi deboli di vivacit e livore, come se attraverso la sottile magia dellinvidia, il lento, nudo e indifeso lombrico fosse diventato un serpente scattante; la quale  paziente mentre, come uno scaltro sobillatore, erode le usanze degli altolocati; la quale costruisce con ambizione, al di l dei sogni di qualsiasi architetto mortale, i suoi solenni templi di ipocrisia, ornati in modo molto bizzarro con piccoli doccioni di verit sgradevoli, badando che limponente struttura sia ben illuminata con acume malevolo, e sia costantemente riscaldata con lindignazione morale; la quale  una dotta erudita che scrive le biografie dei coraggiosi, ed  generosa nel ringraziare i fedeli anche con epitaffi osceni; la quale, con costante pazienza, segue la sua preda con pi tenacia di qualsiasi segugio; la quale incoraggia i pi scandalosi bigotti, sia in moschee come anche in cappelle, in sinagoghe e in pagode, con la convinzione che tutti i migliori tra loro sarebbero di gran lunga loro inferiori, se soltanto la verit fosse nota; la quale  pi eloquente di qualsiasi angelo a schernire la verit; la quale insaporisce piacevolmente le maldicenze; la quale, con confortanti e faceti bisbigli, dipinge con amabilit le disgrazie dei nostri congiunti e dei nostri amici pi stretti; la quale intesse, con maestosa opulenza, intorno a tutti i re degli uomini, la sua prolifica e volgare mitologia di ubriachezza, ladrocinio e lussuria; la quale ravviva ogni assemblea umana tutte le volte che linvidia appare sotto uno di quei titoli minori che questo monarca, forse con eccessiva modestia, colpisce quando linvidia va in incognito tra lumanit come zelo o come candore o come un dovere morale; la quale conservava tuttora il suo fosco paradiso in Darvan, dove linvidia imperava senza controlli o mistificazioni, e dove i re degli uomini pagavano pegno al re delle passioni per ogni qualsivoglia di nobile tentativo.
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5. La strada della venerazione.
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Orbene, a Clioth, vicino alla caverna che  dedicata a tutti gli di, sedeva un lebbroso in una vecchia veste rossa che gli nascondeva il volto. Accanto a lui, sulla destra, giaceva un grosso toro bianco che masticava con solennit il suo bolo: e quel lebbroso suon una campanella quando vide ci che la democrazia di Darvan aveva lasciato di re Alfgar.
- Salve, fratello! - grid il lebbroso. - Dammi ora il regalo che mi spetta, in nome di un dio, prima che le tue molte ferite ti conducano alla tomba.
- Ci sono pi di sopra luomo di quante ferite io abbia nel mio fragile corpo - replic Alfgar. - E pu darsi che nessuno di quegli di sia divino da tutti i punti di vista. Eppure, ciascuno  venerato dallamore dei suoi adoratori; e nel cuore dei suoi adoratori ogni dio ha acceso un piccolo fuoco di fede e una speranza duratura. Per questo motivo, ogni dio dovrebbe essere ritenuto degno di onore nella misura che gli compete.
- Pu darsi che sia vero, in quanto che  molto sicuramente non plausibile - ribatt il lebbroso. - Ci nonostante, tu non hai ritenuto degni di onore gli di di Rorn. Inoltre, io ti parlo nel nome del dio di Ecben.
-  soltanto un piccolo dio, un dio quasi dimenticato - disse Alfgar. - Non nutro pi nessuna fiducia in lui, e quella speranza che lui aveva acceso  morta da tanto tempo.
Eppure, anche questo dio  santificato dallamore dei suoi adoratori, e anchio lo amavo. Questo dio, che  uscito dalla mia mente, ha nondimeno il suo santuario nel profondo del mio cuore. Perci, nel suo nome, accolgo la tua richiesta.
- Dammi, allora - disse il lebbroso, - quegli anelli doro che ti brillano agli orecchi.
- Molto volentieri - disse Alfgar, perch gli sembrava che fosse un lieve tributo.
Ma ora il toro bianco mugg, e il lebbroso fece come un cenno di assenso con il capo velato.
- Tuttavia, ora che ci penso - disse il lebbroso - devo chiedere qualcosa di pi di quei due anelli doro. Perch i miei orecchi, come puoi notare, non sono perforati e, a meno che io non abbia orecchi perforati, non so cosa farmene di quegli anelli.
Alfgar cap che era perfettamente logico; eppure, quella logica non gli piaceva. Ci nonostante, quando il lebbroso ebbe fatto tutte le sue richieste, replic:
- Non posso negarti ci che viene chiesto nel nome del mio stesso dio, al quale rendo ogni omaggio tranne lomaggio della fede; e accolgo la tua richiesta. Inoltre, ho udito la musica di Ettarre, e voglio conservare nella memoria la musica di Ettarre, e non vorrei che fosse guastata se udissi rumori di qualit inferiore.
Il lebbroso tocc quindi gli orecchi di Alfgar con mani forti e il re reietto scese nella caverna di Clioth. Allora, il lebbroso si alz, si tolse la sua veste rossa e, con le sembianze di un uomo magro e vecchissimo, si allontan per riprendere quellinfinit fatica.
E la storia narra che non regnava unoscurit totale nella caverna di Clioth, ma, invece, un azzurro fioco rifulgeva ovunque, come se l il bagliore della decadenza fosse frammisto al bagliore del chiaro di luna. Su entrambi i lati della caverna si vedeva una lunga fila di altari in rovina; e ogni altare recava inciso il motto di questo o di quel dio.
Cos, sul primo altare al quale Alfgar si avvicin era inciso: Io sono il Virtuoso. Io soltanto sono il Signore dei due comi, il Governatore di tutti i viventi, e il Conquistatore di ogni terra.
Ma sullaltare successivo si leggeva: Io sono il Caritatevole. Io ho regolato le cose create fin dallinizio. Non c altro dio tranne me, che sono il donatore di venti a tutte le narici, e il dispensatore di delizie e calamit a ogni persona.
Il motto su un altare di granito squadrato diceva: Io sono ci che sono. Io sono un dio geloso; i miei pensieri sono bufere. Tu non avrai altro dio tranne me.
E ancora, su un altare di malachite verde, con quattro teschi incisi, cera scritto: Io sono il Guerriero, il saettante Carnefice di tutta la vita, e il Carnefice anche della morte. Nessun altro dio  mio pari: grazie a me il sole si leva, e io soltanto regno sul luogo dove tutte le strade sincontrano.
Tali erano i motti su quegli altari, e su altri altari si vedevano altri motti, ma nessun uomo vivente potrebbe dire a quali divinit ognuno di quegli altari fosse stato eretto, perch tutte quelle divinit erano da lungo tempo scese in Antan.
E intorno a ognuno di quegli altari si inginocchiavano gli spiriti dei morti, tuttora in adorazione dove non cera nessun dio, perch in ogni epoca nasce, per il supplizio di quellepoca, un uomo, o forse anche due uomini, che non abbandoneranno i loro di.
Cos, in quel tenue bagliore azzurro arriv Alfgar allaltare in rovina del dio di Ecben. Vi singinocchi, tra gli spiriti di tutti coloro che un tempo gli erano stati cari. Accanto a lui singinocchi sua sorella Gudrun, morta quando erano ancora bambini.
Cera anche Hilda, e il giovane Gamelyn. Pi oltre singinocchi il padre di Alfgar - superbo e un po tardo di mente, e con un cuore pi grande di chiunque altro - intento ad assolvere con formalismo ai doveri religiosi, come si conveniva a un monarca educato alla vecchia scuola. E accanto al padre di Alfgar, quella regina da lungo tempo morta, che era stata la madre di Alfgar, e che ora rivolse al figlio lo sguardo orgoglioso e tenero che lui ben ricordava.
Ma lei non ricordava. Negli occhi della madre di Alfgar non cera segno che lavesse riconosciuto, e lei sembrava guardare oltre e attraverso Alfgar, che non era pi il re di Ecben, ma soltanto un anziano vagabondo sul quale cera il marchio della strega.
E unindistinta schiera di altre persone, che lui aveva conosciuto e amato, a Sorram e a Tagd, dove era vissuto da ragazzo, singinocchi nel bagliore azzurro. Erano tutti pallidi fantasmi tremolanti, e nessuno di loro era consapevole di Alfgar. Mentre erano in adorazione, quegli spiriti guardavano tutti oltre e attraverso lui, come se anche lui fosse uno spirito. Cos, loro tutti mantenevano la parola data, con prodigalit, a quel dio che ora non aveva doni per i suoi fedeli, e che non poteva pi aiutarli, e che nessuna persona vivente onorava pi tranne il solo Alfgar, che sapeva di inginocchiarsi tra i morti per onorare un dio morto.
- O piccolo dio di Ecben - disse Alfgar, -  giusto che io debba portarti un generoso tributo di piet e di amore e di venerazione.  indispensabile che io non debba abbandonarti.  una certezza assoluta che in nessun angolo di questa terra io possa trovare un dio da servire con lealt tranne te. Perch al nord regna Odino; Zeus trionfa al sud; e Siva  padrone dellest. Allovest regnano Kuri e Uwardowa, come anche Kogi, che sono Tre in Uno.
E il potere di questi di  riconosciuto, mentre il tuo potere, per sempre finito, non  pi riconosciuto, e il tuo nome  dimenticato.
Alfgar emise quindi un lamento e disse:
-  noto che Odino dimora al nord, a Gladsheim, sotto un tetto dargento, in un bel bosco, dove il fogliame di ogni albero  doro. Tutto ci che  stato o che sar  rivelato a Odino, perch questo dio ha bevuto da un paiolo di bronzo il sangue di un nano frammisto a rum e miele. Pertanto Odino domina su tutte le cose, e gli altri di del nord gli obbediscono come a un padre. Egli ha quarantanove nomi, e sotto ciascun nome lo venera una nazione. Il potere di Odino  grandissimo.
Ed  noto che Zeus domina Olimpo al sud. Regge in mano una folgore, e unaquila lo assiste. Gli altri di del sud obbediscono a Zeus Che-tutto-vede come al loro padre. Gli obbediscono anche le giovani donne del sud, ma il suo cuore appartiene al ragazzo Ganimede. Ganimede e altri ragazzi, vivaci e un po spaventati, obbediscono a questo Zeus, il cui amore li vizia. Questo Zeus  venerato sotto forma di ariete a causa della sua instancabile libidine in tutti gli aspetti dellamore. Nella fornicazione, come in qualsiasi altro campo, il potere di Zeus  grandissimo.
Ed  anche risaputo che allest Siva dalle tre teste ha edificato la sua dimora tra ampi e scintillanti specchi dacqua, nei quali crescono fiori di loto rossi, azzurri e bianchi. L regna, assiso su una pelle di tigre, su un trono glorioso come il sole di mezzod. Gli altri di dellest obbediscono a Siva come al loro padre e signore supremo. Ogni qualvolta gli aggrada farlo, Siva dalle tre teste scende dalla luminosit e dalla fragranza del suo empireo per correre ululando per questa terra con le sembianze di un folle nudo, imbrattato di cenere e assistito da demoni affamati e da spettri grigi, perch il potere di Siva  grandissimo.
Queste sono cose note a tutte le persone pie che prosperano al nord e al sud e allest. La mia mente ha coscienza di tali cose. Il mio cuore non vi presta ascolto.
Aligar mise quindi le mani raggrinzite sullaltare di fronte a lui e chin la grigia testa, cos da posarla sullaltare in rovina mentre proseguiva nella sua geremiade.
- Perch allovest, nel mio ovest,  risaputo che gli di di Rorn hanno assunto il dominio di Ecben. Dalla verde Pen Loegyr alle brulle colline di Tagd, dove un tempo viveva un ragazzo, amorevolmente protetto e felice, il potere di questi tre  assoluto. Dove un tempo regnavi tu, piccolo dio di Ecben, ora regnano e sono onorati quei tre. D copioso incenso bruciato li acceca; gli uomini di Ecben portano loro fulvi maschi di capre e tori bianchi e vergini; le esigenze di questi tre di sono adeguatamente esaudite mentre il tuo nome  caduto nelloblio.
Queste sono cose note. Queste sono cose note a tutti, o piccolo dio di Ecben! Ma non  noto, o carissimo Signore defunto, il momento e il luogo in cui il potere ti abbandon, n in quale sepolcro dormi detronizzato e dimenticato. O piccolo dio di Ecben, che nessun altro uomc ricorda pi, la mia piet e il mio amorevole rispetto, e anche il mio grande amore, adesso vanno alla tua ricerca nelloscurit della tua tomba sconosciuta.
Fu in questa guisa che nella caverna di Clioth, tormentata dalla fede, Alfgar vener con prodigalit il defunto dio di Ecben.
Ora vennero verso Alfgar sette creature con laspetto di sciacalli, tranne che ciascuna di loro portava occhiali. Erano coloro alle quali era assegnato il compito di scoraggiare il culto degli di morti. Ciascuna sollev una zampa contro laltare del dio di Ecben.
Quando ebbero terminato il loro compito, quelle sette creature commentarono, a causa del loro solido buonsenso:
- Questo uomo tenta di preservare i sentimenti di Ecben senza nessuna delle credenze che li ha generati. Eppure, questo uomo singinocchia davanti a un altare che la sua stessa follia ha disonorato, e si aggrappa a quel dio in cui non conserva fede alcuna.
Dopodich, condussero Alfgar nelle profondit della caverna di Clioth; e in silenzio, nel buio assoluto, si occuparono di lui come era loro dovere.
Ma gli risparmiarono la vita, anche se per pochissimo e con riluttanza, perch su quel vecchio e fragile vagabondo trovarono il marchio della strega, la cui magia  pi forte della magia del tempo che rovescia laltare di ogni dio.
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6. Lultimo tributo.
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Ora, allestremit della caverna di Clioth si arriva di nuovo alla luce grigia del giorno e a un lebbroso in attesa in una veste nera, che gli nascondeva il volto, ma non il bagliore degli anelli doro che gli pendevano dagli orecchi.
Uno stormo di uccellini si lev dallerba secca intorno ai suoi piedi, e vol via svolazzando con un coro di pigoli: si vedeva che erano rondini. Un serpente scuro strisci fuori tra i suoi piedi e, guizzando, sinolir nella caverna di Clioth quando quel lebbroso suon una campanella.
- Salve, fratello! - grid il lebbroso. - Dammi ora il dono che mi spetta nel nome di una signora, prima che la tua debolezza e le tue ferite, come anche la tua et avanzata, abbiano terminato la loro opera.
- Avevo una volta pi signore che malanni - replic Alfgar, - ai bei tempi in cui ero il prediletto delle donne di Ecben, e non mi era stata imposta nessuna convocazione. Perch in quellepoca remota ero io che convocavo.
Convocavo con lo sguardo schietto di un re che non ha bisogno di esprimere a voce i suoi desideri: e allistante mi rispondeva un rossore e pronta obbedienza. Cera cos Cathra, e Olwen, e Guen, e Hrefna, e anche Astrid; cera Lliach dal Florido Seno, e cera Una, regina delle Donne Guerriere di Mei; e ce nerano altre ancora prima dellarrivo di Ettaine. A ciascuna di quelle care fanciulle ho concesso in momenti diversi il mio cuore; e in cambio esse non mi negarono le loro labbra.
Il lebbroso parl con aria dubbiosa, dicendo: - Ci nonostante,  meglio non accontentarsi del favore delle labbra.
- Anche a molte dame dei romanzi cavallereschi e delle leggende - prosegu Alfgar, ora che la sua mente era presa da quellargomento -  stato concesso il mio cuore; e quelle regine, che governavano in modo quanto mai insigne agli albori del mondo, hanno governato anche il mio cuore, perch  usanza di Ecben sapere che ogni donna  sacra e migliore di quanto possa mai esserlo un uomo
A quello, il lebbroso rispose senza la minima esitazione dicendo:
- Sciocchezze!
- Inoltre - prosegu Alfgar, con la pacata caparbiet di una persona anziana -  usanza della giovent desiderare ci che non  raggiungibile.
- Queste sono riflessioni tanto abili quanto irrilevanti - ribatt il lebbroso. - Adesso che hai finito con i tuoi sciocchi discorsi, ti chiedo il dono che mi spetta, non nel nome di un harem ma nel nome di Ettarre.
- E in quel nome dilettissimo - disse Alfgar - io accolgo qualsiasi richiesta.
Il lebbroso fece allora la sua richiesta, e Alfgar sospir. Tuttavia, con laria solenne e signorile che soltanto le persone razionali trovano insopportabile, il decrepito Alfgar disse:
- Non verr meno alle antiche usanze di Ecben. Pertanto, non posso negare a nessuno ci che viene chiesto nel nome della mia signora e padrona. E in vero, pu darsi che, anche cos, me la caver abbastanza bene. Perch ho visto il volto di Ettarre, e desidero soltanto conservare i ricordi fedeli di quella bellezza che non aveva la bench minima pecca.
- La fedelt  una bella gemma - replic il lebbroso. - Tuttavia, molti che la tollerano muoiono in miseria.
Cos dicendo, tocc gli occhi di Alfgar, e Alfgar prosegu. Ma il lebbroso si alz, si tolse la veste nera e, da dietro la roccia sulla quale era seduto, prese la pi affilata delle falci e la pi antica di tutte le clessidre.
Quindi, quelluomo magro e vecchissimo grid: - Oho! - e di nuovo grid: - Oho! - dopodich, si allontan ridacchiando, ed ecco cosa stava dicendo:
- Ho ben riparato lonore ferito degli di di Rorn. Mi sono occupato bene di questo Alfgar che, a causa delle sue stolte idee, mi ha ceduto di buon grado ci che altri uomini mi avrebbero dato per forza. Perch io esigo il mio tributo da tutti. Non c giovane che io non trascini nella corruzione; non c bellezza che non diventi mia preda; e la magnanimit delluomo non genera trambusto che io non plachi allistante. Io scoraggio la fede. Io insegno alla speranza a beffarsi di se stessa. Io inaridisco la carit. Le potenti citt, che resistono alle armate e alle balestre e alle scale aeree, non possono resistere a me.
Io mi trastullo con i regni. Oho, mi trastullo con ogni regno cos come mi sono trastullato con Atlantide e con la Caldea e con Cartagine e con Troia. Io rompo i miei giocattoli. Io non ignoro n il duca n il contadino. Tutti avvizziscono sotto il mio tatto, e se ne perde il ricordo in ogni angolo della terra.
Dopodich il vecchio disse:
- La terra stessa io distruggo riducendola a un tizzone alla deriva in quel vento che soffia sulle stelle baluginanti. Lo so con certezza, perch la mia maestria  dimostrata; e nel cielo tengo sempre davanti a me la fredda e placida luna come un modello di ci che intendo fare di questa terra. Oho, e nel cielo anche, tutti gli di mi osservano con gli occhi vigili con cui i conigli spiano il segugio che non ha ancora individuato il loro odore. Essi sanno che io soltanto glorifico i Celestiali, e che li assecondo per un po, come oggi ho assecondato le menti contrariate degli di di Rorn. Eppure, questi Celestiali sanno bene cosa ne far alla fine della loro onnipotenza. Lascia che anche Ruri e Uwardowa e Kogi abbiano un assaggio della mia abilit! La strada dietro di me  disseminata di templi saccheggiati. La maestosit di molti di  la polvere di quella strada.
E quelluomo magro e vecchissimo disse ancora:
- Ma la strada davanti a me, oho, ma la strada davanti a me  tenebrosa. La sua meta  ignota. Se c uno scopo nella mia opera di distruzione,  sconosciuto. Eppure, se quel potere esiste, e se quello scopo e quella meta sono stati stabiliti, prego che possano porre fine alle mie incessanti fatiche perch sono vecchio, e sono stanco della distruzione del tempo, e non c nessuna gioia da ricavare dalle mie fatiche.
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7. A proposito di Alfgar nel grigiore.
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Si narra che il vecchio e infermo Alfgar proseguisse su una strada grigia sotto cieli grigi, e che intorno a lui soffiasse quel vento che soffia sulle stelle baluginanti. La donna che vincontr era grigia e grassa come un pingue verme da cassa da morto. La donna farfugli, tra gengive sdentate:
- Fermati! Perch io sono quella Cathra che  stata il tuo primo amore.
E si narra anche che la seconda donna che incontr fosse grigia e magra. Una voce stridula usc dalle sue cascanti e tremule mandibole, e quella voce disse:
- Fermati! Perch io sono Olwen, che tu hai amato con tutto il tuo cuore.
Quindi Hrefna, e Guen, e Lliach, e Astrid, e Una, e tutte le altre dilettissime fanciulle che Alfgar aveva corteggiato in giovent, gridarono la loro buona volont di contraccambiare il suo amore. Venne anche Ettaine, curva e inferma e grigia; le sue mani avvizzite tremavano, e la sua pancia rumoreggiava mentre diceva:
- Fermati, delizia dei miei due occhi!
Perch la giovinezza aveva abbandonato quelle fanciulle; gli anni avevano rubato il loro tenero incarnato; e il tempo aveva cos rosicchiato la loro avvenenza che quelle erano vecchie megere, grigie e cadenti, le quali sogghignavano e ridevano in modo chioccio e scoreggiavano mentre tiravano la manica stracciata di Alfgar nel ventoso grigiore.
Lalto ed emaciato re continu ad arrancare per la sua strada.
Ma l, la strada grigia era disseminata a destra e a sinistra di fogli di carta che svolazzavano nel vento persistente; e anche loro parlarono a Alfgar.
- Fermati! Perch io sono Oriana, la pi fedele e la pi bella di tutte le donne - fu il primo esile sussurro che il vecchio re ud. - Ma Amadis  lontano da qui, perci affrettiamoci a fare lamore a saziet.
Quindi, un altro foglio frusci: - Io sono Aude. Roland mi ha amato fino alla morte, e della morte di Roland io morii. Tuttavia, per amore tuo vivo di nuovo.
E un terzo foglio sussurr: - Io sono Yseult, la regina di Mark. Ma amavo un arpista, e la musica di quel Tristano trasform in musica tutta la mia vita. Neanche la morte potrebbe far tacere quella musica, perch i nostri nomi resistono come un unico canto che risponde a un altro canto. Eppure, ora Alfgar  il mio unico amore.
Lui vide allora che su quei fogli di carta erano abbozzate le figure di donne, in colori vecchi e sbiaditi; e cap cos di essere corteggiato dalle dame pi belle dei romanzi cavallereschi e delle leggende. Le quali volteggiavano intorno a lui vanamente, alla deriva nel vento che soffia sulle stelle baluginanti: e tutte quelle figure di carta erano imbrattate di ditate e di sterco di mosche e del sudiciume di innumerevoli anni. Passavano cos come brandelli di carta sporca e macchiata, sui quali il tempo non aveva lasciato traccia di magia e di vivacit e di bellezza.
Alfgar sospir, ma prosegu per la sua strada.
Arrivarono quindi degli scheletri che gridarono a Alfgar. E il primo scheletro disse:
- Fermati! Perch io sono Cleopatra, io sono quella Cleopatra il cui nome vive tuttora. Tutto il vasto mondo sta in questa piccola mano, come mio passatempo. Regnai sul sud e sul nord. Regnai in allegria, come si addice alla figlia di Ra, il Signore delle Corone, e la diletta di Amen-Ra, il Signore del Trono e delle Sue Terre. I tamburi di guerra e le grida delle legioni sotto i loro alti cimieri di rossi crini di cavallo non potevano trionfare sulla dolcezza della mia risata: con un solo bacio conquistai Cesare e tutta la sua armata. In seguito, Antonio mi port nuovi regni, e con ciascun di essi, e anche con lui, mi baloccai come desideravo, al prezzo di un altro bacio. Ma il mio terzo amante era pi saggio e freddo di quei capitani romani, e morii dei suoi baci, perch quel verme cornuto di colore grigio era troppo innamorato della mia avvenenza.
Lalto e macilento re continu ad arrancare per la sua strada.
E un altro scheletro gli url: - No, fermati invece con me. Perch io sono quella Maddalena il cui corpo era come un mercato ben costruito al quale gli uomini saziavano i loro appetiti. Il mio amore era molto munifico: il mio amore era una strada maestra sulla quale eserciti felici marciavano in trionfo: il mio amore era un eterno festival dove nuovi ospiti andavano e venivano. Poi, pass un dio che disse: Amatevi lun laltro. Ma io rimasi perversa, perch da allora amai lui soltanto. Nellora della sua tormentata morte, non lo lasciai: quando torn dalla morte io, e io soltanto, lo aspettavo, allingresso della grigia tomba, allalba, sotto gli ulivi, dove gli uccelli cinguettavano con sorprendente dolcezza. Ma la sua voce era pi dolce della loro. Dovunque andasse, dovevo esserci anchio: e per quel motivo era seguito da molti che erano innamorati della mia avvenenza.
Alfgar sospir, ma prosegu per la sua strada.
Allora un terzo scheletro disse: - Sarebbe molto meglio che ti fermassi con me. Perch io sono Balkis; Saba mi fece nascere, dallutero di unantilope; ed ero esperta in tutte le forme dellamore. Della mia abilit si parlava da un capo allaltro della felice terra tra Negrn e Ocelis. Re Scharabel mi scelse per essere sua regina grazie alla mia maestria; e io lo ricompensai con una disonesta promessa di matrimonio. Con una pugnalata gli tolsi il regno e anche la vita. Ma fu in un letto costruito in oro e inciso con triadi che conquistai un altro re, quando Salomone mi rase dalle gambe tre peli e io gli portai via tutta la sua saggezza. Cos, da quella mezzanotte lui ador Eblis e Milcolm, perch io servivo quegli di nei loro templi, e quel lascivo e concupiscente giudeo era innamorato della mia avvenenza.
Ma Alfgar ignor la bocca senza labbra, e tutte le altre fredde ossa polverizzate, anche quelle della scaltra Balkis.
In tale guisa quegli scheletri, e altri piccoli scheletri sogghignanti, si accalcavano dietro lalto vagabondo e lo subissavano di grida. Le innamorate della Grecia e dellAlmayne e della Persia si univano in quellinfinito grigiore con le orgogliose prostitute dei Merovingi e dei Faraoni, e ognuna di quelle donne sensuali corteggiava Alfgar. Vennero anche le imperatrici di Roma e di Bisanzio: lo scortavano le zarine di Muscovy e le sultane dellArabia. Le mogli dei Caziques e degli Incas, le nipoti dei patriarchi, e le maharani dei Gran Khan, tutte si accalcavano dietro re Alfgar: ed erano tutte ossa ammuffite, nei loro sudari laceri e putridi. Poi, dalla palude lungo la grigia strada si levarono le voci delle regine di Assiria e di Babilonia, che erano adesso polvere sparsa e sterco di cavallo. Tutte queste, con le quali il tempo aveva terminato la sua opera, ora lanciavano grida aiettanti a Alfgar.
Ma il vecchio e debole Alfgar proseguiva senza badare a nessuna delle tante, perch cos forte era lincantesimo che Ettarre gli aveva fatto che tutte quelle che erano state un tempo le donne pi belle di questo mondo non sembravano pi desiderabili. Arriv cos, nel grigiore, a un giardino.
Al cancello di quel giardino, accanto al palo in forma di fallo che si ergeva in perpetua erezione, era seduto un giovane che si divertiva a tagliuzzare, con un coltellino dal manico verde, un pezzo di legno di cedro per ricavarne un oggetto della stessa bizzarra sagoma del palo. I suoi capelli erano di un rosso cupo: e ora, mentre guardava Alfgar con occhi castani e distanziati, la faccia di quellalto ragazzo era di una comica solennit, e annu, come annuisce lartista compiaciuto che osserva il progredire della sua opera e scopre che  ormai prossimo a completarla.
- Il tempo ti ha davvero acchiappato con entrambe le mani - disse il giovane - e il tempo lascia un segno pi grande della clava di Ercole. Non  lAlfgar dal nome illustre che sto guardando, ma un vagabondo debole, sordo e semi cieco.
- Ci nonostante - rispose Alfgar, e anche in quel momento parl con il tono solenne e altero che aveva infastidito pi di un ascoltatore quando lo usava parlando da un trono - ci nonostante, non ho abbandonato le antiche usanze di Ecben.
- Conosco quelle usanze - replic il ragazzo. -  un bel concetto avere un solo re e un solo dio e, al di sopra di entrambi, una sola signora. Oh, s,  un concetto quanto mai divertente, e una droga molto potente, credere che questi tre siano sacri e importantissimi. Ai miei tempi, anchio ho tratto svago da quel concetto.
Il ragazzo scosse i riccioli rossi e disse, stringendosi nelle spalle:
- Ma nessun giocattolo dura in eterno. E anche il tempo ha tolto a quel concetto lantica nobilt e leccellente forza.
Allora Alfgar chiese: - Ma cosa ci fai tu qui ad aspettare in questo luogo grigio come una sentinella?
Il ragazzo rispose: - Faccio quello che faccio in qualsiasi luogo. Anche qui, al cancello di questo giardino dove il tempo non  ancora entrato, lotto contro il tempo una battaglia gi persa in partenza, perch farlo mi diverte.
Sorrise, ma Alfgar rimase serio.
- Cercare sempre il divertimento - disse, con regale franchezza, -  un modo ignobile di vivere.
- Ah, daltra parte - replic il ragazzo - io lotto contro lingordigia del tempo con numerose e spassosissime armi, con gesti e con tre atteggiamenti e con frasi magiche; con lacrime e con fronzoli, con pillole ricoperte di zucchero e con luoghi comuni leggermente ridorati.
S, e lo combatto anche con piccoli specchi dove balenano in modo confuso le perversioni della lussuria, e la dannata lealt, e un po di chiaro di luna, e il puro diamante del desiderio del cuore, e le nebulosit opaline del compromesso umano. Ma, soprattutto, combatto quel rapace e vecchio rimbambito con la forza della mia stessa follia.
- Non capisco questo sciocco modo di parlare - replic Alfgar. - Tuttavia, presumo che tu sia quellHorvendile che  leterno compagno di gioco della mia signora e padrona
- Ma io - rispose il ragazzo - presumo di dover essere leterno compagno di gioco del tempo. Perch la piet e il buonsenso e la morte sono a buon diritto i giocattoli del tempo: ed  con questi tre che io mi diverto.
- I tuoi discorsi - disse Alfgar - sono discorsi insignificanti. Devo dirtelo francamente, messere Horvendile, per il tuo stesso bene, che tali frivolezze sono sconvenienti in un immortale.
Il ragazzo rise, senza allegria, delle idee antiquate del vagabondo. - Devo allora dirti che la mia immortalit ha delle nette restrizioni. Perch  a un dato prezzo che io trascorro gli anni, finora, in unione eterna con la strega la cui magia, finora, resta pi forte della magia del tempo. Il prezzo  che io, unico tra i suoi amanti, non possa mai sperare di conquistare Ettarre. Mi  permesso soltanto questo: posso cio toccare la mano di Ettarre nel momento in cui metto quella mano nella mano del suo pi recente e predestinato amante. Io do, io che non posso mai prendere.
Horvendile rise di nuovo, sempre senza allegria. Quindi, aggiunse:
- Cos, compro un desiderio in eterno insoddisfatto, contro il quale il tempo resta, finora, impotente.
- Ma io vado a cercare i miei desideri, come si addice a un onesto cavaliere - disse Alfgar in tono molto fermo, mentre passava oltre a quel pazzo e frivolo immortale.
Il ragazzo gli rispose: - Pu anche darsi che sia cos. Tuttavia, che importanza ha, in un mondo nel quale la saga di ogni uomo conduce alla medesima conclusione. Chiaro?
Ma Horvendile non ottenne risposta a quella domanda, n allora n mai. Cos, diede a quella domanda un bel posto tra gli altri luoghi comuni ai quali aveva ridato un velo doro mentre aspettava nel grigiore, e intorno a lui si muoveva il vento costante che soffia sulle stelle baluginanti.
E il vecchio e debole Alfgar prosegu, oltre il palo a forma di fallo, nel giardino che si trova tra lalba e il levar del sole.
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8. Come il re trionf.
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Si narra che tutta lavvenenza resistesse in quel giardino nel quale il tempo non era ancora entrato. Si narra che, avanzando con passo stanco tra le prime luci dellalba, Alfgar entrasse ora nella primavera di un anno che non era registrato su nessun almanacco. L la giovinezza, come sempre, viveva per lattimo fugace: l la differenza era che lattimo non passava. E si narra anche che quellattimo duraturo fosse lattimo in cui lalba primaverile promette una giornata pi bella di quanto possa esserlo qualsiasi altra giornata, e quando le foglie novelle bisbigliano la loro lieta profezia di una felicit pi grande di quella che un secolo di estati potrebbe far maturare.
Ma Alfgar non era pi nel fiore della giovinezza. Su ogni lato intorno a lui, tra le prime luci dellalba, giovani persone camminavano a coppie, ed erano liete perch sapevano che il mondo era il loro passatempo, e che il loro era un amore senza precedenti che perfino le losche figlie di Dvalinn, quelle tre Nome che tessono il destino di tutti gli esseri viventi, consideravano con rispetto; e che gli anni a venire lavoravano tutti per ricompensarle con fama e felicit infinite. Quegli innamorati dal cuore nobile, che erano giovani, sapevano che il tempo era portatore di fulgidi doni; sapevano che il loro amore era eterno; sapevano anche di essere molto pi eccezionali e splendidi di qualsiasi altra coppia di amanti che fosse mai esistita: e, mentre passeggiavano a coppie, alludevano a tutti quei fatti.
Ma Alfgar camminava da solo: e, inevitabilmente, guardava quei giovani con gli occhi che il tempo gli aveva dato; ed era con gli orecchi che il tempo gli aveva dato che ascoltava quei giovani sciocchi, ciarlieri e pazzi, parlare di simili scempiaggini.
Entro breve, tuttavia, riflett il vecchio e debole re, quegli sciocchi giovincelli sarebbero diventati uomini e donne dotati di amor proprio, e avrebbero smesso di blaterare e di palpeggiare i compagni per dedicarsi alla guerra, ai lavori domestici e ad altre faccende pratiche. Quelle giovani mani intrecciate si sarebbero separate, una per uccidere con onore, con precisi colpi di spada, in una mischia di gentiluomini ben educati, e laltra per strofinare pentole e lavare panni. E sarebbe stato un ottimo risultato: perch, a giudizio del vecchio Alfgar, lintemperanza di quelle tenerezze semi pubbliche, con la loro immatura scipitaggine, sembrava un insulto allintelligenza.
Poco dopo Alfgar vide una donna che camminava da sola, su un sentiero inghiaiato, sotto gli aceri e i sicomori di quel giardino. Avanzava verso il vecchio vagabondo, ed era accompagnata da un rumore stridulo e acuto, cos che Alfgar cap che era in verit Ettarre. Ud di nuovo quella musica, la quale cercava e non riusciva a trovare il suo desiderio in nessuna parte della terra.
Ma gli orecchi che il tempo gli aveva dato non ricavavano nessun piacere da quella musica. Sembrava, al decrepito re degli uomini, una musica puerile, piagnucolosa e morbosa. Non gli piacevano quei rumori che sembravano mettere in dubbio e diffidare di ogni cosa. Era meglio avere intorno rumori molto pi allegri di quelli, per il poco tempo ancora che quellanziano e fragile vecchio avrebbe potuto udirli.
Adesso lei gli era vicina. Ed Ettarre, lui scopr, non era male da guardare, ma non era affatto eccezionale: perch agli occhi che il tempo gli aveva dato il volto di una donna assomigliava molto a quello di qualsiasi altra donna.
Ci nonostante, quella era la sua designata signora e padrona. Perci, il macilento vagabondo singinocchi e baci le mani della ragazza che appariva, dopotutto, di aspetto alquanto bello, in un modo senza ostentazione.
Singinocchi perch quella era lEttarre che aveva allontanato Alfgar dal corso stabilito della vita, e che laveva spogliato di tutto ci che monarchi stimati desideravano. Era perch lui potesse inginocchiarsi ai piedi di quella designata signora e padrona, tra le numerose e piccolissime pietre di quel sentiero inghiaiato, che un re di Ecben aveva cancellato dalla memoria degli uomini il suo illustre nome.
Era per farsi male alle magre e vecchie ginocchia, con i bordi acuminati di quelle piccole pietre, che aveva rinunciato al nobile trono costruito in legno di melo con chiodi di rame, e alle quattro case del re di Ecben costruite in levigata pietra bianca, con tutta la loro maestosa mobilia, i fertili giardini e frutteti, e le basse stalle dai tetti rossi; e aveva rinunciato anche al massiccio scettro doro incastonato con cinque tipi di rubini, e alle sue mandrie di bel bestiame pezzato a Pen Loegyr, e alla graziosa figura e ai colori luminosi di Ettaine, la figlia di Thordis Collo-Ricurvo.
A quelle cose Alfgar aveva rinunciato non del tutto con riluttanza, a causa dei suoi magnanimi e vecchi principi. Si era lasciato alle spalle quelle cose, cos da poter seguire quellEttarre che un poeta aveva strappato dalla Landa Desolata Oltre la Luna, per essere come lo schernitore e la preda e lo sterminatore dellumanit. Di tutte quelle cose la strega aveva privato re Alfgar, e di tutte le altre cose tranne il sogno che ancora dominava provocatorio nel cuore coraggioso del vecchio vagabondo.
- Dunque, la ricerca  finita - disse Alfgar, rialzandosi dalla posizione in ginocchio sulle piccole pietre aguzze, sempre pi scomode. - Mi sono mantenuto fedele alle vecchie usanze di Ecben, e anche a te.
La ragazza rispose: - Ti sei mantenuto fedele, invece, a Alfgar, a modo tuo, e in nessuno dei modi che si addice a uno stimato monarca.
Ora Alfgar continu a parlare con la tranquilla pertinacia di un vecchio; e parl, anche, come se fosse un po disorientato, ma non molto profondamente, da una questione di non seria importanza, dicendo:
- Cos, ho conquistato te, che sei la mia signora e padrona e il desiderio del mio cuore. Ma ora sono vecchio, ed  come ha detto il tuo compagno di gioco; il tempo mi ha acchiappato con entrambe le mani, e con i deboli avanzi della forza del mio corpo mortale non posso n prenderti n difenderti come si addice a un re degli uomini.
La musica della quale un tempo mi dilettavo ora sembra soltanto un sottile fastidio. E i miei occhi malati non possono mai pi percepire quella bellezza che il mio cuore ricorda.
La ragazza ribatt: - Eppure, fin dallinizio, amico mio, hai seguito una musica che non potevi udire, e un fulgore che i tuoi occhi non potevano distinguere. Hai rinunciato a tutto ci che gli altri uomini desiderano a causa di unidea nella quale non hai mai del tutto creduto. S: sei rimasto aggrappato, a modo tuo, alle vecchie usanze di Ecben.
- E per questo motivo, sono pago.
Lei gli rispose con quello sguardo freddo e brillante, ma al tempo stesso indulgente, che le donne riserbano alle strane idee degli uomini. Gli rispose anche a parole, dicendo:
- Eppure hai innalzato al trono di Ecben un essere brutale e dissoluto come Ulf. Cos hai abbattuto il dio di Ecben. Cos hai perso quellEttaine per la quale il tuo amore era umano e adatto alle usanze degli uomini. Cos adesso sei qui, un anziano reietto, dal quale  svanita ogni estasi. Cos si conclude la ricerca del re di Ecben del suo vano sogno, nella follia e in una grande sofferenza.
- Eppure, sono pago - rispose lui. - Perch ho servito quel sogno che avevo scelto di servire. Pu darsi che nessun re sia regale, e che nessun dio sia divino, e che le nostre madri e le nostre mogli non abbiano nessuna parte nella santit. Oh, s, pu darsi benissimo che io abbia perso onore e consenso, e che io abbia scelto la distruzione seguendo un sogno che non ha in s verit alcuna. Eppure, il mio era un nobile sogno; e la sua nobilt mi appaga.
A quelle parole la ragazza replic, con un po di tristezza: - Ahim, amico mio, ma  una fantasticheria della quale il cielo ride; e le grigie Nome non esaudiscono quel sogno per nessun uomo.
- Allora, gli uomini sono migliori del potere che li ha creati - ribatt Alfgar. - Perch i re degli uomini non ridono di questo sogno: e nel cuore di ogni persona regale questo sogno pu essere esaudito, anche mentre il suo corpo fallisce e si estingue.
- Eppure - disse Ettarre, - eppure, come fallisce la forza del corpo mortale di un uomo, cos si estinguono anche i suoi desideri.  una delle cose pi tristi che gli uomini sanno, che sotto il tocco del tempo anche coloro che servono con il massimo ardore le pi nobili fantasie degli uomini devono perdere, a poco a poco, tutta la brama e tutta la fede riguardo ci che  al di l e al di sopra di essi.
Adesso lui guardava con un po di ansia il volto dal bellincarnato e dai bei lineamenti della ragazza che era, per lui, cos simile a quello di qualsiasi altra giovane donna in buona salute. Il vecchio macilento gett la testa allindietro. I bianchi capelli ondeggiarono scomposti nel vento mattutino, e cera un fulgore infastidito e angosciato negli occhi slavati del defraudato vagabondo mentre parlava.
- Quello che stai dicendo non  vero. Perch io conservo la mia fede in ci che  al di l e al di sopra di me. Ho perso il desiderio e la visione, ma conservo la fede. Conservo la mia fede in quella bellezza che non posso vedere, e in quella musica che non posso pi udire, e in quel sogno che mi ha tradito. E sono pago.
La ragazza rispose: - Tu parli senza saggezza; perch non  consentito che qualsiasi uomo che abbia udito la mia musica sia pago.
Con quelle parole, la strega strinse per un attimo le sue mani grinzose tra le proprie, e disse con molta dolcezza:
- Il pi coraggioso e risoluto, e il pi sciocco, di tutti coloro che hanno seguito Ettarre, gli di fanno bene a sorridere delle tue strane e ardenti fantasticherie. Eppure, valoroso re degli uomini, gli di provvedono a colui che non abbandona la propria fede.
Gli tocc gli orecchi. Le punte delle sue dita si posarono leggere sulle sue palpebre grinzose.
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9. Metamorfosi di Alfgar.
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Tutto era cambiato per Alfgar. Non era pi una persona anziana e fragile, adesso che quellappagamento laveva lasciato. Perch tutto il suo stoico e imposto appagamento ora aveva fatto spazio alla gioia, perch la giovinezza gli era stata restituita; e in quel giardino, ora, esultava lAlfgar che era stato il pi valente dei guerrieri di Ecben, lAlfgar che era stato il pi potente dei re, e il pi ardente degli amanti e il pi cavalleresco degli eroi.
Tutto era cambiato per Alfgar. Not, con occhi giovani e arroganti, che ai suoi lati abbondavano i gigli e che, in quel giardino molte bianche rose rampicanti erano illuminate dal fulgore limpido e temperato dellalba. Conigli bianchi saltellavano intorno a re Alfgar. Vide che il mondo era incantevole, e che il tempo era benevolo con tutti gli amanti. Ud una musica che non era di questo mondo, e che cercava, senza riuscire a trovarlo, il proprio desiderio in ogni parte della terra. Ma ora, frammisto a quella musica, cera il canto di colombe che chiamavano i loro compagni; e in quella musica non trov n incertezza n malcontento, ma solo la dolce promessa di una vita che, tra breve, avrebbe avuto origine dalla irresistibile energia di quella musica struggente, e che sarebbe stata pi nobile di quanto lo fosse stata qualsiasi vita finora nota al genere umano.
Tutto era cambiato per Alfgar, che stringeva con mani forti le mani della pi incantevole di quelle donne che non sono completamente di questo mondo. Perch quella era, in modo palese, la sempre giovane Ettarre che, assai lontano nel futuro, la magia dellamore del poeta e la stregoneria della matematica avevano strappato alla Landa Desolata Oltre la Luna, per il piacere e la rovina di molti amanti umani meno fortunati di quanto lo era stato Alfgar, e per eluderli in eterno. Ma non poteva eludere Alfgar, come lui sapeva, per via di quelle forti mani che tenevano saldamente le mani di lei.
- Gli di provvedono a colui che non abbandona la propria fede! - esclam Alfgar in tono gioioso.
Fu cos che tutto era cambiato per Alfgar grazie al tocco della strega che laveva strappato al corso stabilito della vita per trascinarlo nel giardino tra lalba e il levar del sole, e la cui magia  superiore alla magia del tempo. E ora, da tutte le parti del giardino, nel quale non era ancora entrato il tempo, arrivavano giovani amanti, a due a due, in grande esultanza.
Esultavano perch, una volta di pi, le grigie Nome avevano considerato con rispetto limportanza di una relazione amorosa sincera, e perch gli anni a venire, come  consuetudine, stavano lavorando per ricompensare la saldezza dellamore vero con fama e soddisfazione infinite. A voce alta, si rivolsero a Alfgar, con sorrisi amichevoli e gaie frivolezze.
- Gli di provvedono a colui che non abbandona la propria fede!
Quindi, tutti elogiarono Alfgar con cordialit. Ciascuna coppia disse, con la pi comprensiva delle cortesie, che Alfgar e la sua designata signora e padrona erano pi eccezionali e pi magnifici di qualsiasi altra coppia di amanti che fosse mai esistita, tranne ununica coppia che nessuno di loro fu cos egoista da menzionare in modo esplicito.
Vennero anche coloro che avevano servito Ettarre, tutti quei poeti menomati la cui esistenza lei aveva rovinato. E dissero:
- Salve e addio, Ettarre! A causa tua, non abbiamo potuto contentarci di nessuna donna. Abbiamo voltato le spalle a quel mondo schietto e sano dove fanciulle schiette e sane passeggiavano amabilmente lungo percorsi illuminati dal sole. Percepivamo che le femmine pi giovani della nostra specie erano gradevoli al tatto ed erano di colorito piacevole. Ma voltammo le spalle, annaspammo in luoghi pi tenebrosi, e l fummo segnati da cicatrici profonde, perch quelle ragazze non erano come la strega che avevamo visto e non potevamo dimenticare. Come le falene svolazzano intorno alle torce, cos noi inseguivamo la tua perduta avvenenza, con nostro personale patimento.
E i poeti dissero anche:
- A causa della tua musica, non riuscivamo a gioire della musica dei nostri versi n di qualsiasi melodia di questo mondo. Eravamo innamorati di una musica per la quale non esistono parole capaci di intrappolarla o ingabbiarla. Cera una musica senza difetti, come noi ben sapevamo, perch una volta avevamo udito una tale musica, per un momento fugace. Ma nessun abitante della terra potrebbe ricatturarla. Le ninnenanne delle madri amorevoli che ci hanno partorito erano a noi meno care di quella musica. I flauti e gli organi e i violini non suonano una simile musica. Abbiamo udito le trombe e le arpe e i clarini; abbiamo udito le campane delle chiese, e non ci furono di nessun conforto.
Quindi, questi poeti dissero:
- A causa tua, siamo vissuti come esuli in mezzo allumanit. Gli imperatori e i capitani intuivano che non consideravamo la loro fama una questione importante. I sacerdoti e gli stimati saggi intuivano che, mentre ci istruivano, le nostre menti erano rivolte a un mistero, e che il nostro pensiero nutriva una leggenda che non era la loro leggenda. Perci i forti ci deridevano, e dicevano con leggerezza che eravamo sciocchi: ma, nei loro cuori turbati, ci odiavano. Perch noi andavamo in mezzo a loro come uomini che avevano bevuto vino da un calice doro fino; tutto il cibo della terra non pu soddisfare uomini simili: e a tutto il genere umano essi divennero ripugnanti.
Dopodich questi poeti menomati gridarono con sentimento:
- Eppure, noi che non abbiamo mai trovato appagamento in nessuna ora della nostra vita, noi tutti che ti abbiamo seguito a costo di personali patimenti, non vorremmo cambiare niente. Quellavvenenza che abbiamo visto una volta e abbiamo poi perso per sempre, e quella musica che abbiamo udito e che non udremo mai pi, erano cose pi belle di quanto lo sia lappagamento. Salve e addio, Ettarre!
Tali furono i discorsi di quei poeti, e fu cos che essi approntarono tutto per la festa nuziale di Alfgar, il nobile re, e di Ettarre, la pi bella di quelle donne che non appartengono completamente a questo mondo.
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10. Quale fu la conclusione.
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Fu allora che arriv anche Horvendile. Come aveva fatto nel sogno di Alfgar, cos adesso quel giovane dai capelli rossi rideva senza allegria; e mise la mano di Ettarre nella mano di Alfgar, mentre pronunciava una parola di potere.
Quindi, esultante, Alfgar abbracci con le forti braccia la moglie che aveva conquistato, e le sue labbra sfiorarono quelle di lei. Fu in quellattimo che la giovane faccia di Horvendile divenne bianca e tesa. Non sta bene tradire ci che si desidera.
E nello stesso istante erano svaniti i servitori menomati di Ettarre, e tutti i giovani amanti, belli e allegri, si erano trasformati in una foschia multicolore. Ma a loro era subentrato un portento ancor pi piacevole, perch in quel giardino ora tre immortali erano seduti a osservare Alfgar con aria compiaciuta.
La pi imponente di quelle tre divinit sorridenti aveva la fronte ampia e grandi occhi, con lunghissimi capelli neri e una folta barba; la veste che indossava era confezionata con cinquecento quarantatr pelli di capra; e nella mano sinistra reggeva una lancia di fuoco guizzante. Il secondo dio era vestito in rosso, con sottili righe guizzanti di bianco; e nei suoi capelli gialli cerano due piume bianche; tra il pollice e lindice della mano sinistra reggeva un toro bianco, al momento solo in parte mangiato. Ma il terzo dio era del colore del rame. Era di gran lunga il pi piccolo della triade divina, adesso che erano tutti seduti a gambe incrociate sul terreno, la sua testa superava di poco la robinia pi alta del giardino. Rondini volavano intorno alla sua testa. Era nudo, tranne che intorno a tutto il suo corpo era avvolto un serpente dal bagliore minaccioso, il quale bisbigliava allorecchio del suo padrone con una lingua saettante.
Tali erano le sembianze di Kuri e di Uwardowa e di Kogi, le massime divinit di Rorn. Ognuno di loro sorrideva, adesso che Alfgar aveva conquistato il desiderio del suo cuore. Era per Alfgar una grande gioia vedere che quegli Esseri Divini non gli serbavano rancore, ma che ciascun dio aveva invece sollevato la mano destra, in un gesto di benedizione e di perdono.
Poco dopo, quegli di si alzarono e se ne andarono ridendo. Il potere non li aveva ancora abbandonati.
Fu cos che il giardino tra lalba e il levar del sole si svuot di ogni essere vivente, tranne Ettarre e Horvendile; e ai loro piedi ora vedevate, ancora percorso da deboli fremiti, ci che la volont degli di di Rorn aveva lasciato di re Alfgar.
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Un epilogo a proposito di altri vagabondi.
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- Gli di provvedono a colui che non abbandona la propria fede - disse Horvendile con un sorriso pigro. - Quegli Esseri Divini, gelosi e alquanto testardi, hanno messo fine molto agevolmente al nostro gioco con questo valoroso e troppo fedele sciocco: cos, la saga di re Alfgar si conclude dopotutto in modo abbastanza netto.
Ma Ettarre non sorrideva. - Questo uomo era migliore di noi. Vorrei poter piangere per questo coraggioso e reietto re degli uomini, la cui follia era pi nobile di quanto lo sia il nostro interminabile giocare. Caro Horvendile, perch non puoi darmi nessun cuore umano?
Limmortale artista guard con malinconia colei che era il battito del desiderio di tutti i suoi sogni, mentre lei aspettava al di l del corpo annerito e distrutto di re Alfgar. - E perch tu non puoi darmi nessuna felicit, Ettarre, cos come, nellunico momento di questo arrogante sciocco, lhai data a lui?
Dopodich, Horvendile si separ dalla strega, ma non a lungo. Perch ogni felicit deve concludersi con la morte, e tutto ci che  umano deve morire. Ma Horvendile e la sua Ettarre, coloro che non sono n felici n del tutto umani, non possono mai morire, come ci narra la loro leggenda, n finora si sono separati luno dallaltra per lultima volta.
E, finora, cos racconta la leggenda, resta immutato il loro destino per cui lui  lunico dei suoi amanti a non poter sperare di conquistare Ettarre, anche se  consentito che lui non debba perderla completamente, come devono perderla in eterno, insieme con tutto ci che possiedono, uomini mortali che arrivano cos vicino alla strega.
Alcuni dicono che questo Horvendile sia quel Madoc che per primo strapp Ettarre alla grigia Landa Desolata Oltre la Luna, per farla vivere sulla nostra terra in molti corpi dai bei colori. Non si sa se tale voce sia vera, ma si sa che quei due percorrono gli anni in una interminabile separazione che  la loro unione. Si sa che nel loro passaggio attirano uomini fuori dal corso stabilito della vita, e giocano con le esistenze degli uomini come loro passatempo. Come ingannarono Alfgar, cos hanno ingannato una folta e triste schiera di altre persone, alle quali Horvendile e Ettarre hanno imposto una convocazione per il loro divertimento, altrimenti quei due immortali penserebbero troppo al loro personale destino.
A quegli uomini dai quali traggono il loro svago, essi danno un momento di appagamento. Ma Horvendile e la sua Ettarre hanno soltanto un desiderio inappagato mentre percorrono gli anni insieme; e a causa di quella comune consapevolezza, la speranza non li accompagna, n traggono gioia alcuna dal loro passatempo. Perch ciascuno di quegli amanti ingannati sa che entrambi non sono che un vuoto fulgore e che, cos, inseguono entrambi lombra beffarda di un amore che i lunghi anni non hanno reso reale.
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NEL VALHALLA. di E. R. Eddison.
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Dallal di l di quelle profondit senza luci dove lultimo fioco raggio dellultima stella si dissolve nelle tenebre eterne, occhi immortali fissavano Fyrisfield: gli occhi del grande Padre di Tutti, assiso su un nobile trono che sembrava scolpito in nubi temporalesche color rame, e intarsiato con quelle gradazioni che incombono sul mare al tramonto, e ornato e ingemmato con stelle notturne.
E laspetto del Suo torace e delle Sue spalle e delle braccia nerborute e delle cosce muscolose di Lui, in parte esposti e in parte velati, era come laspetto delle vertiginose pareti e dei nudi e ripidi pendi di brulle montagne rocciose, quando il grigiore che precede lalba inizia ad agitarsi in quelle altitudini di aria senza ali, e le trapunte di nuvole si ritraggono, e loscurit striscia come un manto, e le prodigiose e fredde membra sembrano svegliarsi dal torpore, e da piccole e strette valli remote, gi in fondo dove gli uomini hanno le loro piccole abitazioni, un gallo annuncia lalba.
Di certo, alzare lo sguardo sul volto di Lui, che era rossastro come una scogliera di terra rossa sulla quale risplende incontaminato un sole basso sulla curva dellorizzonte, stagliata contro lazzurro di un mare estivo, era come trovare risposte a molti enigmi e sollievo a molte paure e sventure.
A ciascuna delle Sue spalle quei Suoi corvi, come due nuvole nere, facevano ombra con le loro ali. Cera oscurit intorno al nobile trono, e una musica che superava qualsiasi musica immaginata dalla mente umana, la quale dava voce a quelle cose che nessuna lingua pu esprimere, ma che il cuore degli uomini conosce.
E cerano sagome intorno e sopra il nobile trono, titaniche, indistinte, prive di stabilit, montagne e forme gigantesche di creature viventi, e ghiaccio e neve, e viaggianti stelle chiomate, e citt spopolate, e mari turbolenti, e orripilanti regioni incolte, e foreste, e incendi, e sagome e apparizioni delle moltitudini di defunti: tutti sballottati in una foschia, su un maestoso vento di Eternit e, a eccezione del Padre di Tutti, nessuno pu sopportare il freddo di quel vento n sedere su quel trono: nemmeno un Dio, nemmeno quelle Vergini dal volto grigio che scolpiscono e filano accanto al Pozzo che si trova sotto lalbero Yggdrasill; n sopportano di comprendere subito tutte le cose, passate, presenti e future, come, l seduto, le comprende il Padre di Tutti.
In quel momento si affollavano nel Valhalla gli Einheriar, gli eroi caduti, fumanti per la lotta, innumerevoli come le moltitudini di nuvole in un cielo a pecorelle di sera, eroi causa di immensa felicit, di svariate terre, scelti tra molte generazioni di uomini; e la voce delle loro chiacchiere e delle risate dalleco profonda era come il rumoreggiare del mare, e loro erano simili a di per statura e sembianza, e le loro armi e i loro sontuosi paludamenti simili a un tramonto glorioso in un giardino estivo dopo la pioggia.
Allimprovviso, nostro Padre Odino sollev una mano, e ci fu oscurit nel cielo tutto tranne la luce del volto del Padre, e loro tutti si alzarono e aspettarono nelle tenebre in ascolto. Ed era ora un rumore in lontananza, come pioggia sferzante tra il fogliame di una foresta, e con esso un rombo come di tuoni distanti, e pallide saette guizzavano e svanivano e guizzavano di nuovo nella notte.
Dapprima molto lentamente, poi a passi veloci, si avvicin, finch lo strepito della tempesta fu come il rombo di cateratte scatenate da un acquazzone in mezzo alle montagne. Allora, i lampi fluirono in torrenti di acciaio e argento fusi dalle travi del tetto di quel salone, che  alto come la cupola della notte, e gli Einheriar fecero cozzare le loro armi, con urla che furono udite al di sopra del tuono assordante: - Salute a coloro che scelgono! Alle fomentatrici di tempeste! Salute alle fanciulle-scudo del Signore della Lance, il Padre dei Secoli, lEssere Amorevole! Salute ai signori della terra che esse portano perch si uniscano alla nostra fratellanza!
Subito dopo, con i loro destrieri volanti che scendevano a capofitto e oscillavano sul vento impetuoso come gabbiani nella burrasca, le punte delle loro lance e i loro elmi scintillanti doro nel bagliore dei lampi, quelle Vergini della Vittoria entrarono cavalcando la notte nel Valhalla.
Quando i loro cavalli fecero scuotere le criniere, la pioggia flu da esse, e venne la neve dalla bava delle loro bocche imbrigliate dal morso, e grandine e nevischio dalle loro froge. Terribili e belle da vedersi quelle Vergini amazzoni, come fuoco o la micidiale folgore. E ognuna portava di traverso sulla sella il cadavere insanguinato di un uomo ucciso.
Nove volte cavalcarono sul vortice di vento e la pioggia alte nellaria sopra i tavoli dei beati nel Valhalla; quindi, discendendo, resero omaggio allAltissimo, glorificandoLo e chiamandoLo con i Suoi sacri appellativi: il Tonante, Padre dei Trucidati, il Temuto, Dio dei Corvi, Signore degli Eserciti, lUnico Vero, il Dio Onnipotente. Quindi, una alla volta mostrarono il loro prescelto al Padre di Tutti, e implorarono il permesso di consegnarlo a quelli la cui arte  di riparare ci che  rotto, di estrarre la freccia e chiudere la ferita, e svegliare la grande anima per ricevere di nuovo il suo corpo reale, ormai per sempre puro, per sempre desiderabile e forte, capace di qualsiasi prodezza e di qualsiasi piacere che appartenga al corpo di un uomo; ma cos poco capace di dolore o decomposizione, come se un uomo dovesse andare in giro a estinguere il sole di mezzogiorno come se fosse una candela, o a demolire le vette delle montagne percuotendole con un filo di paglia.
Per ultima, cavalc di fronte al Padre di Tutti la valchiria Skogul. I fulmini saettavano intorno a lei come spade brandite, e il suo impetuoso cavallo nero masticava fiamme. Eppure, tenero sintravedeva perfino sotto lusbergo il solco tra i seni; e la sua espressione era come la mattina dorata che svegli con un bacio le alte vette innevate nella stagione primaverile dellanno.
Grid forte a Odino e disse: - O Dio degli Eserciti, Colui che Sussurra nel Vento, lOnnisciente, ho eseguito il Tuo ordine. Tuttavia, lho fatto con un po di tristezza nel cuore, pensando che questo dovrebbe aggiungere soltanto unaltra gemma alla Tua corona, o Padre Nostro; ma la terra  bisognosa di siffatti uomini, e non spesso ne trova uno simile in una generazione di uomini. Inoltre,  morto giovane.
Ma il Padre di Tutti, assiso su quel trono dove soffia un vento che parla di molte imperscrutabili questioni, chin per un attimo in silenzio i Suoi occhi eterni su ci che la Sua fanciulla-scudo stringeva contro il petto.
Quindi, Lui parl, e il suono della Sua voce era come la musica della stella della sera quando i cervi scendono con passi leggeri i pendii fragranti di erica, e la rugiada comincia a posarsi. - Frontali sono le sue ferite, e la morte  servita solo per accentuare la sua stretta sullelsa della spada. Taci e non contestarmi: ho scelto per primo chi amavo di pi.
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FINE.
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POSTFAZIONE. di Gianfranco de Turris.
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Messer Ludovico, dove mai avete trovato tante corbellerie?
Il Cardinale Ippolito dEste a Ludovico Ariosto dopo aver letto lOrlando Furioso (1516).
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In quella che chi ne abusa ama chiamare Vita Reale, l'Evasione  chiaramente, di regola, molto positiva e pu persino essere eroica.
J.R.R.Tolkien, Sulle fiabe (1947).
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Che differenza pu esservi tra gli antichi latini e greci (o anche gli antichi germani o gli antichi ind), che ascoltavano i racconti sugli di e sugli eroi o le antiche epopee di cui l'Iliade e l'Odissea sono una esemplificazione, e i moderni lettori di saghe fantastiche, come potrebbero essere quelle di Conan il Barbaro o di Frodo lo Hobbit? In sostanza si tratta di narrazioni quasi identiche: eroi e divinit, avventure e assedi, ritorni a casa e cmpiti straordinari da assolvere, dmoni e mostri, lealt e tradimento, inganno e fedelt. In poche parole, lirrompere di elementi estranei nel reale quotidiano che lo trasformano e gli fanno assumere unaltra veste.
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Ma una differenza c, e non  quella dovuta al trascorrere del tempo e alla diversit dei costumi, come si potrebbe superficialmente pensare. La differenza consiste nella sostanza della narrazione e nel modo in cui essa viene recepita dagli ascoltatori o dai lettori. Gli antichi che ascoltavano le vicende di Giove o di Zeus o di Shiva, le imprese di Achille o di Ulisse, di Rama o di Gilgamesh, percepivano soprattutto laspetto sacro o religioso di quei miti e di quei racconti, e non soltanto laspetto avventuroso, miti e racconti che vedevano lintervento delle divinit superne o infere tra gli uomini, e li consideravano - attenzione - non come fantasie ma come storie vere. Non dunque belle invenzioni, piacevoli trame da narrare la notte intorno al fuoco dei bivacchi o vicino al camino, ma fatti verificatisi effettivamente anche se tanto tempo prima, eventi che avevano avuto una loro importanza fondamentale per rendere il mondo e la societ qual erano nel momento della narrazione. Eventi mitologici grazie ai quali era stato portato a consistenza il mondo antico. Non si pu dire allora che esistesse il fantastico, cos come lo intendiamo al giorno doggi, dato che tutto quanto noi ora riassumiamo in questo termine riferendolo a romanzi, racconti o film era per gli antichi della classicit in qualche sorta vero, dato per effettivamente esistito in un passato in cui il loro presente aveva avuto origine: armi magiche, animali meravigliosi, prodigi di ogni genere, apparizioni di divinit, imprese incredibili, sortilegi, discese agli inferi, ascese ai cieli e cos via.
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Attualmente la situazione  opposta: tutto quanto ora descritto viene considerato non vero, opera della fervida immaginazione di qualche scrittore ma avulso dalla realt dellautore e dei fruitori delle sue opere, e che al massimo pu rivivere nella immaginazione altrettanto fervida di qualche lettore (o spettatore). Insomma  fantastico, cio qualcosa di contrario dal reale, ai suoi antipodi, che dunque non ha nulla a che fare con una sua improbabile fondazione (come pensavano gli antichi) e che viceversa al mondo concreto della Realt si oppone.
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Perch  avvenuto questo mutamento di prospettiva? Come mai noi vediamo le cose in maniera tanto diversa dai nostri lontani progenitori al punto da aver cambiato tanto drasticamente il punto di vista su un genere di narrazioni che nella sostanza - come si  visto inizialmente - possono considerarsi in pratica simili? Per rispondere, bisogna rendersi conto che esiste una differenza nel modo pensare, di vedere la Realt, di disporci nei confronti della Natura, di percepire il sovrannaturale fra lUomo Antico e lUomo Moderno, una differenza talmente profonda da modificare radicalmente ci in cui credere: in altri termini, quello dellAntichit era un uomo tutto sommato religioso che credeva nel Sacro; quello della Modernit  un uomo tutto sommato scettico che al massimo pu interessarsi al Fantastico. Per il primo, il Sacro di cui erano permeati i miti degli di e degli eroi aveva creato alle origini il mondo, e quindi le avventure di questi ultimi erano ritenute vere e continuamente rinnovate attraverso delle narrazioni che ai nostri occhi assumono oggi un aspetto fantastico. Per il secondo, luomo dei nostri tempi, in fondo noi stessi, il Fantastico di cui sono permeati i romanzi, i racconti e i film per il cinema e la televisione che vengono etichettati fantasy o heroic fantasy si presenta come un elemento estraneo al nostro mondo, irrompe in esso e lo modifica. Il preciso contrario.
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C, per, un rapporto, un collegamento fra i due termini. Le mitologie del passato, i poemi sacri dOccidente e dOriente, le grandi epopee leggendarie, i romanzi eroici e avventurosi latini e greci, i cicli cavallereschi, i grandi affreschi medievali, in sostanza presentano tutti le medesime immagini, le identiche strutture. Insomma, col passare dei secoli cambiava il modo di percepire la realt da parte delluomo, ma certe figurazioni dellImmaginario restavano immutabili: leroe e la missione da assolvere, lesplorazione di terre sconosciute, la principessa da conquistare o salvare, armi e marchingegni favolosi, laiutante o lamico ingegnoso, il nemico malvagio e dotato di enormi poteri, la cerca di un oggetto straordinario, lassedio e la presa di una citt o di un regno, esseri mostruosi, entit malefiche, eccetera.
Se si pensa bene, sotto vari camuffamenti e in versioni diverse queste figure e questi temi sono onnipresenti dal pi antico mito che si conosca, quello mesopotamico di Gilgamesh probabilmente, al pi recente romanzo cyberpunk o alla pi recente puntata di X-Files.
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Se la forma esteriore della immagine rimane, significa allora che  mutato il suo contenuto. O no? Certo, siamo cambiati noi che non ci abbeveriamo pi alla mitologia, ma sfogliamo i romanzi o vediamo i film alla moda tra la gente nelle sale cinematografiche o in casa di fronte alla TV. Ma cosa  avvenuto alla sostanza di queste immagini? Ecco il punto essenziale per capire ci che in precedenza si  chiamato il rapporto, il collegamento fra i due termini. Infatti, secondo molti studiosi il carattere del sacro presente nelle immagini mitologiche  un qualcosa che nel corso dei millenni e dei secoli si pu offuscare, appannare, indebolire, non risultare poi tanto apparente, nascondersi, ma mai scomparire del tutto. Esso persister anche se nascosto e non da tutti poi percepibile. Il fatto che esso viva ancora, come avviene per la brace sotto la cenere, fa s allora che queste immagini, un tempo caratteristiche dei miti ed oggi del fantastico, siano un po diverse da quel che possano apparire a prima vista ai nostri occhi non pi abituati a riconoscere certe presenze.
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La situazione  dunque la seguente: certe immagini, che con un termine coniato dallo psicologo svizzero Cari Gustav Jung, potremmo definire archetipiche, possiedono in loro ancora una propaggine, una scintilla del sacro del mito originario da cui derivano: cos lEroe, cos la Cerca, cos lAssedio, cos lArma Magica, cos le Prove da superare, cos la Donna da conquistare, cos il Mostro da combattere e tutte le altre immagini in precedenza citate. Noi, Uomini Moderni, tendiamo a non renderci conto di questo (per cos dire) valore aggiunto, ma esso per sua potenzialit intrinseca, anche se molto attenuata dal tempo, ha la possibilit di operare ancora, di avere un sua piccolo effetto nonostante che la civilt e la cultura siano profondamente mutate dallepoca degli antichi latini o ind, greci o germani. Non per nulla il termine immagine deriva dal latino imus, profondo. E quanto affermano in vari contesti alcuni autori come Mircea Eliade, Ren Gunon, Ananda Coomaraswamy, Julius Evola e altri.
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La conseguenza  paradossale e sorprendente, e spiega molte cose. Come si  detto, il Fantastico  il contrario del Reale, ed esso in genere si presenta come qualcosa che si oppone alle regole del mondo in cui viviamo, alle sue leggi fisiche che tutti conosciamo, in cui agisce la Magia piuttosto che la Scienza: il Fantastico dunque  una contestazione della Realt, una sua messa in discussione, spesso diventa una sua vera e propria alternativa. I mondi descritti nei romanzi fantastici moderni risultano cos alternativi al mondo di colui che li legge. Ma che succede ora che sappiamo che le immagini fantastiche sono anche immagini mitiche e che del mito conservano ancora un po del suo valore sacro originario?
Qual era la funzione del mito delle origini? Come si  detto, quella di rendere vero e reale il mondo cos come era percepito dagli Antichi. Ebbene la sua presenza, ancorch residuale, nelle immagini del Fantastico odierno fa s che esso assuma adesso anche questa veste: quindi il Fantastico di oggi, trasmettendo un barlume di sacro nel mondo moderno, contribuisce un poco a rifondarlo secondo questi antichi termini.
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Inconsciamente, dunque, le miriadi di romanzi e racconti di fantasy e di heroic fantasy apparsi soprattutto negli ultimi trentanni utilizzando le stesse, identiche immagini archetipiche di miti primordiali, anche senza rendersene conto, anche senza la volont dei singoli autori, hanno trasmesso alcuni valori del Sacro. E questo spiega, al di l di ogni indagine puramente sociologica, di ogni spiegazione solo letteraria e di ogni analisi esclusivamente estetica, la vera ragione del successo mondiale della letteratura fantastica dopo il 1965 (pi avanti vedremo il motivo per cui ci si riferisce a questa specifica data). Il motivo  che le sue immagini si radicano nelle profondit spirituali dellessere umano, travalicando lo scetticismo e lagnosticismo intellettuale dellUomo Moderno, avendo ragione della sua incredulit di fondo.
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Le ragioni profonde e reali della fortuna improvvisa e perdurante ancora oggi del genere fantasy o heroic fantasy stanno tutte qui: nella esistenza di queste specifiche radici di tale genere letterario. Nessunaltra spiegazione riesce ad essere convincente come questa per capire veramente un fenomeno che travalica le mode del momento e il succedersi delle varie generazioni di lettori in tutto il mondo. Certo, vi sono gli alti e i bassi, i momenti di stanca ed i picchi dinteresse, il pericolo della ripetitivit, ma n pi n meno di altri tipi di narrativa popolare, ma nel nostro caso con un quid aggiuntivo: appunto le sue origini per cos dire nobili.
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Esse, come ho avuto occasione di dire spesse volte, sono comuni anche agli altri aspetti dellimmaginario, quali possono essere la fantascienza e lorrore, ma nel fantastico si rifanno pi direttamente, quasi senza mediazioni, alle origini mitiche. Questo particolare spiega anche perch per capire ed apprezzare come si conviene la fantasy non si pu assolutamente dimenticare il metodo dinterpretazione simbolica (che  stata definita anche neo simbolica, o simbolico-tradizionale), oltre a quella puramente letteraria che si basa sui criteri noti della critica corrente: stile, tematiche, caratteristiche linguistiche, psicologia dei personaggi, novit della trama e cos via.
La compressione secolare dellimmaginazione nellOccidente non ha retto allarrivo sulla scena di J.R.R.Tolkien: la pubblicazione del suo Signore degli Anelli, prima nel 1954-5 in edizione rilegata e poi nel 1965 in edizione tascabile, ha sollevato il coperchio di una pentola a pressione: lettori e illustratori, narratori e musicisti, attraverso le sue pagine hanno riscoperto la bellezza dell e figure primordiali, degli scenari mitici, da troppo tempo assenti, o latenti, o sommersi, nella cultura occidentale. Avevano bisogno di un nuovo sfogo, e alla fine lo trovarono.
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Lopera di Tolkien venne tradotta in italiano nel 1970; i primi anni di quel decennio videro inoltre un revival della narrativa fantastica e fantascientifica nel nostro paese.
Fu allora, quasi trentanni fa, che insieme a Sebastiano Fusco iniziai a proporre il metodo critico cui si  detto, non senza incomprensioni si deve dire, facendo riferimento ad autori che oggi si definirebbero politicamente scorretti: un tipo di interpretazione eterodossa, a mano a mano sempre pi coerente, anche grazie a nuovi contributi, che oggi si muove con le sue gambe e della quale si pu ben dire che ha dato risultati sorprendenti ed efficaci.
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Dopo tante teorizzazioni, mancava per una esemplificazione pratica. Questopera curata da Alex Voglino consente ai lettori della svolta del millennio di esaminare sul testo scritto - narrazione racconto poesia - il passaggio dal mito alla leggenda, dalla saga allepopea, dalla fiaba alle origini della fantasy moderna, e lo sviluppo di questultima sia a livello popolare che alto. Un dispiegarsi di immagini e di figure, come si diceva inizialmente, che, pur restando simili a se stesse, sono giunte diverse sino ai nostri giorni. Un viaggio affascinante, che non era mai stato offerto al lettore italiano, e fors nemmeno allestero, in maniera cos coordinata e collegata ad una interpretazione critica di fondo.
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Gianfranco de Turris.
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Note.
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1 Prima di tutto dallo stesso Eliade, ma anche da Jan De Vries e da Joseph Campbell.
2 M. Eliade, Miti, Sogni e Misteri, Rusconi, Milano, 1976
3 A proposito del quale vi rimando peraltro in primo luogo al suo Trattato di Storia delle Religioni, Boringhieri, Torino 1976
4 G. De Turris, Origine e Struttura del Fantastico, in Dal Mito alla Fantasia, a cura di Alex Voglino, Solfanelli Editore, Chieti, 1981.
5 M. Eliade, Trattato di Storia delle Religioni, Boringhieri, Torino, 1976
6 R. Gunon, Il San Graal, in Simboli della Scienza Sacra, Adelphi, Milano, 1975.
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FINE.